Vocazione atlanticaDraghi dà una mano a Letta sulla guerra, ma non lo libera da Conte

Con la visita a Washington, il presidente del Consiglio ha introdotto il tema della pace, contribuendo a spegnere le proteste degli antiamericani interni al Partito Democratico. Adesso il vero problema rimane l’avvocato del populismo, sempre più senz’arte né parte

di Camilo Jimenez, da Unsplash

Sempre scatenato, Giuseppe Conte parla come se le cose dette da Mario Draghi a Washington a Joe Biden non fossero mai esistite. Ormai parla come uno fuori dal governo. Non accenna a mediare. Ieri un altro ultimatum, o penultimatum, fate voi: «Dopo un terzo invio di armi, che per noi non devono essere né più pesanti, né più letali, vogliamo fare una discussione?», ha detto a Piazzapulita. E quindi: «Dopo il terzo invio, io credo che l’Italia abbia dato il suo contributo. L’Italia ha già dato e ora deve essere in prima linea per la pace. Un passaggio con un voto, con un atto di indirizzo in Parlamento è un elemento di chiarificazione anche per le forze politiche». Basta armi, «l’Italia ha già dato»: ma che vuol dire? Che il sostegno all’Ucraina è a tempo?

Vuole un voto parlamentare, che non ci sarà giovedì prossimo perché è prevista una informativa del presidente del Consiglio senza voto finale e probabilmente neanche dopo perché, come ha spiegato il costituzionalista e deputato dem Stefano Ceccanti, «non ci sarà nessun voto sull’imminente decreto interministeriale di aiuto alla legittima difesa dell’Ucraina perché sono ancora pienamente vigenti come fondamento giuridico e politico fino al prossimo 31 dicembre le risoluzioni molto puntuali votate alle Camere l’1 marzo scorso».

Eppure l’avvocato del populismo cercherà in ogni modo la conta. Lascia capire che il governo ha esaurito la sua funzione, che era legata al Pnrr e alla lotta alla pandemia: burocraticamente si scorda che poi è scoppiata una guerra a due passi da noi. Ecco dunque che il Conte scatenato comincia ad essere una mina vagante che se non farà cadere il governo certo gli renderà la vita difficile, sempre più difficile, con buona pace degli sforzi di pazienza di Enrico Letta che se lo porta ogni volta a pranzo per poi scoprire che non hanno niente da dirsi se non litigare, come due vecchi sposi decenni dopo il matrimonio.

Dal canto suo Mario Draghi, e non è la prima volta che accade, “ha dato la linea”, come si diceva una volta nella sinistra. A Washington il presidente del Consiglio non ha modificato ma semmai aggiornato la posizione sulla guerra di Vladimir Putin. Era quello che il Pd aspettava e di cui aveva bisogno. Quando Enrico Letta la settimana scorsa aveva provato a dire che «l’idea di vincere, di battere l’avversario non mi appartiene, è l’ora del cessate il fuoco, della tregua, della pace», in molti avevano subito osservato che il leader stava cambiando posizione pur di non perdere i contatti con il mondo pacifista cattolico e di sinistra, ma la semplice verità è che il numero uno del Nazareno aveva avvertito un cambio di fase e la necessità di non inasprire gli animi nel partito e nell’elettorato di riferimento.

Poi, prima Emmanuel Macron con il grande discorso di Strasburgo, e poi il presidente del Consiglio davanti a Joe Biden, gli hanno indirettamente dato man forte. Lui, coraggioso finché si vuole, non poteva però reggere a lungo su una linea sostanzialmente ferma al 24 febbraio. È vero che il suo partito lo ha seguito specie nella prima fase della guerra. Ma qualche brontolìo lo si avverte da giorni, e non è riducibile al “dossettismo” di Graziano Delrio, sottilmente scettico, per usare un eufemismo, verso gli Stati Uniti che in fondo ha raccolto pochi adepti tra i parlamentari dem.

Il problema è che emerge, e non solo nel Pd, una duplice lettura del rapporto fra Europa e Usa, ed è un nodo non sciolto: Europa ancorata all’atlantismo o Europa contrappeso di Washington? Tenendo presente questo dilemma, le parole di Draghi, e anche la sua postura veramente “da pari a pari” con il presidente americano, chiariscono che il rapporto atlantico è il perno della politica estera italiana ma che entro questo perimetro c’è spazio per un richiamo al realismo che coincide con l’avvicinamento dell’obiettivo di un “tavolo” nel quale l’Ucraina possa ottenere ciò che chiede, vale a dire ciò che è giusto.

È una posizione che viene incontro alle inquietudini dei cattolici del Pd e della sinistra interna. La quale, a mezza bocca, già mostrava segni di nervosismo per una linea giudicata un troppo allineata alla Casa Bianca. Si era segnalata la non molto nota presidente del partito Valentina Cuppi che aveva addirittura chiesto un’assemblea nazionale, mentre Monica Cirinnà aveva provveduto a criticare l’aumento delle spese militari, e ancor di più una Laura Boldrini che è tornata di fatto sulle posizioni di LeU, quindi il trio di ex presidenti della Toscana (Claudio Martini, Enrico Rossi, Vannino Chiti) su posizioni alla Rosy Bindi, e la vicesindaca di Bologna Emily Clancy che partecipando alla serata santoriana del teatro Ghione a Roma protestava contro «le liste di proscrizione dei pacifisti», quella stessa manifestazione che ricordava ieri Gianni Cuperlo sul Domani: «Giorni fa al teatro Ghione di Roma convocati da Michele Santoro non c’erano degli sfrontati sostenitori del Cremlino, c’era una platea consapevole perché convinta che oggi una via alternativa a bombe e missili esista e vada cercata», una frase che esprime il timore il partito «penda dalle labbra di Stoltenberg», cioè quello che sui social viene sbeffeggiato come il “partito con l’elmetto”.

Ma la verità è che l’atlantismo di Enrico Letta è salvo perché l’obiettivo di fondo resta inalterato: la sconfitta politica di Putin, l’ex Golia, che passa necessariamente per la prosecuzione degli aiuti militari a Kiev. Dunque il segretario del Pd deve molto a Mario Draghi che indirettamente ha spiazzato gli antiamericani “interni”, da solo avrebbe fatto molta più fatica, e non è detto che avrebbe vinto. Il problema vero di “Enrico” è però un altro. Sempre lo stesso: il Conte scatenato.

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