ReducetarianiLe mense della Ville Lumière sempre più verdi

La decisione è presa, e la strada è tracciata. Sia nei luoghi di ristorazione collettivi sia durante i Giochi olimpici del 2024, a Parigi si mangerà molto più verde, locale, e sostenibile. L’amministrazione locale cambia rotta, e così facendo aiuta i cittadini a migliorare anche nel loro quotidiano

A 800 giorni dall’apertura dei giochi olimpici a Parigi 2024 il comitato organizzatore ha colto l’occasione del vertice Change Now per presentare i principi fondamentali e gli impegni del suo piano per la manifestazione, che si preannuncia sostenibile, responsabile e più vegetale che mai.

Nella terra della gastronomia, gli organizzatori promettono cibo responsabile e locale, lontano anni luce dalla ristorazione collettiva spesso offerta in occasione di eventi sportivi internazionali simili. Lo ha spiegato Amadea Kostrzewa, responsabile della mobilitazione clima e ambiente dell’OCOG di Parigi 2024: il piano di ristorazione per i prossimi Giochi risponde a una triplice priorità, ovvero la promozione dei prodotti francesi, l’ecologizzazione del cibo e infine la protezione dell’identità culinaria francese. Non meno dell’80% dei prodotti utilizzati in cucina proverrà dalle regioni francesi, e solo il 20% degli acquisti riguarderà prodotti importati (inevitabilmente, caffè, tè e cacao). Gli organizzatori promettono anche un piatto “due volte più vegetale” com’è ormai prassi ai Giochi Olimpici. In cima alla lista, lattuga, barbabietole, patate, lenticchie. Nella lista provvisoria, svelata mercoledì 18 maggio, anche il luccio, il salmone della Loira, il coniglio, il Saint-Nectaire e il brie di Meaux.

E non basta: un quarto dei prodotti made in France proverrà da “meno di 250 km” da ciascun sito. Obiettivo annunciato: dimezzare l’impronta di carbonio del piatto, per ridurla da 2 chili di CO2 per pasto generati in Francia a un solo chilo. Decisamente ambizioso. Nella stessa logica, gli organizzatori annunciano di voler dimezzare la quantità di plastica monouso, in particolare utilizzando stoviglie riutilizzabili al 100%. Promettono di ridurre a zero i soliti sprechi alimentari, sottolineati ai Giochi di Tokyo 2020, dove la spettacolare riduzione del numero di volontari ha avuto l’effetto di lasciare migliaia di vassoi pasto abbandonati. E hanno anche l’obiettivo di riciclare le attrezzature per la ristorazione dopo i Giochi Paralimpici.

Contemporaneamente a questi annunci, anche nella capitale le cose si muovono, per mettere il punto su uno degli asset più sentiti dalla sindaca parigina, che ha sottoposto al voto del Consiglio di Parigi il progetto di introdurre almeno due pasti vegetariani a settimana nei ristoranti collettivi cittadini entro il 2027. L’orizzonte proposto dal Comune di Parigi è addirittura ritenuto troppo lontano per alcuni alleati ambientalisti del sindaco Anne Hidalgo, che ha chiesto l’attuazione della misura a partire dal 2023. Il progetto fa parte di un piano alimentare sostenibile che durerà cinque anni, i cui dettagli sono stati presentati dal vice sindaco di Parigi responsabile del cibo sostenibile, Audrey Pulvar. L’obiettivo del provvedimento sarebbe quello di ottenere il 40% di cibo vegetariano nella ristorazione collettiva parigina, con l’effetto di ridurre l’impronta di carbonio della città, e di rispettare meglio la diversità delle diete.

Durante il suo primo mandato, Anne Hidalgo aveva introdotto un pasto vegetariano a settimana nei 1.300 ristoranti collettivi gestiti dal Comune, e con questa nuova ordinanza sposta il paletto ancora più in alto, definendo una strada sempre più verde e sempre più lontana dal benessere dissennato degli anni 2000. Una scelta di campo che ci racconta di quanto le amministrazioni pubbliche possono fare per cambiare decisamente le nostre abitudini a tavola: essere più rispettosi dell’ambiente e nutrirci meglio, come sappiamo bene, è uno dei passaggi determinanti per “risparmiare” terreno, emissioni, sprechi, ma anche e soprattutto soldi del servizio sanitario. Una dieta corretta aiuta noi, il Pianeta e probabilmente ci permette anche di risparmiare sui costi sociali dell’ipernutrimento e della cattiva alimentazione.