Inflazione e riformeBonomi critica il bonus da 200 euro, Garofoli difende le misure anti-rincari

Il presidente degli industriali ribadisce che la priorità è la riduzione del cuneo fiscale: «Io di fronte a una proposta che porta nelle tasche dei lavoratori 1.223 euro in più all’anno fino alla fine della carriera lavorativa mi sarei aspettato di trovare l’accordo di tutti. Così non è stato». Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dice: «Si è preferito proteggere chi è più esposto». E «se necessario, interverremo ancora»

LaPresse

«Duecento euro una tantum di fronte ai 1.223 proposti da noi, cioè un mese di salario in più per tutta la vita lavorativa. Tutti parlano di equità sociale e se qualcuno ha una proposta migliorativa rispetto al taglio del cuneo fiscale proposto da Confindustria, siamo pronti ad accettarla. Ma finora non l’abbiamo vista».

Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi parla alla Stampa per commentare i contenuti dell’ultimo decreto aiuti da 14 miliardi approvato lunedì 2 maggio dal governo Draghi. «Dallo scorso settembre abbiamo avanzato, fino ad oggi inascoltati, una nostra proposta per mettere più soldi in tasca agli italiani e nello stesso tempo, aumentare la competitività delle imprese. Servono interventi strutturali, e i soldi ci sono, ma serve anche la volontà politica di tagliare il cuneo fiscale», dice.

Bonomi dice che Confindustria è disposta a «sostenere i sacrifici» di un eventuale blocco alle importazioni di gas russo – l’unica soluzione «se vogliamo veramente colpire la Russia», spiega – ma a «una semplice condizione». E cioè che «questo Paese faccia le riforme, apra finalmente una stagione di quello che noi definiamo riformismo competitivo, cioè faccia quelle riforme che servono a costruire il Paese del futuro, a rendere il Paese competitivo per il futuro. L’Italia è da venti, trent’anni che aspetta di fare le riforme. Oggi le risorse ci sono. Non ci sono più scuse per non fare del nostro Paese un Paese moderno, efficiente, inclusivo, sostenibile, per dare risposte alle disuguaglianze». E invece «i partiti sono già in campagna elettorale come abbiamo visto nella discussione dell’ultima legge di bilancio».

Tra le priorità degli industriali, c’è il taglio del cuneo fiscale, dice Bonomi. «È innegabile che famiglie e lavoratori stanno soffrendo, specialmente quelli dai redditi bassi. Siamo tutti convinti che sia necessario mettere soldi in tasca agli italiani e non prelevarli. Io di fronte a una proposta che porta nelle tasche dei lavoratori 1.223 euro in più all’anno fino alla fine della carriera lavorativa mi sarei aspettato di trovare l’accordo di tutti. Così non è stato».

Bonomi torna a spiegare la proposta di Confindustria che, dal suo punto di vista, servirà anche a sostenere il potere d’acquisto contro l’inflazione: «Oggi le imprese pagano i due terzi del carico contributivo mentre un terzo è a carico dei lavoratori. Noi proponiamo, in caso di via libera alla riduzione del cuneo contributivo, di invertire questa quota: due terzi ai dipendenti e un terzo alle imprese. Per noi questa è la strada da seguire e non certo quella della detassazione degli aumenti salariali».

Perché? «Da quando io sono presidente dell’associazione sono stati rinnovati i contratti per 4,7 milioni di addetti sui 5,4 delle imprese di Confindustria. Il caro dell’energia e delle materie prime ha ridotto i margini per le imprese e il 16% ha già ridotto le sue attività e se andrà avanti così per ancora qualche tempo un altro 30% taglierà le loro produzioni. Chi propone di detassare eventuali aumenti retributivi a carico delle imprese mentre è in corso un maxi aumento di entrate pubbliche, non ha lavorato un solo giorno in fabbrica».

Dove si trovano però questi 16 miliardi? «Le risorse ci sono», risponde Bonomi. «Nel Def c’è scritto che quest’anno le entrate tributarie e contributive saranno superiori di 38 miliardi al 2021. In più, i dati giù diffusi da inizio anno rilevano altri miliardi di entrate indirette aggiuntive sui prezzi dell’energia. La spesa pubblica italiana nel 2022 supererà i 1.000 miliardi l’anno. In questo quadro, coperture per 16 miliardi si possono trovare senza deficit aggiuntivo. Da inizio anno sono stati spesi 30 miliardi in bonus. Sommando bonus e superbonus edilizi, che pur hanno permesso il rilancio di un settore in difficoltà, essi sono diventati l’unica leva di rilancio delle imprese, a scapito di industria 4.0, ricerca e l’innovazione».

In più, aggiunge, «le imprese ogni anno pre-Covid hanno pagato circa 3 miliardi per finanziare la cassa integrazione ordinaria, ricevendo prestazioni per i propri dipendenti tra i 500 e i 600 milioni. In nove anni, tra il 2010 e il 2019, le imprese hanno pagato 28,4 miliardi, l’Inps ha pagato per prestazioni e contributi volontari 11,7 miliardi. Per cui le imprese hanno dato allo Stato 16,7 miliardi in più dei soldi che sono serviti per la cassa integrazione all’industria. È un’altra seria ragione per cui lo Stato potrebbe oggi impiegare quei 16 miliardi di minori contributi per interventi strutturali sul costo del lavoro avvantaggiando i lavoratori. Sarebbe un gesto serio di grande responsabilità del Paese».


Garofoli difende il decreto aiuti da 14 miliardi

Su Repubblica, invece, Roberto Garofoli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, rilascia la sua prima intervista e difende il decreto da 14 miliardi appena varato dal governo, facendo il punto sul Pnrr e le riforme connesse.

«Il messaggio è che va fatto tutto quanto è necessario per rispondere efficacemente agli shock causati dalla guerra», spiega. «Serve a rispondere con immediatezza alle difficoltà sociali e del comparto produttivo, a mitigare gli effetti del caro-materiali e consentire così che gli interventi del Pnrr siano realizzati senza intoppi, a proseguire nella traiettoria di sviluppo del sistema economico. Quattordici miliardi, di cui ben 7,8 per la “componente sociale”. Se necessario, interverremo ancora».

Il governo, aggiunge, «ha piena consapevolezza della sofferenza che attraversa il Paese. Guarderei alla manovra nel suo complesso. Quanto ai “200 euro”, altre soluzioni erano in astratto possibili, ma il beneficio sarebbe stato più robusto per i percettori di redditi e pensioni più elevati. Si è preferito proteggere chi è più esposto». E in contemporanea, con la tassa sugli extraprofitti, «in un momento di eccezionalità si chiede un contributo a quegli operatori che hanno registrato ricavi eccezionali per cause congiunturali, per venire incontro a famiglie e imprese».

«Non credo sia corretto definirle “misure tampone”», spiega. «Contribuiscono a combattere il caro-vita». E la riduzione del prezzo alla pompa, con il taglio delle accise prorogato fino all’8 luglio, «potrà eventualmente esserlo ancora anche utilizzando il maggior gettito Iva derivante dai rincari».

Garofoli ammette che il governo è preoccupato per il rallentamento della crescita e i dati sull’inflazione, «anche se il Paese mostra, come spesso accaduto nella sua storia, una indiscussa vitalità: 800mila occupati in più, un tasso di occupazione del 60%, ai massimi storici. Siamo in difficoltà, ma abbiamo le energie e le risorse per proseguire lungo la strada di una crescita sostenibile e inclusiva e per non far deragliare il Paese dai binari delle riforme tracciate dal Pnrr».

Proprio il Piano nazionale di ripresa e resilienza «è la bussola che può concorrere a portare fuori da questa situazione. A maggior ragione, dunque, è necessario completare ciò che è utile agli italiani. Il governo è però consapevole di alcuni profili critici che riguardano la realizzazione delle opere e che dipendono dagli eccezionali rincari dei materiali. A queste circostanze si è risposto riconoscendo agli appaltatori, entro certi limiti, questi rincari. Ora si deve proseguire speditamente». Ma, aggiunge, «ciò che mi sta più a cuore del Pnrr è l’impegno per ridurre i divari nell’istruzione, nella formazione e nella ricerca, nello sviluppo delMezzogiorno, nel grado di occupazione femminile, nella disponibilità di servizi sanitari e sociali, nell’inclusione delle persone con disabilità. Non realizzare il Piano significherebbe tradire una delle sue ambizioni più significative: riequilibrare queste disuguaglianze».

L’impegno ora «è proseguire con determinazione nell’attuazione del programma, fronteggiare le emergenze, raggiungere tutti i 45 obiettivi del primo semestre 2022 del Pnrr: non ci si può distrarre». Ma sulla concorrenza siamo già in ritardo, ammette: «I tempi cominciano a essere davvero molto stretti. Entro dicembre le misure dovranno essere approvate. Per rispettare questa scadenza e predisporre delicati decreti attuativi è cruciale approvare la delega al più presto».