L’adulto e gli adolescentiDraghi dà una mano a Salvini per disinnescare la gnagnera di Conte

Per consolidare la linea atlantica sull’Ucraina, il presidente del Consiglio ha lasciato che il leader della Lega si prendesse il merito di sventare fantomatiche patrimoniali (che non c’erano)

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Tenere in piedi la maggioranza di governo, nata sotto l’emergenza del Covid, è diventata un’impresa sempre più difficile, tenuto conto che dovrà, meglio dire, dovrebbe tirare avanti fino alla fine della legislatura nel 2023. Ancora quasi un anno di calvario per Mario Draghi, che deve navigare a vista tra i marosi della guerra e il rischio dell’ennesima recessione. 

È chiaro quindi che il presidente del Consiglio debba in qualche modo accontentare i partiti più riottosi e in debito d’ossigeno di consensi come la Lega e Movimento 5 stelle. Matteo Salvini canta vittoria per le modifiche al decreto fiscale e alla riforma del catasto, prendendosi il merito di avere sventato una patrimoniale e l’aumento delle tasse sulla casa. 

Per Enrico Letta si tratta solo di teatrino, ma in ogni caso è propaganda che Palazzo Chigi concede ai leghisti per senso di responsabilità, per tenere la nave a galla mentre girano voci tossiche sul rischio di elezioni in autunno. E anche per altri due motivi. 

Salvini e Berlusconi possono sbattere in faccia a Giorgia Meloni, e soprattutto agli elettori contesi, che il centrodestra di governo Lega-Forza Italia produce risultati: altrimenti chissà quali salassi tributari voluti dalla solita sinistra. È comodo stare all’opposizione lucrando una rendita di posizione – fa capire il capo del Carroccio a Giorgia Meloni – ma fuori dal governo non si ha la forza di incidere sulle questioni reali che interessano gli italiani.  

Non è forse un caso che il vertice del centrodestra fissato per questo fine settimana sia saltato per volere di Salvini e Berlusconi, i quali vogliono godersi il momento di gloria e far bollire a fuoco lento Meloni. Lei pretende regole chiare e scritte su come stare nella coalizione in futuro («Si vince e si perde insieme: tutti in maggioranza o tutti all’opposizione»). 

La leader di Fratelli d’Italia ha già ottenuto da Forza Italia il ritiro del candidato berlusconiano a sindaco di Palermo: ora, dicono i forzisti, non può pure pretendere di imporre la ricandidatura del governatore uscente Nello Musumeci. Questo è uno dei temi che il centrodestra avrebbe dovuto affrontare nel vertice disdetto e che dovrebbe tenersi la prossima settimana.

Il secondo motivo per cui Draghi ha dato una bandierina al centrodestra: il presidente del Consiglio spera che Salvini rompa l’asse con Giuseppe Conte sulla richiesta di non inviare altri armi all’Ucraina. Il leghista, dopo l’incontro di giovedì con Draghi, ha infatti detto che non c’è alcun asse con Conte. Poi però è ritornato sul refrain che mandare ancora armi non porta alla pace.

Salvini e Draghi ne hanno parlato per un’ora. Il presidente del Consiglio ha anticipato al leader della Lega che andrà in Parlamento a parlare di Ucraina dopo il suo incontro con Joe Biden, ma non ritiene necessario un altro voto autorizzativo. 

L’obiettivo della visita a Washington è di capire quali siano le vere intenzioni dell’Amministrazione statunitense sul campo militare, riavvicinare Usa e Russia, aprire uno spiraglio per le trattative e dare all’Europa un ruolo che non sia a traino degli americani. Salvini gli ha fatto i suoi migliori auguri per il viaggio, ma è molto scettico che possa arrivare il risultato sperato dai leghisti: l’illusione che mandando meno armi, Putin fermi la guerra e faccia ritornare indietro i suoi carri armati. 

Sembra però che un risultato Draghi lo abbia ottenuto. Salvini non sosterrà la richiesta di Conte di un nuovo voto in Parlamento, senza il vincolo della fiducia, per autorizzare l’invio di altri armi. Quelle, appunto, che i 5 Stelle considerano offensive, dopo aver già votato l’autorizzazione a consegnare agli ucraini armi difensive. Un’ipocrita distinzione e una richiesta su cui Conte intende continuare a martellare nei prossimo giorni. Mentre Draghi è a Washington. 

È il classico comportamento che serve a delegittimare il presidente del Consiglio quando si trova all’estero. In altre occasioni è stato un modo poco serio di far sentire la voce di un partito che scalpita. In questo contesto di guerra, con le difficoltà che sta vivendo l’Europa sul sesto pacchetto di sanzioni alla Russia, con Viktor Orbàn che definisce l’embargo sul petrolio una bomba atomica lanciata sull’economia ungherese, è pura e semplice irresponsabilità.