L’avvocato non ci azzeccagarbugliConte non è la soluzione, ma la causa della débâcle grillina alle amministrative

Il leader grillino non è riuscito a ravvivare un partito che è destinato a un tonfo elettorale questo weekend. La gran massa adorante del vecchio Movimento si è dissolta, è rimasto un grumo populista

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Se, com’è probabilissimo, domenica sera dal primo turno delle amministrative uscirà un Movimento 5 stelle a pezzi la colpa non sarà stata altri che di Giuseppe Conte. Questo deve essere chiaro, malgrado sia già pronto l’armamentario d’argilla che l’avvocato populista intende maneggiare per spiegare la débâcle: il Movimento non è presente sul territorio eccetera eccetera. Non può essere una scusante, semmai l’ammissione di un totale fallimento (anche) organizzativo.  

Conte – seppure sub indice, è attesa a giorni una nuova sentenza sulla legittimità della sua elezione con i clic – è il leader del M5s: se questo Movimento non esiste di chi è la colpa? Ha avuto più di un anno per tentare di insediare nel Paese qualcosa di organizzato, sapeva che nel 2022 si sarebbe votato in 26 capoluoghi di provincia, di cui quattro sono anche di regione, (Genova, L’Aquila, Catanzaro, Palermo) e in 142 comuni con più di 15 mila abitanti (in tutto sono 971 comuni). 

Non era un mistero: dunque, cos’ha fatto concretamente Giuseppi per essere presente e competitivo? Niente, non ha fatto niente. Ecco infatti come va il Movimento a queste amministrative: Il M5s non presenta liste alle elezioni in 18 dei 26 capoluoghi al voto. Nei 15 in cui corre con il Pd appoggia candidati dem o civici. A Rieti corre con la lista “ConTe” (che il legale di Volturara Appula immagina come eventuale nome del post-M5s) e solo a Carrara presenta sia simbolo che lista che candidato sindaco del M5s. 

In nessuna città capoluogo c’è un candidato del M5s che corre per il centrosinistra, ma va sempre in appoggio ai candidati del Pd. In totale, l’M5s presenta sue liste solo in 64 comuni su 971. 

Quando si faranno i conti sulle percentuali è chiaro che il risultato sarà disastroso. Verrà fuori che dove si è votato i grillini valgono intorno al 5%. Non è tutta l’Italia, d’accordo, e soprattutto si tratta di amministrative, cioè il tipo di consultazioni nelle quali il partito di Conte non è mai andato bene (con le piccole eccezioni di Raggi a Roma e Appendino a Torino…, ma un paio di epoche fa). In ogni caso, sono scuse.  Gocce di acqua ossigenata sulle ferite. 

È evidente che la questione non è di tipo meramente organizzativo, cioè che questi sono organizzati poco e male: sul territorio non esistono proprio, non hanno dirigenti, non hanno candidati, zero. Stavolta, a differenza della magica tornata di Raggi, Appendino e Nogarin e tanti altri, evidentemente non c’è più un vento nazionale buono per gonfiare le vele locali. 

È questo il punto vero, ed è un problema di Conte, il quale – gli va dato atto almeno di questo – si è buttato a corpo morto nella campagna elettorale consapevole di suscitare ancora, specie al Sud, una certa aspettativa, insufflata con abbondanti dosi di demagogia e giochetti comunicativi su reddito minimo, reddito di cittadinanza, salari più alti, il tutto frullato con il pacifismo contro le armi che alla fine dà un cocktail populista dal sapore persino più vecchio di quello originario ideato da Beppe Grillo. 

Il silenzio ormai di mesi di quest’ultimo è eloquente, Il giocattolino si è rotto sotto i colpi della peggiore politique politicienne praticata dall’ex presidente del Consiglio durante e dopo i suoi due governi di colore diverso. La gran massa adorante del vecchio Movimento si è dissolta, è rimasto un grumo populista più vicino a Juan Perón che a Guglielmo Giannini – ed è proprio attorno al giustizialismo sudamericano che Conte si batte per 5 No ai referendum sulla giustizia – e oggi il Movimento/partito è ridotto ai minimi termini.

Luigi Di Maio forse non avrà nemmeno bisogno di infierire, non adesso almeno, e aspetta il suo turno. Ma invece di guardare in faccia la realtà, domenica sera aspettiamoci un avvocato che tenterà di azzeccare i garbugli facendo finta che non è successo niente e senza ammettere un dato chiaro: che della crisi del Movimento lui è il problema, non la soluzione. 

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