Il mostro attendistaAncora non si sa che cosa voglia fare Renzi politicamente (per ora prende tempo)

Lex presidente del Consiglio si è posizionato ai margini dell’arena politica, aspetta e guarda, soprattutto ha una parte minima nel dibattito del momento (ad esempio la guerra) e si fa vedere poco, mentre scrive un libro in risposta alle inchieste che lo riguardano

di Long Ling, da Unsplash

«I nostri sono nervosi, preoccupati e dicono: e noi che si fa?». Già, non si è capito bene Matteo Renzi cosa voglia fare. In un’intervista al Mattino si è un po’ allargato, come si dice a Roma – «un terzo polo può arrivare al 20%» – ma la cifra è poi scesa al 10% nella conferenza stampa per la presentazione dell’ultimo suo libro, “Il mostro”, lungo e circostanziato j’accuse contro quella parte della magistratura, soprattutto fiorentina, che lo ha messo al centro di varie indagini tuttora aperte.

Matteo è scatenato contro le toghe, contro il sistema della magistratura dominato dalle correnti, «non guardo in faccia a nessuno», «sono pronto a un confronto all’americana» e via dicendo. La notizia più eclatante, com’è noto, riguarda la “bomba” scagliata dal leader di Italia viva contro il vicepresidente del Csm, l’ex amico David Ermini ancora ieri sbeffeggiato per «la sua proverbiale audacia» (Ermini è uomo mite, ndr), reo, secondo quanto scritto nel libro e ribadito ieri, di aver «distrutto la prova del reato», cioè il famoso fascicolo sulla fantomatica “loggia Ungheria” consegnatogli da Piercamillo Davigo, un’accusa che il vicepresidente del Csm ha respinto annunciando querela al suo ex leader.

Giudizio per il momento sospeso, ovviamente, anche se non può sfuggire l’incattivimento anche verbale di Renzi nei confronti un ex compagno di strada, e soprattutto la portata istituzionale di un senatore all’assalto del vicepresidente del Csm e c’è da constatare che il duello con la magistratura si porta appresso dunque anche questa specie di regolamento di conti generazionale tra “amici” come si definivano i democristiani, anche quelli giovani, persone che avevano militato insieme nella Margherita, poi nel Pd: è il presente che si scaglia contro il passato.

Ma di tutto questo si è scritto e si scriverà affrontando il merito delle questioni poste nel libro mentre qui interessa di più una duplice questione: l’indeterminatezza della proposta politica di Italia viva e la attuale postura umana oltre che politica del suo leader. Sono due aspetti intrecciati.

Renzi si mostra già da qualche tempo con il massimo di affabilità e calma olimpica, quasi che si sentisse ormai al margine della lotta politica e non invece un suo attore di primo piano: ecco, l’ostentazione di un distacco psicologico – che peraltro fa a pugni con la vis polemica di cui è intriso ogni suo discorso – pone all’osservatore la questione se Matteo Renzi abbia scelto di svolgere un ruolo secondario, al massimo di pura interdizione, ruolo in cui peraltro eccelle, e non già quello di protagonista della vicenda politica, il che sarebbe l’esito fino a qualche anno fa imprevedibile per l’uomo che aveva in tasca il Paese.

Forse sta qui, in questo wait and see, la radice della vaghezza della linea di Iv, un partito nato per costruire un’alternativa a quel bipopulismo che paradossalmente va in crisi ma non a causa (o per merito) di Renzi ma per dinamiche sue proprie. La fotografia della situazione politica, soprattutto in questi ultimi mesi, restituisce infatti l’immagine di uno scontro politico confuso tra i poli e dentro i poli nella sostanziale inerzia di chi ne è fuori. Guardiamo per esempio a tutte le discussioni sulla guerra di Putin e pensiamo alla parte minima che vi ha avuto Renzi. Eppure sarebbe stata l’occasione giusta per dare battaglia al montante “talkismo televisivo” più o meno scopertamente putiniano e a quelle forze politiche che pensano di lucrare voti grazie a un “pacifismo” abborracciato ed è un fatto che Enrico Letta in questo frangente sia si trovato un po’ solo; ed anche il sostegno a Mario Draghi si è fatto via via più tiepido, nella convinzione renziana che la stella del presidente del Consiglio sia destinata al declino, esattamente come la sua, quella di Luigi Di Maio, Paolo Gentiloni, Matteo Salvini, Giuseppe Conte (l’elenco lo ha fatto esplicitamente).

L’attacco al bipopulismo (Conte&Salvini) resta certo centrale ma proprio per questo ci si attenderebbe l’indicazione di una via di fuga alternativa e tuttavia Renzi prende ancora tempo, persuaso che si voterà «a metà maggio» del 2023, dunque c’è tempo, ritiene, per fare qualcosa ma che cosa non lo dice, gli basta la consapevolezza, che per la verità condivide con Carlo Calenda, che «lo spazio c’ė».

È da escludere che sul serio egli pensi di avanzare una nuova offerta politica sulla base della critica alla giustizia italiana, tassello pure importante, al centro del suo libro che si annuncia come una clamorosa confutazione di fatti, accuse e personaggi che da Consip a Open alla vicenda dei suoi genitori ha tenuto Renzi, diciamo così, molto occupato. Così che alla fine l’interrogativo sul famoso centro riformista resta ancora senza una risposta non diciamo compiuta ma neppure abbozzata. Al momento, per Matteo Renzi, c’è spazio solo per fare la parte del “Mostro”, la vittima della malagiustizia, il che è perfettamente legittimo. La politica verrà, forse, dopo l’estate.