La pace e il condizionatoreConsumiamo un po’ di meno e smettiamo di dare soldi a Putin, dice Timmermans

Il vicepresidente della Commissione Ue responsabile del Green Deal spiega che la resistenza contro Mosca comincia fra le mura domestiche: «Un grado in meno di temperatura nelle case di 450 milioni di famiglie vale 10 miliardi di metri cubi di gas»

(La Presse)

L’embargo energetico contro la Russia serve, ma da solo non basta. La soluzione con cui Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue e responsabile dello European Green Deal, pensa si debba affrontare Putin ha molte facce. Certo, le sanzioni subito vanno bene, ma la strategia di lungo periodo deve andare oltre le ritorsioni.

«Dobbiamo avere più risorse rinnovabili, essere sempre più indipendenti per gli approvvigionamenti e consumare meno», dice in un’intervista alla Stampa. Il che vuol dire investimenti comuni, soldi pubblici e privati, grande concentrazione sui progetti, e la consapevolezza che la resistenza comincia fra le mura domestiche: «Un grado in meno di temperatura nelle case di 450 milioni di famiglie vale 10 miliardi di metri cubi di gas», stima. Cioè quasi il 10% di tutto l’export che arriva da Mosca.

Intanto, l’embargo energetico europeo verso la Russia è bloccato. «Lo abbiamo proposto nel nostro pacchetto di sanzioni», spiega Timmermans. «C’è solo un Paese che ancora non è d’accordo, l’Ungheria. Il consiglio europeo della prossima settimana sarà importante. Al punto in cui siamo non so dire come andrà a finire, ma spero si possa trovare un’intesa». Ma se anche solo «l’embargo petrolifero aiuta, tuttavia non è un colpo risolutivo. Noi dobbiamo evitare di versare soldi nelle tasche di Putin che si finanzia solo con la vendita di combustibili fossili. Questo deve essere l’obiettivo».

Ma nessun ricatto dal Cremlino, assicura. Se Putin «taglia le forniture farà molto più male a sé stesso che a chiunque altro».

Intanto le bollette si riscaldano. Difficile prevedere cosa accadrà in vista dell’inverno. Ma per Timmermans «la via per abbassare i prezzi di luce e riscaldamento è aumentare l’energia dalle fonti rinnovabili, che sono molto meno care dei combustibili fossili. E la prima cosa che possiamo fare è ridurre i consumi, come indica il piano europeo RepowerEu».

Il vicepresidente della Commissione Ue, con il suo ragionamento, rimanda alla metafora di Draghi sulla scelta tra pace e condizionatore. «I piccoli passi individuali fatto da 450 milioni di individui possono significare molto», spiega. «Se tutti riducessero la temperatura a casa di un grado si avrebbe una diminuzione di 10 miliardi di metri cubi nella domanda di gas russo. Se raddoppiassimo lo sforzo per rifare le case, avremmo altri 20 miliardi di risparmi. Sarebbero 30 miliardi su 150 del flusso attuale proveniente dalla Federazione. Tutti soldi che non andrebbero nelle mani di Putin, che ne ha davvero bisogno, bensì nelle tasche dei cittadini e delle imprese europee. E non finisce qui». Poi, serve «l’accelerazione verso le rinnovabili, superando anche il problema delle autorizzazioni che richiedono tempi lunghi. Su questo abbiamo proposto di semplificare le regole. Si sveltiscono i progetti e si investe più rapidamente». A partire dalle autorizzazioni sui pannelli solari sui tetti. «Dobbiamo puntare su questo e chiedere che ogni nuovo edificio commerciale e pubblico debba obbligatoriamente avere i pannelli solari dal 2026. Per le costruzioni private, l’obiettivo è il 2027. Se ci riusciamo, i pannelli sui tetti da soli possono offrire il 25 per cento dell’elettricità di cui abbiamo bisogno».

Nell’attesa, l’Europa continua a scommettere sul Gnl, gas naturale liquefatto. E si torna a parlare di nucleare. «Sono agnostico nei confronti del nucleare», dice Timmermans. «Una centrale costa molto e richiede tempi lunghi per la costruzione. Occorrono ragioni molto serie per progettarne una, a meno che non la si abbia già e allora la modernizzi. Davanti all’opzione nucleare, consiglio di ragionare sui numeri a lungo termine, sui tempi e i costi, sulla certezza di avere l’uranio che occorre. Se tutte le risposte sono valide, allora si può fare. Se no, no. Il nucleare era una discussione ideologica negli anni Ottanta e lo è anche ora, ma al contrario. La scelta razionale è chiedersi se ne vale la pena. Spesso la risposta sarà no. In altri casi, sarà sì».

Poi passa al Pnrr italiano: «Non ho mai nascosto la mia ammirazione per il piano italiano, è molto buono ed è ben focalizzato sulla transizione energetica. La domanda è se lo stanno davvero attuando», dice. «Bisogna essere consapevoli che c’è solo una stretta finestra, un paio di anni per implementare i progetti. L’obiettivo della nostra raccomandazione era stimolare il governo italiano a fare in fretta, senza perdere opportunità. Sarebbe una tragedia se ci fossero miliardi di euro stanziati e non investiti. È un buon momento per fare ciò che è stato deciso».

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