Chiusura corporativaLo sciopero populista della magistratura contro la riforma della Giustizia

L’Anm protesterà per l’introduzione di una pagella, cioè di un banale curriculum delle attività svolte dal giudice, che prevede l’applicazione della scienza statistica come criterio di valutazione delle toghe. La manifestazione di categoria è solo una protesta per aver perso centralità politica, come è già successo ai sindacati dei lavoratori

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Martedì 19 aprile la sofferta riforma dell’ordinamento giudiziario arriverà in aula e contemporaneamente il direttivo centrale del sindacato dei magistrati proclamerà uno sciopero, il primo da 16 anni a questa parte, che vorrebbe essere dirompente.

L’ultima volta il bersaglio della protesta è stata la riforma del ministro leghista della giustizia Roberto Castelli (quella che restituì il potere del comando ai capi degli uffici di procura) nel penultimo governo Berlusconi.

Erano i tempi d’acciaio delle leggi ad personam mentre oggi c’è un governo di salute pubblica, siamo nel pieno di una guerra europea, e al posto di un ingegnere brianzolo che sognava la scuola della magistratura divisa in tre (nord, centro e sud) c’è un presidente emerito della Consulta e giurista di vaglia.

Merita tutto questo strepito una riforma che Cosimo Ferri, leader spirituale di Magistratura Indipendente e rappresentante di Italia Viva, al tavolo della giustizia definisce «una riformicchia»?

In effetti a leggere il testo della delega messa faticosamente insieme dopo estenuanti trattative nel cuore della notte, anche l’addetto ai lavori stenta a comprendere le ragioni di tante polemiche. I cambiamenti sono minimi: possiamo dire che l’unica cosa di un certo impatto è il blocco per i magistrati «prestati» alla politica.

Per il resto si vede la paziente opera di ricucitura e (deludente) compromesso: per gli incarichi direttivi si rispolvera oltre ai soliti requisiti di attitudine specifici e generici la loro parte, come criterio dirimente l’anzianità di servizio e udite, udite, la rappresentanza di genere che magari regalerà qualche donna in più ai vertici degli uffici.

Per le elezioni al Consiglio superiore della magistratura il compromesso finale per conciliare i favorevoli e contrari al sorteggio degli eletti togati da inviare al Consiglio (che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha individuato come unica strada percorribile) è quella di sorteggiare i collegi elettorali da abbinare.

Una trovata che evoca i vecchi compromessi democristiani: nessuno può pensare veramente che l’incertezza sulla composizione dei collegi elettorali stroncherà le intese sottobanco e il potere delle correnti.

E allora di cosa si lagna la magistratura? Dove vuole andare a parare in realtà l’Associazione nazionale magistrati? Apparentemente la levata di scudi ha come bersaglio la famigerata pagella del magistrato. È una sorta di curriculum dei dati salienti della carriera professionale in cui, secondo il testo varato, per ogni anno di attività ci sono «i dati statistici e la documentazione necessaria per valutare il complesso dell’attività svolta, inclusa quella cautelare, sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo, la tempestività nell’adozione dei provvedimenti, la sussistenza di caratteri di grave anomalia in relazione all’esito degli atti e dei provvedimenti nelle successive fasi o nei gradi del procedimento e del giudizio, nonché ogni altro elemento richiesto ai fini della valutazione». Ohibò.

Già il lessico lascia intendere quanto sarà difficile orientarsi in un tale ginepraio concepito apposta per eccitare eccezioni e causidiche prassi interpretative che ben difficilmente porteranno a cambiamenti, fatti salvi i casi più eclatanti di ritardi negli adempimenti e di svarioni procedurali che già oggi sarebbero sanzionati.

Ma davvero, gentile presidente Giuseppe Santalucia, vuole armare una rivolta luddista dei magistrati contro l’applicazione della scienza statistica come criterio di valutazione delle toghe?

Ebbene, se così fosse, suggerisco di leggere le stimolanti riflessioni di un Suo illustre predecessore, Edmondo Bruti Liberati, in un importante volume (“Magistratura e società nell’Italia repubblicana”, Laterza, 2020) dedicato alla analisi del rapporto tra magistrati e politica fino alla fine dell’era berlusconiana, la golden age dell’Anm come soggetto politico centrale della scena istituzionale italiana.

Bruti ritiene che uno dei più gravi errori commessi dalla politica associativa sia stata proprio quella di non accogliere le proposte di riforma avanzate dal guardasigilli del primo governo Prodi, Giovanni Maria Flick, tutt’altro che un nemico dei magistrati, e tra esse guarda caso, particolare rimpianto manifesta per l’innovazione già allora avanzata di una “pagella”.

Ricorda Bruti che «sul tema più delicato, quello dei meccanismi di valutazione della professionalità dei magistrati, l’Anm, dopo una iniziale disponibilità espressa in un documento del 15 dicembre 1996, si mostra profondamente divisa. Finisce per prevalere l’atteggiamento di chiusura corporativa contro un equilibrato progetto di valutazioni periodiche sbrigativamente liquidato come “pagelle Flick”».

Lo stesso presidente di Anm dell’epoca Elena Paciotti, poi eletta nelle fila del Partito democratico, osservava al congresso dell’associazione che «è possibile e necessario assicurare un più adeguato controllo professionale sui magistrati, attraverso periodiche e incisive verifiche». Certamente le verifiche sono state periodiche ma non incisive (oltre il 99% di promozioni è una cifra ridicola, da regime sovietico).

Bruti con amarezza sottolinea che «sul tema cruciale e ineludibile delle valutazioni di professionalità dei magistrati è la magistratura (…) che oppone (nel ‘96) un’ottusa chiusura corporativa». Un giudizio che certamente rinnoverebbe anche oggi, temo.

La promozione assicurata è l’equivalente della scala mobile dei lavoratori negli anni ‘80: forse l’Anm farebbe bene a ricordare come finì il referendum sindacale del 1984 per abolire il blocco del punto di contingenza deciso dal governo Craxi: malissimo.

E dunque a cosa serve una sollevazione in piazza? L’idea è che come già successo ai sindacati dei lavoratori alla perdita della centralità politica si cerchi di reagire con una chiusura corporativa e inseguendo il populismo della mitica base.

Di manifestazioni (anche oceaniche come il milione al Circo Massimo) ne abbiamo viste tante in questi anni e nessuna ha cambiato il corso della storia e interrotto il declino dei movimenti incapaci di rinnovarsi. Purtroppo sino a oggi la reazione della magistratura è stata quella di negare ostinatamente l’evidenza di una crisi che non può essere bloccata con un semplice maquillage.

Oggi le correnti di maggioranza come Area non sono più in grado di assicurarsi neanche i vertici dirigenziali degli uffici giudiziari più importanti mentre i processi in corso a Brescia, Milano e Perugia svelano sbalorditivi scenari di lotte intestine, odi e rancori in cui hanno sguazzato con grande facilità faccendieri e uomini di pubbliche relazioni in grado di accedere ai gradi più alti delle istituzioni giudiziaria con una facilità preclusa a ogni onesto avvocato.

E tutto questo oggi non ha prodotto neanche un minimo mea culpa, un segno di contrizione. Anche sotto processo o sul banco scomodo dei testimoni la magistratura ci manda a dire che non intende non dico farsi processare ma neanche mormorare mi dispiace e sottoporsi a un voto in pagella.

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