Purpose economyL’economia della bellezza rappresenta il 24% del Pil italiano

Secondo l’ultimo studio di Banca Ifis, le aziende che dimostrano di avere uno scopo nel migliorare il territorio e la società risultano vincenti. Per il 58% degli italiani i valori di una impresa rappresentano un parametro decisivo nella scelta di brand e prodotti

Banca IFIS

Efficaci, resilienti e aperte alla responsabilità sociale. È questo l’identikit delle aziende che contribuiscono all’Economia della Bellezza in Italia Secondo l’ultimo studio dell’Ufficio studi di Banca Ifis, l’impatto di questo comparto, considerato nel suo insieme, sul Pil italiano è del 24,1%. L’8,4 % di questa quota è rappresentato da aziende purpose-driven: 46.000 aziende guidate da un approccio orientato allo scopo che producono 650 miliardi di euro all’anno.

Queste imprese rappresentano 11 settori produttivi, a dimostrazione che la scelta di avere un impatto positivo su comunità e territori prescinde dalla tipologia di business e dai mercati di riferimento. Le aziende che scelgono questo approccio hanno un fatturato medio di 14 milioni di euro, riflettendo pienamente la struttura del sistema produttivo italiano caratterizzata da un ricco parterre di Piccole e medie imprese.

Lo studio di Banca Ifis si è concentrato sui due anni più critici per l’italia: 2020 e 2021. In questo biennio pandemico il concetto di Economia della Bellezza si è evoluto, unendo due anime dell’economia italiana: imprese della bellezza made in Italy e imprese purpose-driven. La Bellezza, dunque, si evolve e si arricchisce del purpose. 

Secondo la ricerca, per il 58% dei cittadini i valori dell’azienda sono un parametro «decisivo» nella scelta di brand e prodotti, mentre per il 33% sono «importanti». Tradotto: la bellezza è sempre più etica e legata al concetto di giusto. Giusto per la società, per l’ambiente, per i consumatori. E le tematiche ESG hanno acquisito sempre più centralità. 

Sostenibilità ambientale, rispetto dei lavoratori, attenzione ai diritti sono alcuni degli obiettivi delle imprese che il consumatore valuta, superando la concezione che pone sostenibilità sociale e sostenibilità ambientale come due concetti contrapposti. 

I clienti si stanno quindi trasformando da semplice pubblico ad attori critici al centro della scena che vogliono interagire, conversare, condividere, osservare e giudicare. In particolare, gli italiani sono sempre più interessati ad approfondire i valori e il modello di business delle imprese e, di conseguenza, sono importanti anche le modalità di comunicazione che l’azienda usa per veicolare il proprio impegno sociale o ambientale: il 31% degli italiani ascolta la voce dei dipendenti dell’impresa; il 30% consulta bilanci di sostenibilità e altri report e rendiconti; un altro 29% si affida alle certificazioni di organismi indipendenti.

«Il nostro studio dimostra, infatti, che la Bellezza, alla luce delle nuove e sempre più diffuse sensibilità rispetto ai temi della sostenibilità sociale, ambientale ed economica, conferisce alle aziende maggiore resilienza. A dimostrarlo anche il successo nel mondo delle PMI italiane che hanno saputo promuovere il connubio tra innovazione e tradizione mantenendo un legame stretto con il territorio», spiega Ernesto Fürstenberg Fassio, Vice Presidente di Banca Ifis. «Economia della Bellezza” rientra nell’ambito del progetto Kaleidos, il laboratorio di impatto sociale di Banca Ifis lanciato ad aprile per promuovere tutte le iniziative, presenti e future, che non riguardano strettamente il credito e che mettono al centro le persone».

Senza includere le aziende purpose-driven, l’impatto dell’ecosistema Economia della Bellezza sul Pil italiano è passato dal 17,2% del 2019 al 15,7% del 2021. Una flessione dovuta soprattutto al calo dei flussi turistici derivanti dalle restrizioni sulla mobilità ma che conferma comunque la resilienza di queste aziende che hanno contribuito al recupero del Pil nazionale, con un calo dei ricavi dal 2019 al 2021 dello 0,7%, molto più contenuto dunque rispetto al 4,6% delle altre imprese fuori perimetro.

Le sei case history purpose- driven
Il Market Watch quest’anno ha analizzato anche aziende purpose-driven partendo dalle testimonianze di sei differenti aziende (Foscarini, Trend Group, Mavive, Serveco, ACBC, Lavazza) che hanno raccontato il modo in cui le imprese stanno assumendo una sempre più ampia responsabilità sociale. Dalle interviste è emerso infatti come per queste aziende un prodotto è bello se esprime anche un contenuto valoriale. Il concetto dello scopo, del purpose, legato a un’attività di business, diventa parte integrante del processo generativo di impresa in senso più ampio. E’ la ragione per cui un’impresa è nata e opera. 

Sono risultati 6 gli ambiti principali su cui è usualmente incentrato il purpose di un’impresa: 1) parità di genere; 2) sostenibilità (sociale, economica e ambientale); 3) partecipazione e democratizzazione; 4) diversità generazionale; 5) benessere dei lavoratori; 6) territorio e comunità locale.

La scelta di costruire un’attività fondata sui valori oltre che sul profitto non è un fenomeno esclusivo degli ultimi anni: l’89% delle imprese purpose-driven sono già consolidate sul mercato mentre solo l’11% è nato dal 2018 a oggi.

L’era della purpose economy
Un altro aspetto dell’analisi, affidato a POLI.design, ha esaminato, tramite un Focus sui settori Sistema Casa e Meccanica, il profilo delle competenze e delle figure professionali di cui le imprese avranno bisogno per la produzione di bellezza, intesa (anche) come dimensione valoriale che si ricompone nel modello della purpose economy. Quasi il 50% dei percorsi formativi saranno da creare ex novo: il modo con cui oggi è impostato il modello formativo non sarà più funzionale in un prossimo futuro.