Oltremanica c’è una tale voglia di tornare al normale che, appena non è sembrato socialmente improprio, sono ripartiti dei tormentoni tipici dei consumi di quelle parti. Un esempio tra i più tipici dei quali è l’istantaneo, lampeggiante manifestarsi della band del momento, quella della quale d’un tratto è impossibile non accorgersi e soprattutto è incomprensibile come se ne possa essere fatto a meno fino a oggi.
Bene, ci siamo. Due amichette twentysomething proveniente niente meno che dall’isola di Wight – luogo che nella zona viene considerato almeno un ventina d’anni in ritardo sul resto del paese – adesso sono sulla bocca di tutti gli hipster londinesi, dal momento che con un singolo a martello (“Chaise Longue”) e con l’album che porta il loro nome (“Wet Leg”), hanno rilanciato più in alto che mai l’immaginario delle vergini suicide, del giardino segreto, delle misteriose fanciulle di The Village e vari altri paraphernalia tardo-pop, nei pressi del freak feminism, e di mode molto, molto indie.
Intendiamoci: Wet Leg sono una bomba. E in quel loro autodefinirsi «due bifolche da un isola sperduta», nel loro sorridere con tutto lo stupore del mondo ogni volta che salgono su un palco e la platea urla a memoria le loro canzoncine, c’è il riattivarsi di quel meccanismo del quarto d’ora di celebrità che abbiamo visto mille volte, eppure del quale non ci siamo ancora stancati, anzi non smette di divertirci.
Rhian Teasdale e Hester Chambers hanno improvvisato una band privilegiando il più raggiungibile suono melodic punk, ad allestire il quale agiscono tre bravi compaesani dall’aria timida e compresa, che le accompagnano e sgobbano per metter su il muretto del suono elettrico su cui Rhian – principalmente – ma talvolta anche Hester possono cinguettare testi ironici e sarcastici a base di sesso, abbandoni e disillusioni di ogni genere.
In Chaise Longue il versetto «Sono andata a scuola e ho preso il diploma», che si dice degree e, nel verso successivo diventa per assonanza “big dick”, il grosso arnese, così, per scandalizzare e non lasciare niente d’intentato alla fantasia.
Il fatto è che l’album delle ragazze è succulento, i motivetti sono magnetici, la voce della Teasdale conquista, le piroette che fanno in sincronia davanti al microfono poco ci manca che commuovano. Poi c’è la potenza del fattore provinciale, dell’essere due tipe qualsiasi vestite coi completini da centro commerciale del capoluogo, che dicono di non avere idea di cosa significhi vivere alla grande, che raccontano che a loro piace stare a casa, parlare di chitarre elettriche e nel weekend sbronzarsi al pub coi soliti amici.
Vero slackerismo di ritorno, roba da far alzare il sopracciglio a Sofia Coppola se avesse ancora l’età. E quindi non suono catchy che riecheggia quello di Elastica e Weezer e la netta sensazione che nell’estate londinese del 2022 ci sia gran voglia di una cosa come questa, che contiene la rivisitazione del bubblegum, ma trasuda anche gusto da superstiti della grande bufera, che dev’essere come si sentono adesso milioni di teenagers dell’isola.
È del tutto imprevedibile la durate che un fenomeno come Wet Leg possa avere ed è difficile immaginare con quale imbarazzo potrebbero ripresentarsi sulla scena una seconda volta, una volta che l’effetto-sorpresa attualmente in corso sarà svanito. Altresì è pur vero che il gioco dell’innocenza non passa mai di moda, che dichiararsi estranei a tutto e subito dopo imbracciare una Fender Jaguar di colore improbabile e suonarla con la tecnica di un dodicenne continua essere una scorciatoia per guadagnarsi la fama di nuovi eroi per caso, gorgheggiando “You’re so woke/Diet Coke” o “I hope you choke on your girlfriend” (Spero che ti strozzi con la tua ragazza).
Per cui, fermo restando che chissà come finiranno Rhian e Hester, questo disco è uno spasso quanto lo è vedere una delle Haim – altre ragazze della porta accanto – diventare la protagonista dell’ultimo PT Anderson. Sempre ricordando che non c’è niente di peggio che essere condannati all’eterna giovinezza (tra l’altro in America adesso si parla parecchio non più solo della crisi di mezz’età, ma anche di quella dell’un-quarto-d’età, insomma attorno ai 25. Beata nazione che sta vivendo la sua decadenza con tutta questa inconsapevolezza).