Alleanza atlantica La lezione americana di Draghi agli opinionisti della domenica (e a Conte)

La telefonata tra i ministri della Difesa di Washington e di Mosca è sulla scia di quanto Il presidente del Consiglio italiano ha suggerito a Joe Biden. E pensare che fino a qualche anno fa assistevamo ai salamelecchi di Giuseppi a Donald Trump (e di Trump a Putin)

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Lo scetticismo di alcuni politici sull’idea di un contatto fra Joe Biden e Vladimir Putin formulata da Mario Draghi a Washington come al solito era infondato. Ormai bisogna che tutti si rendano conto – vale anche per il mondo dell’informazione – che quando Draghi dice una cosa non è mai a caso, non è mai una «voce dal sen fuggita che poi richiamar non vale», per dirla con Metastasio.

Era chiaro che il rapporto diretto fra Stati Uniti e Russia non si sarebbe concretizzato con una telefonata diretta tra i due capi di Stato ma con un contatto a un livello appena inferiore, come infatti ieri è accaduto con la telefonata tra il sottosegretario alla Difesa americano Lloyd Austin e l’omologo russo, il ministro della Difesa Serghei Shoigu.

È una svolta? Presto per dirlo ma certo è una novità di grande importanza anche se certo non ha portato, né poteva portare, a una svolta sostanziale, ma è già fondamentale che gli Stati Uniti abbiano fatto un passo per chiedere ai russi il cessate il fuoco, segno che le condizioni sul terreno sono molto cambiate. Anche questo aveva chiarito Draghi nella capitale americana distinguendo il prima, quando si fronteggiavano Davide e Golia, e l’adesso, quando Golia non c’è più, e anzi si sta ritirando da una postazione decisiva come Kharkiv.

Alla luce di queste due importantissime notizie di ieri, la lezione americana del presidente del Consiglio italiano va riletta da cima a fondo, perché è ormai evidente che egli ha giocato un certo ruolo nell’opera di persuasione di un Biden forse ancora troppo dentro lo schema moralmente ineccepibile sin qui seguito: scontro frontale con il macellaio di Mosca e fortissimo sostegno al governo democratico di Kiev.

Nel piano di Draghi ha contato moltissimo la sua esperienza in campo internazionale, essendo chiaro che ricoprire il ruolo della Banca centrale europea comporta un ruolo di assoluto rilievo nello scenario mondiale; e poi anche, come si è detto tante volte, ha pesato un suo personale ascendente umano e politico sul presidente americano, il quale molto probabilmente considera la forza di Draghi persino superiore a quella di tutti gli altri leader europei.

Tenendo presente tutto questo è del tutto privo di senso pensare che Mario Draghi sia andato a Washington a prendere ordini come ha detto qualche estremista della domenica, ma è anche molto provinciale pensare che egli si sia esposto sulla ricerca di un possibile avvicinamento delle parti in causa giusto per blandire i pacifisti nostrani alla Giuseppe Conte in vista del dibattito parlamentare di giovedì prossimo, un appuntamento al quale il presidente del Consiglio arriva fortissimo, malgrado le intemperanze gialloverdi e le inopinate per quanto autorevoli richieste – lo ha scritto Carlo Cottarelli – di andare al voto a ottobre. La verità è che l’Italia di Draghi ha voce in capitolo, eccome. E questo è un fatto. Niente di paragonabile ai salamelecchi di Giuseppi a Donald Trump. Per fortuna.