Spot vs. messaNote paradossali per quelli che festeggiano la sentenza americana sull’aborto

La scelta dei giudici di Washington potrebbe contaminare campi contigui della moralità in decadenza, tra insegnamento bacchettone della Chiesa e pubblicità morbose in televisione (ma meglio di no!)

Siccome c’è caso che non si capisca immediatamente, chiarisco: sto scherzando.

Tanto premesso, così il direttore è tranquillo, dico che l’aria fresca che vien dagli Stati Uniti, quella che secondo l’immagine di qualche cristiano nazionale contribuirà qui da noi a far pulizia dell’impunitismo in materia di aborto, e che secondo l’antiabortismo cavilloso spira da un innocuo ripristino dell’originaria giuridicità nordamericana, potrebbe favorevolmente contaminare campi contigui della moralità in decadenza.

Mi riferisco al fenomeno, ormai quotidianamente pervasivo, degli spot pubblicitari – dal prodotto per spolverare casa allo strumento assicurativo, dal dessert al viaggio organizzato – che rammostrano, a volte persino in atteggiamenti d’intimità, coppie omosessuali. Si tratta di un pernicioso tentativo di delegittimazione della famiglia naturale, e della promozione di un modello sociale, di convivenza e delle relazioni personali che urta in modo plateale le fondamenta della civiltà cattolica. L’insegnamento della Chiesa, secondo cui l’omosessualità rappresenta alternativamente o cumulativamente una manifestazione morbosa o un segnale di grave disordine morale, e in ogni caso una degradazione peccaminosa meritevole di sanzione e correzione, è esposto a un gravissimo pericolo di diluizione se non è impugnato da chi di dovere per denunciare l’intollerabilità di questo andazzo di perversione.

Deve essere posto rimedio al disorientamento dei figli d’Italia, esposti in modo contraddittorio al messaggio parrocchiale che illustra i tratti patologici dell’omosessualità e a quello maleficamente suadente della pubblicità che invece la equipara al modello legittimo dell’accoppiamento. E a porvi rimedio deve essere la Chiesa in un ritrovato senso apostolare che la smetta una buona volta di esercitarsi nella ridotta della messa senza quorum e nelle ritualità stanche delle feste obbligate. Se pure fosse una battaglia perduta, la Chiesa dovrebbe intervenire con il vigore che a essa non manca per riaffermare in modo più netto, e ovunque abbia modo di farsi sentire, che la famiglia, cellula connettiva della nostra comunità valoriale, trova nella legittimazione pubblicitaria della patologia omosessuale il più grave motivo di affronto e la più efficiente causa di disgregazione.

Chi educa i propri figli all’insegnamento cattolico ha il diritto di pretendere che la Chiesa non si vergogni nel reclamare ciò su cui fa dottrina: e cioè la necessità di proteggere la società dal peccato e dalla turba omosessuale. E se il maligno è tanto ficcante da essersi insinuato nella réclame dei surgelati e delle offerte telefoniche, ebbene è anche da lì, o forse soprattutto da lì, che bisogna cominciare. E chissà, appunto, che la notizia statunitense non aiuti. Un po’ d’aria fresca a spazzar via la mistificazione mercatista, e finalmente un po’ di verità sul fatto che la donna che abortisce è un’assassina e il frocio è un malato.

E a questo punto tocca il P.S. per ripetere che no, non penso che gli omosessuali siano malati e non penso che le pubblicità con le coppie omosessuali attentino alla sacralità della famiglia fondata sul matrimonio. Così l’articolo è rovinato ma Rocca torna tranquillo.