Lavoro flessibileTiziano Treu dice che il decreto dignità è stato un fallimento e va riscritto

«Io ho sempre detto che la flessibilità si paga, e invece i contratti a termine rischiano di costare meno, perché non hanno premi né scatti», spiega il presidente del Cnel. Secondo l’ex ministro, è ora di introdurre il salario minimo, ma evitando di sparare numeri a caso come ha fatto Tridico. Servono «commissioni apposite, senza improvvisare»

Foto Vincenzo Livieri - LaPresse

Tiziano Treu, oggi presidente del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) è stato il primo a introdurre la flessibilità nel mercato del lavoro italiano, nel 1996 con il governo di Romano Prodi. E oggi, mentre in tanti dall’Italia guardano ammirati la riforma varata dal governo spagnolo che ha portato a un boom di assunzioni stabili ad aprile, Treu è scettico sulla replicabilità della formula nel nostro Paese. Né, per abolire la precarietà, da noi ha funzionato decreto dignità grillino. Un vero fallimento.

L’aspetto positivo della riforma spagnola, dice Treu in un’intervista alla Stampa, è che «fanno pagare di più i contratti brevi, questa è una misura che ritengo utile. Uno dei nostri guai non è solo che abbiamo un numero di precari superiore alla media europea, ma che abbiamo tantissimi rapporti di breve durata, di un mese, di quindici giorni… Io ho sempre detto che la flessibilità si paga, e invece i contratti a termine rischiano di costare meno, perché non hanno premi né scatti».

«Non so se in Italia avrebbe gli stessi effetti, noi abbiamo un sistema meno ordinato, anche sulla rappresentatività». In più, per realizzare una riforma così delicata bisogna «negoziare per mesi».

E le limitazioni alle causali per giustificare i contratti a termine introdotte dal decreto dignità non sono servite. «Ho sempre pensato che le causali non siano lo strumento migliore perché creano confusione», spiega Treu. «Negli anni passati abbiamo avuto decine di migliaia di contenziosi giudiziari. Le causali imposte dal decreto Dignità erano illeggibili e molto contraddittorie».

E ora che il decreto è sospeso fino a settembre, Treu dice senza mezzi termini che «bisogna riscriverlo perché non ha funzionato bene, magari tenendo conto delle misure spagnole. Loro hanno introdotto solo due causali, e poi andrebbero affidate ai contratti collettivi, non alla legge».

Altra questione: i salari. Per farli crescere, evitando la spirale prezzi-salari, bisognerebbe far crescere la produttività. «Investiamo poco in istruzione e abbiamo piccole aziende che non fanno ricerca: questi sono i fattori della nostra debolezza», dice Treu. «Adesso c’è l’opportunità, con i progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, di spingere sull’innovazione e sul digitale che, se fatti bene, servirebbero proprio ad aumentare la produttività».

E il salario minimo «si può fare in due modi: per legge o per via contrattuale. Sono le due strade tracciate dalla direttiva europea. Mi sembra di capire che le parti sociali non vogliano il salario per legge, allora facciamolo per via contrattuale. Però bisogna prendere i minimi dei contratti collettivi e dare loro valore cogente, perché finora tutti se ne sono lavati le mani».

Ma occhio a non sparare numeri come ha fatto il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, proponendo un valore legale di 9 euro lordi l’ora per tutti. «Io non sparo numeri, lo trovo sbagliato. I Paesi che hanno un salario minimo per legge lo hanno discusso in commissioni apposite, bisogna fare delle ricerche, non improvvisare», conclude Treu.

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