La condizione umanaLa lezione universale del pezzetto di brioche che ho dato a mia figlia

Il richiamo delle cose che non si possono avere è ancestrale e profondo e vale per tutti, non solo per chi vive in situazioni derelitte. Colpisce, in misura stupefacente, anche chi vive in una situazione in cui non manca di nulla

di Conor Brown, da Unsplash

Mia figlia, undicenne, è celiaca. Se opportunamente sorvegliata e contrastata, è una patologia che non impensierisce e perlopiù rappresenta una scocciatura perché obbliga a un regime alimentare e igienico assai rigido: ma davvero c’è di peggio, come si dice e come si sa.

L’altro giorno la figliola si è lasciata andare a una minuscola violazione dell’obbligo di non assumere cibo con glutine. Io stavo facendo colazione con questa cosa per me ordinaria e per lei vietata che in Italia chiamiamo brioche (in Medio Oriente dicono “cornetto”), e lei mi guardava con occhi che non riuscivano neppure a essere imploranti ma solo rassegnati e, come diceva Savinio descrivendo una giostra mal ridotta in riva al mare di Normandia, «muta come solo i poveri sanno tacere». Che una bimba nata e cresciuta non si dice in ricchezza, ma insomma nell’ordinario benessere di una città cui nulla manca, in una routine di interessi e preoccupazioni che non implica il fabbisogno alimentare, si trasfiguri in una bestiola che fissa tristemente quell’impasto di zucchero e farina cui non può ambire, come il cane davanti al pranzo non condiviso del padrone, denuncia bene in qual misura a governarci oscuramente ma con prepotenza siano i comandi arcaici della nostra esistenza, il nucleo puro e antenato che tuttavia ci contrassegna e ci vincola al nostro stato vero e originario.

Ma dicevo della brioche: ovvero, appunto, in magrebino corrente, “cornetto”. Cedo, e decido di ammollargliene un minuscolo brano. La fanciulla non può farne che un boccone, perché quello è: ma è come se la deglutizione di quel piccolo residuo pastoso avesse risarcito ere di angosce da denutrizione. E quando la bimba, a sigillo di quel ripagamento, ormai noi usciti dal bar, mi ha detto «Papà, era buonissima…», allora io ho pensato che a inibire il diritto non a un dolce contenente glutine, ma a un cibo qualsiasi, diffusamente e anche poco lontano da qui non c’è una prescrizione medica ma lo stato derelitto di tanti. Ho fatto osservare la circostanza a mia figlia, che ha smontato così quei miei vagheggiamenti: «Eh, portagliele anche a loro le brioche». Era tornata umana, cioè stronza.