Phase out subitoL’embargo sul gas russo è la mossa più lungimirante che può fare l’Europa

Nonostante gli scossoni immediati sul piano economico, i vantaggi strategici sarebbero immensi: si indebolirebbe Mosca in modo sostanziale e, soprattutto, ci si sottrarrebbe una volta per tutte da una dipendenza energetica ormai insostenibile e pericolosa

di Avi Waxman, da Unsplash

«Morire per Danzica?» chiedeva Marcel Déat in un articolo apparso sull’Oeuvre nel 1939 (la sua risposta era negativa). Per quanto molti non apprezzino paralleli tra l’aggressione di Putin e la Seconda guerra mondiale (nonostante la prima a farne sia, però, la propaganda russa), adesso l’Europa si trova a una domanda simile (seppure forse più meschina): «Spegnere il condizionatore per Kiev?».

A una domanda, certo, meno d’effetto di allora, sembra che si voglia rispondere con analoga meschinità. Circa un mese fa il Presidente del Consiglio Mario Draghi sintetizzava il bivio cui i leader europei si trovano di fronte adesso con la famosa frase «Preferite la pace o il condizionatore acceso?», efficace sintesi ripresa, poi, anche da parte della stampa internazionale.

La questione energetica, la questione della nostra dipendenza dalla Russia e, dunque, la questione della leva e del ricatto economico che abbiamo consentito a Vladimir Putin di esercitare sull’Europa è ora il vero nodo dirimente per la politica europea. Tuttavia, è anche una questione che sovente viene travisata da una certa categoria che potremmo definire dei “realisti”. Li troviamo sia a destra che a sinistra, sono quelli che dicevano che “realisticamente” l’Europa doveva fare affari con la Russia – che “realisticamente” hanno legato mani e piedi di parte delle maggiori nazioni europee all’energia di Putin – sono quelli per cui un Putin vale un Biden (perché “realisticamente” anche gli americani hanno fatto tante cose brutte) e sono quelli per cui parlare di democrazia e libertà sarebbe un ghiribizzo da anime belle, perché “realisticamente” queste sanzioni danneggiano la nostra economia, affamano la gente. E, dunque, quella affermazione di Draghi è stata in parte derubricata in patria come eccessivamente semplificativa, spicciola, superficiale (dai realisti, dai pacifisti, dai “complessisti”).

Anche all’estero una tale affermazione, potremmo dire, non sarebbe stata accolta con entusiasmo da alcuni. In particolare, dal cancelliere tedesco Olaf Scholz che è il paladino del «non servirebbe a nulla smettere di comprare petrolio e gas russi». Le preoccupazioni principali che affliggono la Germania e il cancelliere tedesco e che li fanno tentennare per quanto riguarda l’embargo contro il petrolio (anche se sembra che ormai si siano decisi) e il gas russi sono di natura economica: i tedeschi temono un’altra recessione.

Tuttavia, quello che vorremmo evidenziare in ordine a questo realismo e questo complessismo che guardano con supponenza noi altri, presi da emotivi accessi ideali di amore per la libertà e la democrazia, è che si tratta, di sicuro, di uno strano tipo di realismo e complessismo: un realismo che poco considera la realtà, un complessismo che, però, si limita a una stucchevole complessità di facciata.

Dunque, come risposta alle realiste e materiali preoccupazioni di molti, si potrebbe replicare, parafrasando Draghi, e anche un leader storicamente ben più noto, “Dovevate scegliere tra la guerra e la recessione. Avete scelto la guerra, avrete la recessione”.

La angoscia di Scholz, e di molti altri, in ordine alla non sostenibilità dell’embargo al petrolio e al gas russo perché potrebbe mandare l’economia tedesca (e anche quella italiana) in recessione, infatti, è sicuramente una preoccupazione che non può essere ignorata; non, però, tiene conto di una realtà più complessa (ora tocca a noi, guarda un po’, insegnare ai pacifisti la complessità).

L’immagine che alcuni presentano è calamitosa: il ministro tedesco Robert Habeck ha dipinto uno scenario catastrofico di disoccupazione di massa e povertà qualora la Germania dovesse smettere di importare gas tedesco.

Tuttavia, a questo punto, è bene notare che un report di Bruegel, già a gennaio 2022, stimava che per l’Unione Europea sarebbe possibile arrivare al prossimo inverno senza del tutto importazioni di gas russo: non senza conseguenze, ovviamente, difatti, tanto significherebbe dover diminuire la domanda di gas del 10-15%. Stime di diverse università prevedono che la Germania per uno stop totale delle importazioni di gas dalla Russia potrebbe risultare un danno per il Pil tedesco fra lo 0,3 e il 3%.

Certamente, la Germania è uno dei Paesi che, dall’inizio della guerra, ha pagato più miliardi alla Russia per acquisto di combustibili fossili (poco più di 9 miliardi), ma anche l’Italia, che viene subito dietro la Germania, ha pagato alla Russia una somma consistente: circa 7 miliardi. In Italia, similmente, molti affermano, quindi, che lo stop al gas russo sarebbe insostenibile: secondo le stime l’Italia sarebbe, appunto, assieme alla Germania (anche se in misura inferiore) uno dei Paesi che potrebbero subire il maggiore contraccolpo economico da uno stop al gas russo.

Scholz sostiene che l’embargo ai combustibili russi non sarebbe in grado di fermare la guerra, ma non sappiamo se tale sia un’affermazione, come dire, alla “volpe e l’uva”: molti pensano il contrario, tra questi anche Andrey Illarionov.

Mentre il direttore della Verità Maurizio Belpietro dice che «tanto la Russia farà affari con altri», Mosca nel 2022 vede il 50% delle sue entrate totali provenire da gas e petrolio, confermando le parole di John McCain per cui Mosca sarebbe meramente una “gas station” (più che un Paese). Questo dato indica che se la leva energetica che la Russia ha nei confronti dell’Europa è forte, ancora di più lo sarebbe la leva da parte europea. Se l’Europa volesse usarla.

Tuttavia, l’Europa non sa usarla, e trasforma quello che potrebbe essere il partito debole in partito forte.

A questo punto le considerazioni da tenere in conto sarebbero principalmente due.

Anzitutto, la prima è che la guerra non andrà a colpire l’Europa economicamente solo in caso di un embargo all’energia russa: se è vero che dall’embargo risulterebbe un danno economico consistente, è altrettanto vero che la continuazione della guerra seguiterebbe a causare effetti negativi sull’economia. In particolare, il problema che sta emergendo al momento non è solo quello dell’aumento dei prezzi del gas e dell’energia, ma quello dell’inflazione alimentare, come ha anche evidenziato Draghi al Parlamento europeo. Difatti, tra i beni di esportazione ucraina (e russa) i cui prezzi sono incrementati di più a partire da gennaio vi sono anche il grano e il mais (oltre al nickel e al platino). Questi due beni alimentari essenziali hanno visto un incremento di prezzo notevolmente superiore all’incremento di prezzo del gas sul mercato europeo. Nondimeno, l’inflazione su questi due beni alimentari non è solo unicamente causata dalla “naturale” distruzione delle catene logistiche dovuta alla guerra, ma è volontariamente ed artificialmente indotta dai russi. Vi sono stati diversi casi di attacchi russi mirati a depositi di grano e frumento, e, inoltre, secondo quanto emerge da diverse testimonianze di agricoltori ucraini, i russi starebbero attivamente sequestrando e distruggendo macchinari agricoli, fertilizzanti, semi e altri asset fondamentali per la produzione agricola. Dalla tv di Stato di Mosca si parla di prendere e sequestrare il grano e il frumento ucraino per venderlo ai cinesi: questo – dicono – per trovare i punti di pressione e costringere gli americani a trattare «e a trattare alle nostre condizioni».

Questo dovrebbe significare che i russi sono perfettamente consapevoli delle ripercussioni esiziali che l’aumento dei prezzi dei beni alimentari avrà sull’economia mondiale e cercano di aumentare ed esasperare questi effetti sia per danneggiare le economie occidentali sia per indurre il nemico alla resa. Appare, dunque, ragionevole supporre che i russi faranno qualsiasi cosa per tentare di nuocere alle economie europee finché la guerra dura.

I precedenti rilievi ci portano alla seconda considerazione che dovremmo fare. Dal momento che i russi usano consapevolmente tutti gli strumenti economici come arma di ricatto e di pressione (come abbiamo visto anche nel caso del grano), lasciare la propria sicurezza energetica in mano agli approvvigionamenti di Mosca è una mossa piuttosto azzardata. Infatti, come accennato prima, la questione energetica è una specie di arma a doppio taglio: può essere strumento di ricatto sia per l’Europa che per la Russia.

Continuare ad importare petrolio e gas russi senza programmare un phase-out più rapido possibile è lasciare l’andamento delle nostre economie in mano alla Russia. Questa, con il proseguire del conflitto, con il persistere delle sanzioni, potrebbe decidere di usare la sua leva energetica (che noi le concediamo) per infliggere punizioni economiche all’Europa. Facendo aumentare ancora di più i prezzi di petrolio e gas (Time segnala come l’esercito russo stia prendendo di mira anche raffinerie, depositi di carburante e catene di fornitura in Ucraina); tagliando le forniture di gas all’Europa, o ad alcuni specifichi paesi europei anche con l’obiettivo di danneggiare l’unità europea a sostegno dell’Ucraina. Tanto è anche dimostrato dall’interruzione di forniture a Polonia e Bulgaria.

Ciò significherebbe anche che la recessione che si cerca di evitare non estendendo le sanzioni alla Russia anche nel settore energetico, potrebbe essere indotta da Putin stesso nel momento e nel modo che riterrà più opportuno (naturalmente ad un costo enorme per il suo Paese, ma sembra, appunto, che la Russia si avvii verso “la mobilitazione totale” per la guerra), cercando, probabilmente di esacerbare conflittualità e divisioni fra i paesi europei. Dunque, l’alternativa che viene proposta fra embargo alle fonti energetiche russe (e quindi recessione) e non embargo è in parte fuorviante: l’embargo avrebbe, appunto, l’obiettivo di abbreviare il conflitto per indurre Putin a scendere a un tavolo di trattative. La prosecuzione della guerra alimenta ugualmente numerosissime ed imprevedibili minacce alle economie europee: non solo il problema dell’inflazione alimentare, ma anche l’impatto economico che avrà la più grande ondata di profughi in Europa dalla seconda guerra mondiale, il nervosismo continuo dei mercati data la situazione di incertezza, e persino la stessa questione energetica. Infatti, lo stesso problema energetico, come evidenziato prima, non viene risolto semplicemente evitando di imporre un embargo, perché, in questo modo, si passa la palla in mano a Putin aspettando la sua prossima mossa.

Mosca è in una situazione difficile, e anche l’Europa potrebbe sfruttare la leva energetica (ad un costo minore di quanto peserebbe, al contrario, alla Russia): l’economia di Mosca è, e diventa sempre di più, estremamente dipendente dalle esportazioni di energia, oltre a ciò, la Russia difficilmente troverebbe acquirenti per le tonnellate di gas e di petrolio che acquistava l’Europa. Questo, è soprattutto vero per quanto riguarda il gas, anche perché la Russia non avrebbe ancora le infrastrutture (i gasdotti) per esportare altrove il gas che esporta in Europa. Mosca impiegherebbe molto tempo a trovare acquirenti che sostituiscano l’Europa, la sua economia ne verrebbe durissimamente colpita e difficilmente potrebbe risollevarsi con tutte le altre sanzioni che pesano sui diversi settori.

Tuttavia, l’Europa attende e indugia anche per l’embargo unicamente sul petrolio (6 mesi aveva proposto la Commissione, Orbán ha detto no), rifiutandosi di usare un’arma di cui potrebbe servirsi e lasciando, invece, che sia Mosca ad adoperarla, Mosca che paradossalmente partiva da una situazione di inferiorità materiale.

È bene notare che esisterebbero altre opzioni efficaci come una tariffa sul gas e sul petrolio russi (come hanno anche suggerito Politico e l’Economist), tuttavia anche queste sembrano aborrite dai nostri pacifisti.

I realisti e i pacifisti che si dolgono per le possibili conseguenze negative dell’embargo del petrolio (e dell’embargo del gas) – per quanto lenti e graduali siano tali embarghi – non proteggeranno le nostre economie, ma, semplicemente, le lasceranno in balia dei capricci di Putin.