Piccoli passiCosa cambierà nella giustizia italiana con la riforma Cartabia

Purtroppo né la proposta referendaria appena bocciata, né la nuova legge appena approvata incidono veramente sulla madre di tutte le questioni: l’appartenenza di magistrati inquirenti e giudicanti allo stesso ordine. Ma ci sono alcuni cambiamenti positivi: come le misure per contenere la fuga di notizie dalla procura ai giornali

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Ha una sua forza simbolica il fatto che quattro giorni dopo il disastroso esito del referendum, il Parlamento abbia approvato la Riforma Cartabia: la legge che modifica alcune norme dell’ordinamento giudiziario, alcune delle quali erano stato oggetto proprio della consultazione popolare del 12 giugno.

In particolare la riforma introduce la separazione pressoché totale delle funzioni tra pubblici ministeri e giudici, definita impropriamente come “separazione delle carriere”. Per i magistrati sarà possibile solo una volta optare per un cambio di funzioni di pubblico ministero o di giudice. E nei primi dieci anni di carriera. Prima della riforma i magistrati potevano decidere di cambiare carriera per quattro volte. 

Purtroppo né la proposta referendaria né la Riforma Cartabia incidono veramente sulla madre di tutte le questioni: l’appartenenza di magistrati inquirenti e giudicanti allo stesso ordine. E soprattutto la dipendenza dal medesimo Consiglio superiore della magistratura per l’assegnazione degli incarichi direttivi e delle misure disciplinari. Ovvero la condizione che ha portato finora agli intrecci e alle opache commistioni di interessi, mostrate all’opinione pubblica durante la vicenda Palamara.

Se il voto al Csm di un membro della corrente dove  milita il procuratore che chiede una condanna. incide sulle legittime aspirazioni di carriera del  giudice che deve decidere, questo rapporto ambiguo potrebbe limitare la libertà decisionale del giudice. È inutile negarlo, siamo esseri umani.

In attesa una modifica costituzionale risolva questo nodo principale, la nuova Riforma Cartabia servirà a evitare che la mentalità dei pubblici ministeri si trasferisca nelle sentenze. I magistrati si indignano di fronte a questa osservazione, e in effetti non parliamo di una regola generale, ma qualcuno potrebbe seriamente sostenere che due pm come Nino Di Matteo o Nicola Gratteri si lascerebbero dietro le spalle la loro visione del processo penale come mero strumento di accertamento e ratifica  della verità colta nelle indagini? Sia lecito dubitare.

La seconda riforma ha anch’essa un forte valore simbolico perché consente agli avvocati di votare sulla progressione in carriera dei magistrati, su delega del proprio Ordine. Era una delle proposte dello sfortunato referendum ma lo ha realizzato prima la riforma voluta dal governo Draghi con un’ulteriore novità: verrà formato un apposito fascicolo del magistrato che raccoglierà i dati sull’attività precedente svolta dallo stesso.

Si tratta dell’innovazione che  l’Associazione Nazionale Magistrati ha cercato di osteggiare in tutti i modi, arrivando a indire dopo 16 anni uno sciopero contro un governo fortemente voluto dal Presidente della Repubblica, lamentando una sorta di schedatura destinata a minare la serenità del magistrato.

Il terzo tema proposto dai referendari e realizzato dalla Riforma Cartabia riguarda la modifica del sistema elettorale e soprattutto della composizione del Csm.

Il quesito referendario si limitava a proporre una sorta di libera candidatura, mentre la nuova organizzazione  voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia prevede un sistema proporzionale e un numero minimo di candidati per ogni collegio. Il cambiamento più importante tuttavia riguarda l’innalzamento del numero dei componenti, portato a 50. Di questi 50, venti sono togati, a loro volta suddivisi in 13 membri provenienti dall’ufficio giudicante e 7 dalle procure.

Lo scopo è quello di bilanciare le componenti laiche e quelle professionali, ma soprattutto di ridurre la prevalenza dei pm in un organismo così delicato. Il tempo dirà se i cambiamenti saranno efficaci.

Va sottolineato che questa è la prima riforma dell’ordinamento giudiziario in cui l’Associazione nazionale magistrati è stata messa da parte fino a provocarne la stizzita reazione e la proclamazione dello sciopero.

Nella riforma c’è anche la normativa sulla presunzione di innocenza, termine improprio ma che tende a sottolineare come lo scopo sia quello di limitare l’influsso delle procure sulla pubblica opinione tramite i rapporti privilegiati con la stampa. Solo i capi degli uffici inquirenti potranno dare informazioni ai giornalisti, e la violazione di tale prerogativa costituirà un illecito disciplinare.

Il malumore dei magistrati è fortissimo, forse appena attenuato dall’esito dei referendum. Ma altrettanto forti sono le ricadute nel campo dei movimenti e delle associazioni che si rifanno come ispirazione al garantismo.

La Riforma Cartabia è sicuramente ispirata da criteri di difesa e di tutela delle garanzie del cittadino e del corretto esercizio della giurisdizione, ma è stata voluta e realizzata dalla politica, sia pure a guida fortemente tecnocratica.

Una novità enorme che ha avuto fortissimi contraccolpi in due componenti fondamentali dello schieramento garantista: i radicali e gli avvocati.

Il presidente dell’Unione delle camere penali Gian Domenico Caiazza ha scatenato una dura polemica col segretario del Partito radicale a Maurizio Turco, promotore del referendum, rinfacciandogli la responsabilità della sconfitta di un’iniziativa giudicata improvvisata e avventurosa.

L’impressione è che l’indubbio successo del presidente del Consiglio Mario Draghi e di Marta Cartabia debba portare a un cambiamento dell’immagine della politica che ha saputo nell’occasione riguadagnarsi uno spazio di autonomia e a cui i movimenti espressione della società civile e della volontà popolare dovranno guardare con occhi diversi e con ben altra capacità di dialogo. 

Il riformismo può funzionare in questo paese. Dunque anche il garantismo deve uscire dalle nebbie di confuse rivendicazioni  populiste  e diventare lo statuto politico di forze e movimenti che trovino i loro canali e riferimenti dentro le istituzioni.

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