Sfusato amalfitano Non è tutto oro quello che luccica sotto le reti di fronte al mare

Tra cambiamento climatico, coltivazione eroica sui terrazzamenti e raccoglitori ucraini tornati in patria, i limoni più preziosi della costiera sono a rischio estinzione. Chi resiste deve inventarsi nuove strade per garantire che le generazioni future possano godere ancora di questo immenso patrimonio agricolo

«Mio padre dice sempre che è stato concepito ed è nato sotto a un limone: ed è proprio vero. Dice anche che nelle nostre vene scorre succo di limone, e non sangue. Ma questo non è vero…». Ma che questa famiglia amalfitana, qui dal ’700, appartenga a questa terra e a questo lavoro, e abbia i limoni nel DNA è innegabile.

La famiglia Aceto lavora da sempre in questa vallata che guarda il mare della Costiera, con il sole a picco su un terreno impervio, dove foglie e frutti si intrecciano sui pali di legno di castagno dei pergolati, tipici dell’agricoltura della zona. Si coltiva così anche l’uva in questo territorio, e la pratica deriverebbe dal mondo arabo, che ha importato ad Amalfi e in costiera i giardini pensili di Babilonia. È qui che la famiglia ha preso forma e si è protetta, proprio come le fronde degli alberi di limone fanno con i frutti, che sono oro prezioso ma sottovalutato.
 

«Non ci si guadagna, a coltivare limoni» è il grido addolorato di Salvatore Aceto, oggi passato alla guida dell’azienda dopo i tanti anni in cui il padre ha lavorato per far diventare lo sfusato della costa d’Amalfi un IGP. Ed è lui che in questo momento storico deve fare la differenza, per permettere ai limoni di sopravvivere ad altri passaggi generazionali. «Su questi terreni impervi di un’azienda agricola verticale, modellata sul territorio a terrazze, il lavoro manuale è indispensabile. È impossibile l’utilizzo di macchine. Qui bisogna fare le scale, infinite volte al giorno. Le ginocchia e le spalle soffrono, ma l’amore per i limoni è più forte di ogni malanno. E anche a 87 anni il patriarca della famiglia continua ad andare personalmente a fare la raccolta, e mostra fiero i suoi frutti, che ha contribuito a rendere patrimonio italiano garantito «Anche se ha solo la licenza elementare si è battuto, è andato in Regione, poi a Roma, e si è fatto ascoltare», racconta Salvatore mentre il padre mostra orgoglioso i suoi limoni profumatissimi e dalla caratteristica forma allungata.

Qui si coltiva lo sfusato Costa di Amalfi, una varietà igp tipica di 13 comuni della Costiera Amalfitana, con polpa succosa, profumo intenso, proprietà benefiche e versatilità in cucina. Ma lo sfusato è anche un ricordo: durante i pomeriggi estivi le nonne amalfitane lo offrivano come merenda. Tagliato a fette spesse, con la sua buccia, ed esaltato da un pizzico di sale marino, diventava un inconsueto panino per i bimbi abituati ad avere a che fare con il sole. Oggi lo sfusato della famiglia Aceto viaggia in tutto il mondo, e serve per produrre gelati, per essere protagonista nelle cucine d’autore, e quello che avanza qui diventa un superbo limoncello. Perché non si butta nulla di una produzione fatta con tanto sacrificio e con tanta innata passione. 

 

«Fino agli anni ’50 erano solo le donne a fare le scale, e a trasportare i limoni nelle gerle dai terrazzamenti più alti. Si chiamavano formichelle, e spesso portavano sulle spalle lo stesso loro peso in limoni. Oggi questo lavoro è fatto con la teleferica, ma in alcuni punti serve ancora l’uomo. Qui c’è una grande presenza di popolazione ucraina stanziale, che per noi erano mano d’opera fondamentale. Molti per la guerra sono tornati a casa a combattere, e noi quest’anno abbiamo anche questa grande difficoltà a cui far fronte» racconta sconsolato il signor Aceto. La raccolta non è un affare banale: avviene da febbraio a settembre, perché il limone è l’unica pianta che ha sui suoi rami in contemporanea tutti gli stati vegetativi. I fiori si alternano ai frutti e la raccolta va fatta a cicli, per non stressare la pianta e per evitare di cogliere frutti troppo acerbi. Inoltre, il prezzo dei limoni aumenta a seconda della stagione, quindi si lasciano sulle piante più a lungo possibile per cercare di guadagnare il massimo da questa attività. «Ma non basta ancora. Se noi non avessimo una vendita diretta a realtà internazionali, e non avessimo inventato il Lemon tour per i turisti, i corsi di cucina e le attività qui in limonaia non ce la faremmo a mantenere questa attività tradizionale. Qui intorno sono ormai tanti i terreni incolti: e se per qualche mese abbandoni un’azienda come questa poi recuperarla è impossibile. È un lavoro quotidiano, costoso e impegnativo: bisogna mantenere pulito il terreno, ricostruire i muretti a secco, cambiare i pali dei pergolati, raccogliere manualmente. I limoni vengono tagliati dalla pianta uno per uno, ad ogni limone lasciamo la foglia: per estetica ma anche per dimostrare la freschezza. Tutto questo ha un costo che spesso sul mercato è difficile da far comprendere».

E il clima che sta cambiando non aiuta, come spiega il coltivatore: «Qui non c’è un sistema di irrigazione. E solo quando è molto secco diamo l’acqua. Ma è un lavoro che va fatto manualmente, con le peschiere. E si poteva fare finché la siccità vera era solo nel mese di agosto. Ma oggi non è più così. E dobbiamo correre ai ripari anche per la grandine e per le bombe d’acqua improvvise. Quindi a novembre, dopo la potatura e fino alla fioritura di maggio, dobbiamo proteggere dalla grandine gli alberi con le reti, che vanno messe ovviamente a mano» un’altra difficoltà, un altro costo importante e tanta mano d’opera necessaria. 

Del resto, l’abbandono del terrazzamento creerebbe un problema idrogeologico notevole: perché le radici e i muretti a secco trattengono il terreno su queste coste impervie, ed evitano un effetto domino che cancellerebbe la struttura stessa di questo territorio. «Non lo faccio per me – prosegue l’ex commercialista – ma per le generazioni che verranno. Potrei raccogliere tutto in una volta, potrei accettare di fare più eventi con tante persone dentro la limonaia. Potrei accettare i soldi facili delle visite in massa delle crociere. Ma se lo faccio i miei figli non si troverebbero nulla per il loro futuro. Bisogna fare scelte scomode per garantire a questa realtà di essere ancora qui nei decenni che verranno». 

E quindi tanto rispetto per questi tre ettari in verticale, che fanno fatica al solo sguardo, che mettono il fiatone a ogni scalino di pietra, ognuno diverso dall’altro, che non permettono un passo naturale ma che devono essere conquistati in salita e in discesa, in un sali e scendi che va amato per quello che è. E massimo rispetto anche per la biodiversità di questo ambiente naturale: «Ogni tanto gli ospiti mi chiedono se ci sono insetti. Certo che ci sono: e per fortuna! Quando lavoriamo con gli hotel della zona, come il Belmond Caruso di Ravello che spesso porta qui i suoi ospiti, cerchiamo di far capire alle persone che questa non è una gita confortevole, perché ci troviamo in un’azienda agricola e queste piante e questo territorio sono il futuro della nostra famiglia e di questa terra. Siamo felici quando troviamo negli hotel come il Caruso persone sensibili che si prendono a cuore il nostro messaggio e cercano di passarlo ai clienti. Il territorio della costiera è bello e ricco, e i turisti ci vengono, anche perché si possono fare esperienze come questa. Gli hotel sono i primi a dover valorizzare e rispettare il nostro lavoro, perché la sinergia tra servizi e strutture è fondamentale per far crescere il profitto di tutti». E ci sono anche le api degli apicoltori nomadi, lasciano qui le arnie per miele di limone che cristallizza molto facilmente ed è molto ricco di zuccheri, ed è un’altra delle cose meravigliose che produce la natura quando è in perfetto equilibrio, in questo ecosistema bio che racconta una storia di bellezza, di famiglia, di attaccamento viscerale al territorio e di amore incondizionato per un mestiere che non si è scelto, ma che si porta avanti con costanza e determinazione, per lasciare un’Italia migliore al mondo che verrà.