Figlio di nessunoL’unione delle migliori menti per combattere l’ineguaglianza sociale

Nella sua autobiografia scritta con Cristina Batticletti, l‘autore sloveno Boris Pahor recentemente scomparso spiega che bisogna organizzare una società intelligente, in cui ciascun uomo trovi una posizione dignitosa e valida, perché il consumismo e l‘attaccamento malsano al denaro conducono di nuovo alle dittature dei pochi sui molti

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Intellettuali, poeti, economisti, scienziati unitevi! Solo voi potete dare una soluzione politica all’ineguaglianza sociale, promuovendo principi umanitari universali. Dopo decenni di denuncia del crimine d’inquinamento, che i governi a lungo hanno bollato come fantasie, i grandi della terra alla fine hanno dovuto riconoscere il disastro che attanaglia il pianeta dal punto di vista ecologico.

Abbiamo preso coscienza che dobbiamo difendere i nostri diritti primari a respirare un’aria pulita, a mangiare del cibo sano, a trovare un ambiente non degradato. Condividiamo un destino planetario, quello di una Terra che divenga patria di tutti noi, come sostiene il filosofo Edgar Morin. Dobbiamo pensare a un mondo senza frontiere. E perché sia più giusto è giunto il momento per noi tutti di ribellarci alla dittatura del denaro.

La schiavitù al capitale, agli oggetti ci ha reso disumani. A cosa è servito combattere il fascismo se abbiamo perso la nostra umanità? Abbiamo dimenticato le grandi battaglie vinte contro le dittature del Novecento? Siamo un continente senza memoria.

Oggi il nostro sistema di welfare è in crisi e alimenta la protesta in Europa. La cartina di tornasole del buon funzionamento di uno Stato è quella del mondo del lavoro: un paese sano è quello in cui non ci sono scioperi perché significa che il salario è giusto e i servizi pubblici funzionano bene, come accade negli Stati socialdemocratici del Nord Europa, dove i datori di lavoro hanno accettato di guadagnare meno per garantire agli operai una vita dignitosa.

Oggi la nostra società si è incrinata, i principi su cui abbiamo basato la nostra esistenza e la nostra politica rischiano di essere cancellati da una finanza spregiudicata. Il capitalismo finanziario è molto diverso da quello produttivo, è il suo parassita perché dirotta i capitali nella speculazione. Dobbiamo organizzare una nuova sorta di resistenza che cambi il corso perverso della politica attuale, il laissez-faire che ha portato avanti solo alcuni e lasciato indietro molti. Ormai il capitalismo nella nostra società è proliferato in maniera insana.

Domina l’egemonia del profitto, il predominio delle lobby finanziarie che svuota di fatto la nostra democrazia, perché l’oligarchia schiaccia chi non ha più nemmeno la forza del lavoro. Devono essere perfezionate le leggi che vietano i monopoli e gli oligopoli sotterranei. La disoccupazione, lo sfruttamento, il mancato accesso alla sanità sono stati il minimo comune denominatore delle rivolte dei paesi nordafricani delle Primavere arabe, dei cacerolazos dell’Argentina, dei rivoltosi cileni, degli indignati spagnoli e greci.

Dobbiamo svegliarci, chiarirci le idee. L’atteggiamento di chi spacca gli autobus, le vetrine dei negozi e brucia automobili, come è accaduto nelle manifestazioni dei Gilet gialli in Francia, è condannabile. Altrettanto quello di chi sfila con i vestiti da deportato del regime nazifascista per reclamare il suo diritto a non essere vaccinato contro il Covid-19, un insulto per chi, come me, quella casacca l’ha dovuta indossare. Ma sono gesti di insofferenza da interpretare.

Si deve esecrare la violenza, ma anche chi l’ha provocata, chi scatena la diseguaglianza. Sfondare i negozi non rende chi agisce diverso dai delinquenti e dagli estremisti.
Vandalizzare è sintomo di inciviltà, ma certo comprendo, anche se non giustifico, questi atti estremi, perché nessuno ascolterebbe un uomo che gira con l’immagine di Cristo nella folla a ricordare la fratellanza.

Sono in tanti a patire, soprattutto dopo questa pandemia, che ha reso ancora più aspre le condizioni e acuito la frustrazione di chi non ha avuto successo nella vita privata e professionale. Se la ricchezza venisse distribuita, invece di essere concentrata nelle mani di pochi, si potrebbe saziare un mucchio di gente che non ha nemmeno il pane. Lo ha detto papa Francesco e l’ho proposto anche io più modestamente quando sono stato ospite del Parlamento europeo nel 2014. Ho avvertito i deputati: «Se continuiamo così andiamo alla distruzione completa».

Il problema è ancora il dominio dell’uomo sull’uomo, simile a quello che si è scatenato nelle dittature del Novecento. Solo che ora si esprime attraverso la proprietà delle cose. Spogliare gli altri uomini del possesso dei beni necessari significa privarli della loro dignità e renderli schiavi. Il capitalista sfrenato è un dominatore. In Italia sono milioni le persone che la mattina e la sera si mettono in fila per ricevere un pasto dalle organizzazioni di carità e così anche nella mia Slovenia. È vergognoso che questo accada, non solo per chi ha fede, ma per chi crede nell’essere umano.

L’aiuto, il sostegno, la solidarietà reciproca sono sentimenti antichi e istintivi, ma oggi sono in disuso. Il globalismo, che ha indubbi lati positivi nell’aver coinvolto nel progresso una fetta sempre più larga di popolazione, dando accesso a una migliore sanità e all’alfabetizzazione, ha però portato con sé una logica del profitto feroce. Dobbiamo imparare la lezione del passato: l’Europa, dopo aver elaborato l’Illuminismo, ha partorito i totalitarismi occidentali del XX secolo, in cui i grandi possidenti hanno finito per appoggiare il nazismo per la paura del comunismo.

Ma anche questo non è un fenomeno nato da solo, è il risultato dei nazionalismi, sviluppatisi nell’Ottocento in Europa.

Per questo dobbiamo stare attenti e mantenere viva la memoria. Quando si agitano i nazionalismi e i sovranismi dobbiamo pensare bene a quali conseguenze hanno portato.

Prima di me è stato l’amico Hessel a sostenere che bisogna ribellarsi. Hessel, che ha lavorato per il segretariato generale dell’ONU ed è stato uno dei principali redattori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, nel 2010 ha scritto unvolumetto in francese dal titolo Indignatevi!,* tradotto poi in italiano, che ha venduto tre milioni di copie in trenta paesi. In quelle pagine invitava la popolazione a prendere coscienza che il nostro è, grazie alla globalizzazione, un destino planetario, suggerendo una rivoluzione pacifica, intelligente.

La rivoluzione pacifica non c’è stata e non è in atto ora. Ma si può e si deve indignarsi sempre, perché l’indignazione, insegna Hessel, è il principio alla base della Resistenza e non possiamo rischiare di perdere le conquiste raggiunte dopo la guerra in Europa: le pensioni per un diritto a una vecchiaia dignitosa, una stampa indipendente, l’istruzione per tutti senza discriminazioni. Non è possibile, spiega Hessel, che non ci siano più i fondi per mantenere queste conquiste sociali.

Li abbiamo trovati nel momento di massima povertà, quando tutto era distrutto. A maggior ragione oggi che la produzione di ricchezza è fortemente aumentata, possiamo reperire il denaro sufficiente.

La rivolta è cosa seria e non ha nulla di improvvisato: per fare una rivolta ci deve essere una preparazione e un’organizzazione razionale, come inizialmente l’aveva pensata la rivoluzione comunista per arrivare a creare un’economia in cui i lavoratori dovevano essere sovrani. Io non sono mai stato comunista, ma ne ho apprezzato l’intento nel suo basilare sforzo genuino di battersi perché il lavoratore ricevesse la paga che meritava e non il minimo della retribuzione. Io condanno il comunismo quando diventa dittatura, quando, raggiunta la maggioranza, scavalca il lavoratore.

Il comunismo di Marx non dice di andare a rubare, ma alla fine anche i comunisti hanno seguito, senza confessarlo, il catechismo anarchico, che ammette ogni mezzo per distruggere la società malvagia. Di fatto ha ammesso il furto, perché Lenin e Stalin, i capi stessi della Rivoluzione, hanno rubato il potere al popolo. Hanno iniziato già il loro percorso politico con un amoralismo, una mancanza di etica. La rivoluzione sovietica invece di rinnovare il sistema ha solo sostituito lo zar con la dittatura comunista. Il bolscevismo era un movimento nuovo, in mano agli operai, ma purtroppo non è mai stato degli operai.

Oggi non c’è la dittatura del capitale, ma quella del denaro. L’attaccamento al denaro è come una malattia del corpo. La tendenza a dominare è connaturata nell’uomo: accadeva già nel Vecchio testamento, Caino e Abele ne sono l’esempio. Anche se allora il denaro non era stato inventato era evidente il concetto di sottomissione.

Albert Camus diceva di non credere in Dio, ma nemmeno nella Storia, perché nella Storia rimane traccia solo dei dominatori: Alessandro, Napoleone, Mussolini, Hitler sono accomunati dalla stessa sete di potere. Morti “gli Alessandri” sono i loro figli a dividersi la torta, creando dei domini minori, ma pur sempre domini.

Una volta una ragazza di tredici anni mi chiese perché i nazisti non uccidevano noi prigionieri immediatamente: «Semplice desiderio di sopraffazione», le risposi. Ci consumavano come cartucce fino all’ultimo grammo di energia e poi morivamo per consunzione.

Oggi di che cosa ha bisogno l’uomo per dominare? Di denaro. E la versione contemporanea di dominio è rappresentata dai tanti che silentemente prendono il comando del mondo, dalla loro bella casa guadagnano speculando sul denaro e nessuno conosce il loro nome.

Io non accosto il nazismo al capitalismo, ma condanno il capitalismo perché fonda la società sull’inclinazione dell’uomo a sopraffare l’altro, invitando alla lotta tra gli esseri umani per avere di più. Uno dei nodi focali di questo fenomeno è il consumismo. I centri commerciali hanno ucciso i piccoli esercizi e i negozi di quartiere, gli artigiani che invece vanno preservati e salvaguardati. Ha vinto la logica del prezzo più basso in un unico luogo, dove le cose devono essere subito smerciate per indurre all’acquisto di oggetti non necessari. Questo è possibile pagando poco il lavoro, delocalizzando.

Invece di tenere vivi tanti piccoli punti vendita, ormai sono rimasti solo i supermercati dove si creano i cartelli, in cui si comprano i prodotti in condizioni di esclusività, dove si entra per acquistare beni di prima necessità, come zucchero e riso, e ci si trova alla fine ad acquistare il superfluo, grazie a un’esposizione strategica.

Il consumismo dissennato è nocivo, ci spinge a comprare compulsivamente oggetti dalle virtù illusorie in una logica costante della prevalenza della quantità sulla qualità, ma il benessere legato all’oggetto svanisce immediatamente. Non abbiamo bisogno di accumulare cose, ve lo garantisco io che vesto ancora gli abiti degli anni settanta, camicie di altri tempi e maglioni lisi.

Quando mi fanno notare che indosso un capo rammendato, ne sono fiero. Sono incapace di buttare via qualsiasi cosa. E continuano a dirmi: «Pahor, come sei elegante!» Per essere in ordine basta avere un indumento dignitoso. Dobbiamo rigettare l’economia dello spreco, la corsa all’accumulo di prodotti dal valore virtuale spropositato. Oggi i nuovi proletari d’Occidente sono le persone che hanno perduto l’impiego, a causa della globalizzazione. E ne pagano le conseguenze anche quelli che il posto di lavoro lo conservano, perché il carico sulle loro spalle è più che raddoppiato. Bisogna sostituire la concorrenza esacerbata con una sana competizione in cui convivano regole univoche per tutti.

L’unica risposta a questo stato di cose è quella di un mondo economicamente “deglobalizzato”, in cui si rispettino le economie territoriali, rimanendo però connessi nella circolazione della cultura, delle informazioni, del rispetto dei diritti.

Dobbiamo organizzare una società intelligente, in cui ciascun uomo trovi una posizione dignitosa e valida.

Da Figlio di nessuno. Un‘autobiografia senza frontiere di Boris Pahor con Cristina Battocletti (La nave di Teseo), 320 pagine, 18 euro

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