Ne vale la pena?L’impatto ambientale dell’accordo con il Mercosur divide l’Europa

L’accordo commerciale tra l’Unione europea e il blocco sudamericano (che comprende il Brasile di Bolsonaro) costerebbe un incremento del 25% della deforestazione dell’Amazzonia. Ong e attivisti protestano, e gli Stati membri non hanno un'idea uniforme

Cifor / Flickr

Salvare il pianeta o salvare la faccia? L’Unione europea potrebbe chiudere entro il 2022 l’accordo commerciale con il Mercosur, una vasta area di libero scambio sudamericana, che include Argentina e Brasile. Il patto risale al 2019, però non è stato finalizzato per i timori – non superati – delle sue ricadute sull’ambiente. Bruxelles, infatti, vuole bandire i prodotti legati alla deforestazione dell’Amazzonia, ma sembra disposta ad accontentarsi di un allegato di impegni e rassicurazioni. Non protestano solo ong e attivisti: anche gli imprenditori sono scettici, e gli Stati membri – che dovrebbero ratificarlo – sono divisi. 

Il nome del blocco significa Mercado Común del Sur, le lingue ufficiali sono lo spagnolo e il portoghese. È nato nel 1991 con il Trattato di Asunción. Ha abolito i dazi tra i Paesi aderenti, istituendo anche una tariffa esterna comune, e dopo il 2009 ha facilitato la mobilità dei cittadini, a cui prima servivano visti e permessi di lavoro per spostarsi. Oltre ad Argentina e Brasile, ne fanno parte Paraguay e Uruguay e, in qualità di associati, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù e Suriname. Il Venezuela è stato sospeso nel 2016 per violazioni di diritti umani, mentre la Bolivia ha ancora lo status di candidato. 

Dopo vent’anni di trattative, al G20 di Osaka del 2019 è stato raggiunto un accordo di massima. Ampliare i canali commerciali, smussando il protezionismo, fa parte della strategia di Bruxelles. L’Unione europea è la maggiore promotrice di trattati al mondo: dei 335 notificati alla World Trade Organization, 45 sono stati stipulati dall’Ue. Più di Stati Uniti (14), Cina (31) e della “Global Britain” (34) dell’era post-Brexit. Come spiega un’analisi dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), l’intesa con Mercosur farebbe nascere «la più grande zona di libero scambio mai creata dall’Ue, con una popolazione di 780 milioni di abitanti».

Verrebbero eliminati i dazi sul 93% delle merci comunitarie e il restante 7% sarebbe comunque sottoposto a un trattamento di favore. Inoltre aumenterebbe, stima sempre l’Ispi, la competitività dei beni made-in-Eu in diversi settori: da macchinari e mezzi di trasporto ai prodotti chimici e farmaceutici, da abbigliamento e calzature agli strumenti ottici, medici e di misura o precisione. Ma il tema riguarda soprattutto l’agroalimentare, dove verrebbero azzerati i dazi, oggi molto alti. Per esempio, la tariffa sul vino è del 27% e quella sui formaggi del 28%. 

Questi sono i “pro”. Prima di esaminare i “contro” ecologici, restiamo su quelli economici. La concorrenza delle merci sudamericane, meno costose, fa temere effetti distorsivi sul mercato, che potrebbe risentire delle importazioni di carne, pollame e alcune derrate agricole. Si teme anche un allentamento degli standard di sicurezza alimentare europei, per l’uso diffuso di pesticidi o quello, documentato in passato, di ormoni della crescita in Uruguay e Argentina. 

L’accordo era in fase di stallo. Ma pochi giorni fa, il commissario europeo per l’Ambiente, Virginijus Sinkevicius, ha riferito alla Reuters che ci sono stati progressi. Per sbloccare il trattato, da qui a fine anno, potrebbe essere decisivo un addendum sulla salvaguardia dell’ambiente. In viaggio in Sudamerica, Sinkevicius ha anche criticato una legge, in gestazione al Congresso brasiliano e supportata del presidente Jair Bolsonaro, che permetterebbe lo sfruttamento minerario dei terreni indigeni protetti. 

«Non aiuterebbe», ha dichiarato in politichese il commissario. È presto pure per valutare miglioramenti nelle politiche di Bolsonaro. «Ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi», ha aggiunto Sinkevicius. Ma cosa c’entra il Brasile? Stiamo parlando della prima potenza economica del Mercosur: da solo vale il 77% del Pil prodotto dal gruppo. In più, ospita la foresta pluviale più estesa del pianeta, quella Amazzonica, ed è il principale responsabile del suo abbattimento. Per questo, il destino del trade agreement dipende da Brasilia.

I precedenti non sono ottimi. Emmanuel Macron, appena rieletto presidente in Francia, si oppone al compromesso. Lo ha ribadito persino nel duello televisivo con Marie Le Pen. Nel 2019, ha litigato con l’ex militare brasiliano per aver chiesto di discutere al G7 degli incendi che stavano devastando l’Amazzonia. In quei giorni, Bolsonaro lo ha accusato di «mentalità colonialista». E su Facebook, ha rilanciato un meme che insultava la première dame, Brigitte, sostenendo che l’ostilità di Macron fosse motivata dall’invidia per sua moglie. 

Il Brasile primeggia da tempo nella classifica dei Paesi dove ogni anno è scomparsa più foresta. Per distacco. Nel 2021, ha perso 1,548 milioni di ettari, calcola il World Resource Institute. Dopo le fiamme del 2020, sono ritornate preponderanti le cause antropiche, come l’espansione dei terreni coltivati (+9%). L’Amazzonia occidentale ha subìto l’erosione maggiore, arretrando anche di un quarto in certi Stati. Sono avanzati gli allevamenti di bestiame. E non è tutto, perché il governo intende ampliare la strada BR-319, che taglia da nord a sud la foresta pluviale più estesa della Terra. 

«I prodotti legati alla deforestazione non potranno entrare nel mercato unico», ha detto all’Afp Sinkevicius da Montevideo (l’ultima tappa della sua missione), «in questo modo eviteremo che i nostri consumi crescenti non causino la riduzione delle aree boschive in altre regioni». Solo in Brasile, possibile partner commerciale, nel primo trimestre del 2022 sono spariti 940 chilometri quadrati di alberi e, denuncia una ong indigena, nella riserva della tribù Yanomami l’estrazione illegale di oro nel 2021 è quasi raddoppiata.

Secondo uno studio commissionato dal governo francese, l’accordo con Mercosur costerebbe un ulteriore incremento del 25% della deforestazione dell’Amazzonia, per via dell’aumento della produzione agricola intensiva, trainata dalle esportazioni verso l’Ue. Che è divisa al suo interno. Tra le nazioni dubbiose ci sono Germania e Italia, apertamente contrarie sono Austria, Irlanda, Francia, Belgio e Lussemburgo. A favore sono, tra le altre, Danimarca, Estonia, Repubblica Ceca, Finlandia, Lettonia, Portogallo, Svezia e Spagna. 

Greenpeace e il movimento Fridays for Future stanno protestando contro la possibile accelerazione. Anche il mondo dell’impresa osteggia il patto. In un sondaggio tra 2.400 imprenditori europei, riportato da Pianeta 2030 del Corriere, il 46,3% degli intervistati è preoccupato dalle conseguenze ambientali del trattato con Mercosur. Metà di loro (49%) chiede di introdurre garanzie di tutela ambientale, da assolvere prima della firma e con sanzioni in caso di inadempienze. 

Sembra proprio questa la strada scelta dalla Commissione europea. In attesa di scoprire il testo degli impegni ecologici, il Brasile ha ritirato l’invito, spedito a marzo, agli osservatori europei per le elezioni di ottobre, dove lo sfidante è l’ex presidente Lula. Il Tribunal superior eleitoral avrebbe fatto marcia indietro per le pressioni dell’esecutivo. «Lasciamoli assistere, per dare una patina di legalità», ha scherzato Bolsonaro, che già nel 2018 aveva criticato la validità del voto elettronico e aveva parlato di «truffe». I sondaggi danno avanti Lula, attorno al 41%, ma Bolsonaro sta lentamente recuperando e si attesta sul 32%. E ci sono tutti i presupposti perché rifiuti una sconfitta, sull’esempio di Donald Trump.