Dioscuri bipopulistiLe vite parallele di Salvini e Conte, nella vittoria di ieri e nella sconfitta di domani

Il leader della Lega e quello dei Cinquestelle sono ormai una palla al piede per i rispettivi partiti. E se nel Carroccio rumoreggia già un venticello sciroccoso, Di Maio attende la débâcle alle Amministrative per regolare i conti

È evidente che i dioscuri del populismo italiano, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, si ritrovino a condividere un comune rischio: quello di essere politicamente fatti fuori. Entrambi sono ormai un problema per i rispettivi partiti visto che nei sondaggi sia la Lega sia il M5s appaiono dimezzati e che dal punto di vista politico si agitano scompostamente un po’ alla giornata senza mai ottenere alcun risultato pratico, andando entrambi col cappello in mano, il primo da Silvio Berlusconi e il secondo da Enrico Letta, a chiedere sostegni: finisce che la gente se ne accorge e soprattutto se rendono conto i dirigenti dei due partiti.

Nella Lega, partito verticista che più verticista non si può, per la prima volta da molto tempo si odono rumoreggiamenti, circolano dubbi, si avvistano piccoli movimenti – un certo attivismo di Massimiliano Fedriga, il libro di Luca Zaia, gli eterni amletismi di Giancarlo Giorgetti, persino le critiche di un pasdaran come Lorenzo Fontana – insomma si leva quell’inconfondibile aria sciroccosa che può precedere il temporale d’estate.

Politicamente, nel rapporto con Mario Draghi che vorrebbe essere, diciamo così, molto dialettico, ogni volta Salvini esce da palazzo Chigi denudato di argomenti, o perché questi sono effettivamente deboli o perché il premier puntualmente glieli ha smontati: fatto sta che è come se la Lega non aderisse ma non sabotasse, sospesa in un limbo politico tra l’arrembaggio di Giorgia Meloni e le intermittenze del cuore di Silvio Berlusconi. Poi lui ci mette del suo, certo, incapace di resistere al “fanciullino” che ha dentro di sé, quello delle smargiassate che ne fecero un personaggio all’epoca del Papeete e dei citofoni bolognesi e che si tramutarono in una tragedia di un uomo ridicolo quando andò in Polonia e il sindaco di quel paesino gli tirò fuori la maglietta di Putin. E oggi ci risiamo con questa farsa del vado-non vado a Mosca, una gag che gli ha attirato le critiche bipartisan di tutto il mondo politico. Questi sono voti persi, Salvini. Glielo stanno dicendo – un po’ troppo sottovoce, ma glielo stanno dicendo – i suoi scudieri.

E al suo ex sodale (ma poi non tanto ex) Giuseppe Conte non è che le cose vadano meglio. Anch’egli, smarritosi nelle difficoltà della politica vera, tenta l’unica carta che sa giocare, quella del populismo stavolta venato di rossastro (rosso sarebbe nobilitarlo), quella del novello leader gandhiano che però non dice altro che lo slogan “ora basta con le armi” che è cosa diversa e più puerile del dire “no alle armi mai”, alla don Lorenzo Milani per dire: no, Conte dice che «l’Italia ha fatto la sua parte, adesso basta», come se la guerra fosse finita, e invece nel Donbas si combatte e ad armi impari. Su questa opzione furbetta l’avvocato del popolo punta di nuovo a mettere in difficoltà il governo e magari a inventarsi un nuovo partito mooolto di sinistra, quella che qui abbiamo chiamato “Italie insoumise”: scelta minoritaria per definizione in un Paese come il nostro. E comunque inservibile per il governo.

Luigi Di Maio invece ha una linea opposta, lo sanno tutti. Lo scontro non è rinviabile. Il presidente del Consiglio andrà in Parlamento il 21 giugno e Conte già medita una mozione contro l’invio di armi mentre il ministro degli Esteri è ovviamente vincolato alla linea del governo che è opposta: e dunque? Non è forse un’occasione storica per un definitivo chiarimento tra le due anime?
Quel che è certo è che Di Maio aspetta che il cadavere passi trasportato dal fiume della sconfitta alle elezioni amministrative per regolare i conti con l’ex premier. Salvini&Conte, vite parallele nella vittoria e nella sconfitta, due leader che stanno diventando una palla al piede per i rispettivi partiti dove stanno capendo che sarebbe meglio dar loro un colpo definitivo. Forse è l’unica cosa da fare, se vogliono risalire la china.