Il semi-divorzioConte o Di Maio? Nel Pd chiedono un chiarimento per non allearsi con i grillini sbagliati

I dubbi sull’affidabilità dei Cinquestelle (e soprattutto dell’avvocato del populismo) sono sempre più insistenti, soprattutto sul tema della guerra in Ucraina. Ma Letta evita sussulti per non compromettere la stabilità del governo e mantenere aspettative realistiche di vincere alle elezioni

di Oscar Dario, da Unsplash

Quando nella politica spunta la parola “chiarimento” vuol dire che non siamo al divorzio ma insomma le cose non vanno. Anzi, nella Prima Repubblica la richiesta di un “chiarimento” di solito era l’antipasto di una crisi, adesso è qualcosa di meno, un brontolìo che può diventare ira, un singhiozzo prima del pianto.

Però intanto nel Pd prende forma pubblica la richiesta di un “chiarimento” sul rapporto con il M5s guidato da un leader ondivago, nervoso, inaffidabile: a Giuseppe Conte tutti nel Pd preferiscono Luigi Di Maio, sul ministro degli Esteri allineato alle posizioni di Mario Draghi e Enrico Letta nulla da dire: «È molto migliorato», è il commento dei dem. E se è da verificare la sensazione che anche nel Movimento il ministro conquisti posizioni a danno dell’avvocato – i deputati sono in gran parte con lui, i senatori con Giuseppi – è certo che la pazienza dei dem è messa a durissima prova e in tutto questo Letta, pragmatico, ritiene che essendo Conte il capo è con Conte che bisogna coltivare il rapporto. Ma accettando tutto?

Valeria Fedeli, una delle voci più libere del Pd, insiste come tutti i suoi colleghi sulla guerra, un tema sul quale l’equilibrismo del segretario, con tutta la buona volontà, rischia di non reggere: «La linea di politica estera di un Paese rappresenta la sua unità e affidabilità internazionale. Chi gioca irresponsabilmente a dividere su questo fronte non solo non aiuta la causa della pace, ma mina la credibilità dell’intero Paese». Il partito del Nazareno è molto infastidito, per usare un eufemismo, per la insistita ed esibita convergenza fra l’avvocato e Matteo Salvini, due veri e propri mosconi che ronzano nella stanza di Draghi (che ieri si è sorbito per l’ennesima volta una visita del capo leghista, che però non lo ha attaccato, a differenza di come fa sempre Conte).

È possibile che questi dubbi sulla affidabilità del capo del M5s affiorino anche nella Direzione di oggi. Ci vorrebbe un sussulto della componente storicamente più critica con la politica camaleontica dell’avvocato del popolo, cioè Area riformista, che però è molto attenta a evitare tensioni che potrebbero avere ricadute sul governo.

Ė il solito ricatto che il Pd si autoinfligge ogni volta. La ragion di Stato che blocca sul nascere ogni dialettica e ogni discussione di fondo. Così si procede secondo una logica inerziale, quando invece sarebbe del tutto legittimo chiedere una cosa semplice semplice: ma la linea del M5s la detta Conte oppure Di Maio?

Letta preferisce stare alla larga dei problemi interni del Movimento e malgrado qualche timido segno di nervosismo, per esempio sul tema dell’invio delle armi all’Ucraina, tende a non spezzare i legami con i grillini, che ritiene indispensabili per correre credibilmente per la vittoria alle elezioni – sebbene i consensi del M5s siano in picchiata. Dunque rinsalda l’asse su un terreno scivoloso come quello della giustizia: oggi Letta proporrà di citare 5 Sì ai referendum sul tema (proprio la medesima indicazione dei grillini), anche se non tutti saranno d’accordo. Non è certo un caso.

La cosa però non risponde alla richiesta di un “chiarimento” innanzi tutto sul sostegno a Kiev: partendo da un presupposto, cioè meglio Di Maio di Conte.