Russiagate all’italianaSecondo Renzi, Conte era filo Trump e filo Putin e voleva solo salvarsi la poltrona

Il segretario del Copasir Ernesto Magorno chiederà un’audizione dell’ex premier in merito all’incontro tra Barr e Vecchione di cui non era stata data comunicazione alle agenzie di intelligence. «Sulla visita di Barr risponda lui», dice il leader di Italia Viva

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

«Non ne ero a conoscenza». L’ex premier Giuseppe Conte nega ogni suo coinvolgimento nell’incontro informale, rivelato da Repubblica, tra l’ex segretario alla Giustizia americano William Barr e l’allora capo dei servizi segreti italiani Gennaro Vecchione, avvenuto la sera del 15 agosto del 2019 a Roma. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si era convinto che l’Italia fosse l’epicentro del Russiagate, un complotto ordito contro di lui tre anni prima, quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, mirato a danneggiarlo divulgando la notizia delle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali vinte dal tycoon contro Hillary Clinton. Trump avrebbe mandato per questo Barr a raccogliere informazioni a Roma, trovando la collaborazione di Conte e dei servizi segreti italiani.

Il segretario del Copasir Ernesto Magorno, di Italia Viva, chiederà un’audizione dell’ex premier in merito all’incontro di cui non era stata data comunicazione alle agenzie di intelligence. E intorno a questa vicenda, si riaccende lo scontro tra Conte e Matteo Renzi.

Il leader di Italia Viva in un’intervista alla Stampa definisce Conte «incompetente e incapace di conoscere le regole del gioco». Secondo Renzi, «ci sono due Russiagate. Il primo riguarda la barzelletta per la quale io e Obama avremmo fatto una truffa elettorale ai danni di Trump. Il fatto che qualcuno a Roma abbia dato credito a questa follia è ridicolo. Colpisce che la versione di Conte non collimi con lo scoop che ieri ha fatto Repubblica: o Conte ha mentito al Copasir o Vecchione ha mentito a Conte. Oppure tutti e due mentono agli italiani. E poi c’è da chiarire la vicenda del presunto spionaggio russo, su cui siamo gli unici a chiedere la commissione di inchiesta sul Covid. Ma i grillini non vogliono che sia fatta luce, né su questo né sulle mascherine, chissà perché».

Nel giallo intorno alla famosa missione russa in Italia nel marzo 2020, il Corriere aggiunge un tassello: nell’elenco consegnato a Roma risultano 100 militari di Mosca in visita in più rispetto alla lista contenuta nelle relazioni parlamentari. Ufficialmente si trattava di una missione umanitaria, ma la composizione del contingente dimostra che in realtà erano tutti soldati e soltanto alcuni erano ufficiali medici. I militari guidati dal generale Sergey Kikot indicati nella lista di chi doveva «prestare assistenza nella lotta contro l’infezione da coronavirus» nel marzo del 2020 sono 230. L’elenco fu allegato dall’ambasciata di Mosca al testo dell’accordo tra il presidente Vladimir Putin e Giuseppe Conte poi trasmesso alla Farnesina. Ma nelle relazioni parlamentari risulta che in Italia sono stati registrati 130 nominativi. Qualcosa non torna.

«Sulla Russia tutti attaccano, giustamente, Salvini per le magliette di Putin o gli striscioni in piazza Rossa con scritto “Renzi a casa”. Ma i 5 stelle avevano la stessa linea, basta ricordare Di Stefano che oggi fa l’istituzionale viceministro e che allora attaccava l’Ucraina definendola “Stato fantoccio della Nato”», dice Renzi. «Poi c’è il tema Trump: l’atteggiamento di Conte tra agosto e settembre 2019 non è tipico del capo di un governo. Barr doveva incontrare Bonafede, nessun altro. Capisco che magari, se avesse incontrato solo Bonafede non sarebbe nemmeno venuto, ma questa è un’altra storia». Giuseppe Conte, secondo Renzi, «in quelle ore era impegnato a salvare la poltrona».

E sugli aiuti russi per il Covid «io la penso come Giorgio Gori, sindaco di Bergamo. In quella missione c’era qualcosa di strano e Conte dovrebbe chiarire perché ha accettato quell’accordo con Putin», dice Renzi.

«Il mio giudizio su Conte è notoriamente negativo, non solo per la politica estera», conclude Renzi. «Perché sulla politica estera non puoi proprio giudicarlo: ha fatto tutto e il contrario di tutto. È stato sovranista e progressista, populista e democratico, filo Trump e filo Putin. Puoi giudicare uno dalle sue idee, ma se quello cambia le idee ogni mese che gli dici?»

Conte ieri ha replicato un lungo post sui social, in cui tenta di gettare acqua sul fuoco. Assicura «massima trasparenza» e di aver già detto tutto quello che sapeva quando a ottobre è stato convocato in audizione al Copasir. L’ex premier sostiene però di non aver «mai personalmente incontrato Barr, né nel corso di incontri formali né nel corso di incontri conviviali». Il fatto che alla riunione ufficiale con l’intelligence italiana, nella sede dei servizi segreti a piazza Dante, fosse seguita una cena informale, proprio a due passi dalla casa di Conte, «è circostanza di cui non ero specificamente a conoscenza», assicura il leader del Movimento Cinque Stelle. Poi, contrattacca: «È possibile che il senatore Renzi non abbia mai sentito il dovere di andare a riferire al Copasir su questi suoi sospetti? Cosa teme, di dover poi rispondere alle domande e di essere obbligato, per legge, a riferire tutta la verità?».

Renzi risponde e dice: «Sono sempre pronto a rispondere alle domande del Copasir, ma sulla visita di Barr deve rispondere Conte e non io. Perché le risposte deve darle chi aveva la delega ai servizi, non chi come me è la parte lesa da uno stile istituzionale quanto meno discutibile. A meno che non ci sia qualcuno che pensa che davvero Obama e io abbiamo truffato le elezioni in Connecticut o in Ohio. Nel qual caso consiglio di farsi vedere da qualche specialista, possibilmente bravo».