Polvere di CinquestelleConte e Di Maio sono finiti, ora la democrazia italiana può respirare

Il principale partito eversivo di questi anni impazziti non esiste più. È un grande giorno per il nostro paese. Sia pure con colpevole ritardo, adesso il Pd ne prenda atto ed eviti di ricascarci

Kier, Unsplash

Oggi è un grande giorno per la democrazia italiana. I Cinquestelle non esistono più.

Il principale partito eversivo di questi nostri tempi impazziti, secondo solo a quello di Donald Trump, è stato quello che ha inquinato il discorso pubblico italiano, che ha diffuso fake news e propaganda di potenze straniere nemiche della società aperta, che ha sostenuto sia Trump sia Xi sia Putin sia Maduro sia i gilet gialli segnando un record mondiale di apparentamenti con dittatori e brutti ceffi.

È stato il partito che ha perseguito la gogna per gli avversari, che ha cancellato i diritti degli imputati, che ha indebolito la democrazia rappresentativa, che ha pregiudicato il nostro futuro energetico, che ha fermato la ripresa industriale, che ha devastato le città e che ha professato il diritto di non fare e di non sapere un cazzo ma a carico dello Stato. Ebbene questo partito di ignoranti e di scappati di casa che quattro anni fa prese il 32 per cento dei voti degli italiani oggi non è più un partito.

Sono rimaste solo macerie: un tizio della provincia di Foggia che a un certo punto ha creduto di essere Napoleone, un vecchio algoritmo da rottamare, un paio di maschere per le sceneggiate di la 7 e del Fatto quotidiano e qualche fessacchiotto che alla fine della legislatura andrà separato dall’umido.

Certo, c’è anche il sedicente statista Di Maio. Il discorso della scissione di ieri sera, durante il quale ha avuto la faccia tosta di spiegare senza alcun imbarazzo che «uno non vale l’altro», è stata una delle pagine più squallide delle politica italiana recente, falsa e infingarda esattamente come quelle che ha contribuito a scrivere in precedenza.

Il ravvedimento operoso di Di Maio è grottesco, ma è ancora più surreale che qualcuno gli dia credito. Un populista vale un populista e il giovane Di Maio, come ha scritto Francesco Cundari, al massimo può fondare un dopolavoro per populisti falliti.

Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno festeggiato la fine dei Cinquestelle, così come tutte le persone serie a cominciare da Mario Draghi.

Col cerino in mano è rimasto il Pd (e anche qualche giornale talvolta, non sempre, liberal democratico) che per un paio di anni si è impegnato pancia a terra a promuovere un’indicibile alleanza strategica con il nulla mischiato a niente, contribuendo alla mutilazione del Parlamento e offrendo a un avvocato di Volturara Appula senz’arte né parte la guida fortissima dello schieramento progressista, e lo ha fatto con una pervicacia talmente insensata da aver cercato in tutti i modi di impedire l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi in nome di «una parola sola e un solo nome per il governo del cambiamento: quello di Giuseppe Conte».

In questa tragicommedia, Enrico Letta ha responsabilità minori rispetto al suo predecessore Nicola Zingaretti e alle vecchie cariatidi del Pci romano, anzi è stato richiamato da Parigi proprio perché i sostenitori di Conte avevano fallito il tentativo di tenerlo a Palazzo Chigi e non erano oggettivamente compatibili con Mario Draghi, la più autorevole personalità italiana nel mondo accusata di essere arrivata al governo «per una convergenza di interessi nazionali e internazionali che non ritenevano Conte sufficientemente disponibile ad assecondarli e dunque, per loro, inaffidabile». In romano si dice: «Malimorté»

Letta ovviamente non è tipo da credere ai complotti internazionali, come ha dimostrato tenendo una solida e sicura linea atlantista sull’Ucraina, però ci ha messo anche un pochino di suo nel continuare a perseguire l’alleanza con Conte, il quale intanto ha tramato con Matteo Salvini sul Quirinale e, adesso, contro Draghi sull’Ucraina.

Ma si sa che al Nazareno la fissazione è peggio della malattia e così è stata gettata al vento l’occasione offerta dal governo Draghi per far crescere una visione alternativa al bipopulismo italiano, probabilmente per evitare di dare ragione a Renzi, a Calenda e ai radicali di Emma Bonino più che per reale convinzione.

Ora che i Cinquestelle non ci sono più e che Conte si è rivelato per quello che è, un populista anti italiano e anti europeo, nessuno chiede a Letta un’abiura alla Bad Godesberg, come fecero nel 1959 i socialdemocratici tedeschi quando rigettarono il marxismo (e come magari dovrebbero rifare adesso per rigettare il puntinismo).

Un congresso del Pd per rinunciare formalmente all’ideologia dell’alleanza strategica con i populisti sarebbe anche un passaggio utile, ma in fondo non è necessario. Qui ci accontentiamo di poco e in particolare che adesso Letta e gli ineffabili Boccia, Orlando e Provenzano ci risparmino lo spettacolo indecoroso di provare a rappacificare i due populisti finalmente senza più popolo.

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