Piccolo schermo italianoIl sospetto dei Servizi sulla presenza di opinionisti nei talk show a libro paga di Putin

Il Copasir sentirà nei prossimi giorni il direttore dell’Aisi Mario Parente, l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes e il presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella. Il primo maggio, in prima serata, sono andate in onda contemporaneamente l’intervista a Lavrov su Rete4 e quella al giornalista Solovyev su La7, entrambi sotto sanzioni da parte dell’Italia e della Ue

La presenza di opinionisti stranieri nei talk show italiani non sarebbe solo un caso. Ma «un’operazione di disinformazione organizzata e pensata a monte da uomini del governo russo». Secondo quanto riporta Repubblica, è questo il sospetto del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, che ha programmato nei prossimi giorni una serie di audizioni: il direttore dell’Aisi Mario Parente, l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes e il presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella.

Il sospetto – scrivono Tommaso Ciriaco e Giuliano Foschini – nasce da una serie di circostanze emerse nel corso delle ultime audizioni. Ci sarebbe la certezza che alcuni degli opinionisti stranieri chiamati dai talk show italiani siano a libro paga del governo di Vladimir Putin.

C’è il caso di Nadana Fridirkhson, presenza fissa in alcuni programmi (recentemente a Carta Bianca ), che lavora per la tv del ministero della Difesa russa. Ma sono arrivate informazioni dello stesso tipo per almeno altre tre persone.

Come si è spiegato nel corso degli incontri al Copasir, la questione non riguarda la necessità di un contraddittorio. Ma attiene alla questione della propaganda. Josep Borrell, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per le politiche di sicurezza, nello spiegare il motivo per cui si era deciso di mettere al bando Russia Today e l’agenzia Sputnik, aveva detto che, dal loro punto di vista, erano «armi nell’ecosistema di manipolazione del Cremlino», che «bombardano le menti e gli spiriti: l’informazione è il combustibile della democrazia. Se l’informazione è di cattiva qualità, anche la democrazia è di cattiva qualità».

«Se dunque si è deciso di chiudere Russia Today e Sputnik», dice a Repubblica una fonte della nostra intelligence, «per una questione di sicurezza nazionale, per quale motivo permettiamo che altre persone pagate da Mosca vengano a portare gli stessi concetti nelle nostre tv?».

Il terreno è scivoloso. Perché, evidentemente, c’è di mezzo la libertà di informazione. Ma secondo il Copasir è cruciale. Anche perché è stato lo stesso comitato, per primo, in piena pandemia a sollevare il caso delle operazioni russe in Italia in tema di disinformazione. L’intenzione ora è di procedere per gradi. Per il momento verrà ascoltato soltanto il management della televisione pubblica. Anche per capire come gli opinionisti vengono scelti e invitati, se esiste una lista e se c’è qualcuno, magari in ambasciata, che offre i contatti.

Una circostanza non è sfuggita: il primo maggio scorso contemporaneamente in prima serata in Italia sono andate due interviste. Quella al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov su Rete4 e quella al giornalista amico di Putin Vladimir Solovyev su La7. Due voci ufficiali di Putin entrambi sotto sanzioni da parte dell’Italia e della Ue.