Contro il MostroLa grande manovra per abbattere Renzi e la desolante situazione della giustizia italiana

Il libro dell’ex presidente del Consiglio vende bene, nonostante i sondaggi bassi per il suo partito. È merito della storia e dei retroscena che racconta: una vicenda individuale che, per i temi gravi che solleva, riguarda tutti

Roberto Monaldo / LaPresse

Stavolta il Mostro non viene sbattuto in prima pagina ma al primo posto delle classifiche, il che fa riflettere sul fatto che in piena era antipolitica un libro politico sia il più venduto, e se volete c’è anche da chiedersi come mai l’autore, Matteo Renzi, vada tanto bene in libreria quanto male nei sondaggi.

Il nesso voti-copie vendute d’altronde è ancora tutto da dimostrare e probabilmente non esiste: «I libri non fanno crescere nei sondaggi», ci dice un Renzi comunque molto fiero («Wow!») del successo del suo libro (“Il Mostro”, pagine 192, Piemme), il suo dettagliato j’accuse contro quel pezzo della magistratura che, a suo parere, distorce l’equilibrio dei poteri in un rapporto che definiremmo incestuoso con pezzi della politica e della comunicazione, e che certamente gli ha giocato in questi anni brutti tiri.

«Ma il mio non è un libro sulla giustizia – precisa il leader di Italia viva – ci sono i servizi segreti, i retroscena del Quirinale, Consob e Banca d’Italia, le fake news di Putin, le trivelle», dunque un libro politico a tutto tondo nel quale ogni cosa è illuminata, verrebbe da dire, dalla battaglia di vari mondi contro di lui, il “Mostro”, tante storie diverse eppure accomunate da una reazione di tanti soggetti alla sua leadership, alla sua azione di governo: «Parlo anche di come mi hanno trattato i compagni di partito sulla legge Zan, i media sulle varie inchieste che mi hanno colpito, i social sulle fake news, parlo di tante cose…». E in effetti il libro è strapieno di notizie, di ricostruzioni (quante cose passano sotto il naso di noi giornalisti senza che ce ne accorgiamo!), anche di piccole vendette: si sa che Renzi è uno che non la manda a dire ed è anche per questo che la pletora dei suoi nemici si fa sempre più larga.

A monte del successo di libri come questo c’è sicuramente il tipico “voyeurismo” – così lo ha definito Massimiliano Panarari sulla Stampa – degli italiani che vogliono conoscere il retroscena (traduzione giornalistico-politica del pettegolezzo di costume), il gusto un po’ sadico per le carneficine della verità, la passione per la ricerca dei santuari del Potere, degli altarini della politichetta, insomma l’ansia per la puntata successiva della grande maledizione pasolinana – «io so ma non ho le prove» – appunto nel trovare queste “prove”, nel rispondere alla domanda “chi c’è dietro?”, qui è la molla delle vendite.

“Dietro” c’è molta gente, dice Renzi. Come avrebbe detto Leonardo Sciascia, il contesto è fondamentale, e dal punto di vista dell’analisi politica non è difficile individuare nell’avvento al potere dei populisti – quelli che demoliranno il Pd di Renzi – lo spartiacque della storia recente che ha scatenato di tutto. Ecco Renzi cosa racconta, tra le mille cose: «Contro lo Sblocca Italia si muove il primo esperimento di fronte populista che vedremo poi all’opera anche sul referendum costituzionale e, in modalità differente, nella campagna elettorale delle politiche del 2018. Salvini che va con la maglia di Putin al Parlamento europeo o che srotola uno striscione con scritto “Renzi a casa” in Piazza Rossa nei giorni del referendum costituzionale non è diverso da Manlio Di Stefano, braccio destro di Di Maio nel Movimento come al governo, che si presenta al congresso del partito di Putin per dire nel 2016 che l’Ucraina è uno stato fantoccio della Nato e giurare che con i grillini al governo non solo si sarebbero interrotte le sanzioni a Mosca, ma addirittura si sarebbe paventata l’ipotesi dell’uscita dell’Italia dall’euro. Lo stesso Di Stefano, peraltro, che in Parlamento definiva la Tap come un’opera di criminali».

È un passaggio-chiave che allude alla maxi-manovra antirenziana nella quale, come si è detto, confluiscono tante trame sottili e meno sottili. Tranelli in cui il protagonista spesso inciampa, altri che restano tesi nel buio della politica. E nel libro Renzi si spinge avanti nella denuncia (insomma, qui si attaccano procure, leader politici, il capo della Russia, non è roba da poco), ed è esattamente in questa discesa nei bassifondi della politica nel suo intreccio con le regole della legge non rispettate che sta la chiave della fortuna del libro: d’altra parte, su un diverso versante, hanno stravenduto anche i libri di Luca Palamara, persona discutibilissima, a riprova di come il focus della giustizia – o meglio: della malagiustizia – sia l’epicentro del dissesto istituzionale di questo Paese, come sanno tutti i cittadini comuni, non solo i presidenti del Consiglio, sballottati nel mondo kafkiano della giustizia italiana.

Sorge qui, incidentalmente, una domanda: ma se è così, perché il tema della giustizia non riesce mai a diventare una questione politica di massa, restando sempre o roba di casta o lamentazione individuale? Lo vediamo in questi giorni che precedono i cinque referendum sulla giustizia, che saranno anche “tecnici” e complicati, ma la cosa grave è non che siano difficili ma che non se parli, come se il tema fosse, alla fine, prerogativa di politici, magistrati e professori – appunto, cosa di caste – e il popolo avesse altri problemi. Dopodiché si legge il libro di Renzi e capisci che si sta parlando non delle peripezie di un leader politico ma delle magagne di un Paese e dei suoi cittadini.

Per lui è tutta adrenalina: «Sì, i libri non portano voti, certo. Ma siamo certi che come area che fa riferimento al mondo di Macron possiamo fare come minimo il 10 per cento. Saremo la sorpresa delle prossime elezioni». Il “Mostro” ci crede, in attesa che il “mondo di Macron” si palesi anche da noi.

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