La virtù del vapingCosì la Nuova Zelanda incentiva le E-Cig per combattere il tabagismo

Sempre più Paesi stanno adottando l‘uso di dispositivi elettronici per abolire la sigaretta tradizionale. Il Regno Unito entro il 2030 vorrebbe rendere la popolazione del tutto smoke free

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La Nuova Zelanda sta cercando di ridurre in modo drastico la dipendenza dal fumare. L‘approccio di questo paese nei confronti del tabagismo è da sempre stato tra i più categorici e severi del mondo. Negli anni le campagne di disincentivazione si sono concentrate di volta in volta sull‘aumento vertiginoso dei prezzi dei pacchetti di sigarette, o sull‘idea, accolta anche in Europa, che packaging dalle immagini particolarmente tristi o brutali potessero inibire gli acquirenti.

Adesso, l‘obiettivo sembra un altro: puntare sui dispositivi elettronici alternativi, che presentano un rischio ridotto rispetto alle normali sigarette, le E-cig. Se n‘è discusso durante un’intera sessione dell’evento “The E-Cigarette Summit Usa”.

Il vaping, o svapo, non era certo popolare in Nuova Zelanda. Erano prodotti non ancora regolamentati. Invece, come ha sottolineato Ben Youdan, direttore della Youdan Consulting, si è capito che rappresentano la strada più efficace, non solo per convertire i fumatori, ma anche per indirizzare e coinvolgere preventivamente gli aspiranti tali, anche se definirli così fa un po’ sorridere.

L‘obiettivo della campagna insomma non è tanto reprimere il fumo, ma piuttosto dirigere verso un fumo meno nocivo soprattutto i giovanissimi, coloro che cominciano in età scolastica andando a rimpolpare la percentuale dei consumatori di nicotina.

«Con l’aumento del vaping è sceso drasticamente il numero dei fumatori di sigarette tradizionali, mentre se si confrontano con le percentuali in Europa e nel resto del mondo i dati sono decisamente inferiori. Più si aiuta ad usare prodotti alternativi alle sigarette e più si avranno ex fumatori», spiega Youdan.

Questo solleverebbe il sistema sanitario della Nuova Zelanda di circa 2,8 miliardi di dollari.

La politica sul fumo elettronico della Nuova Zelanda consiste in un particolare sistema di vendita al dettaglio, nel divieto parziale sulle sostanze aromatizzate e in protocolli di sicurezza e report su effetti avversi.

Durante il summit grande attenzione è stata rivolta al modello britannico, che in questo senso è diventato una vera e propria fucina di tabacco riscaldato o senza combustione.

Ann McNeil, docente di Dipendenza da tabacco all’Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience del King’s College di Londra ha spiegato che l’obiettivo del Regno Unito è una progressiva ma radicale liberazione dal fumo, il cosiddetto smoke free, da attuare entro il 2030. Nessun altro paese ha pretese così ambiziose, nemmeno la Nuova Zelanda, che invece punta sulla più modesta riduzione della popolazione fumatrice al solo 5% entro il 2025.

La realizzazione del progetto avverrà e può avvenire solamente attraverso il passaggio alle E-cig o comunque a prodotti che riducono, senza azzerarli, i danni della nicotina. Addirittura si pensa a una autorizzazione del commercio di questi dispositivi tramite una prescrizione del Nhs, il servizio sanitario pubblico inglese.

L‘appoggio delle evidenze scientifiche alle E-Cig e ai dispositivi alternativi alle sigarette tradizionali sono sempre più rassicuranti: Hartmann-Boyce, professore associato e editor al Cochrane Tobacco Addiction Group e al Nuffield Department of Primary Care Health Sciences dell‘Universita’ di Oxford, ha spiegato che aiuterebbero a rinunciare del tutto al vizio del fumo. Anche se non ci sono studi che certificano la totale mancanza di effetti collaterali, come la dipendenza, non ci sono altresì elementi che provano la presenza di danni alla salute.

«Dal 2023-24, a tutte le persone che accedono in ospedale e fumano viene offerto un programma a lungo termine del Nhs, adattato a chi è in gravidanza. C‘è anche il supporto psicologico di specialisti, e il programma prevede di includere anche l’opzione per i fumatori di passare alle sigarette elettroniche mentre sono assistiti dalle strutture ospedaliere», ha concluso Ann McNeil.