Il paese sciuè sciuèL’amore degli italiani per il potere e il disprezzo verso i perdenti

I nostri concittadini esaltano i politici che reputano infallibili con la stessa facilità con cui poi li abbandonano una volta andati a sbattere. Sognano il salvatore (o la salvatrice) della Patria, ma i miracoli non esistono e continuare a rincorrerli porta alla rovina

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Uno dei sintomi più eloquenti dell’irrazionalità che domina la dialettica democratica in Italia è che nel “chi sale e chi scende” del borsino della politica, cioè nei sondaggi e negli indici di popolarità, non c’è nulla che rimandi a qualcosa di oggettivo, a una diversità di proposte o di risultati, di contenuti o di stile, di etica o di estetica. 

Questo borsino appare invece il regno del soggettivo e del percepito, in cui tutto sembra dipendere da un’aura impalpabile, che circonfonde i personaggi del teatrino della politica, iscrivendoli tra i vincenti o i perdenti, tra i potenti o i patenti e quindi li porta su e giù, senza che queste oscillazioni fotografino un mutamento reale degli orientamenti prevalenti nella società, anche quando le preferenze per partiti e relativi leader sembrano cambiare in modo repentino e capriccioso e terremotare gli equilibri del Palazzo.

Si sarebbe tentati di credere a una sorta di dissociazione psichica dell’elettorato, che si fa prima piacere e poi dispiacere qualcuno per le stesse ragioni, che poi sono le medesime per cui si innamorerà e disamorerà di qualcun altro. Ci sono però ragioni antropologico-politiche molto più adeguate di quelle psichiatriche per spiegare questo fenomeno e per capire come purtroppo l’Italia sia ancora lontanissima dallo svegliarsi dal sonno dogmatico della politica miracolo e spettacolo.

Il Matteo Salvini vincente era quello della ruspa e della felpa, del cattivismo esibizionistico e sguaiato, delle foto immagine con rosari e carabinieri, mitragliette e pregiudicati: «Io, indagato tra gli indagati», commentò olimpicamente a fine 2018 l’allora ministro degli Interni a chi gli faceva notare l’incongruenza del suo abbraccio sorridente con un capo ultrà milanista, condannato per spaccio di droga. 

Sei mesi dopo, incurante di tutto e senza un graffio nella reputazione, Salvini avrebbe portato la Lega “legge e ordine” al 34 per cento alle elezioni europee, osannato anche da quel pezzo di Italia, che gli avrebbe poi voltato le spalle dopo il Papeete, un evento iconograficamente indistinguibile da tutti i precedenti salviniani, tranne che per il suo esito, cioè l’auto-espulsione del Capitano dal perimetro potere, che lo rese  oggettivamente ridicolo e sfigato, come sempre più sarebbe apparso anche in seguito, nel suo affannoso dimenarsi per recuperare le posizioni.

Se non c’è nessuna differenza sostanziale tra il Salvini vincente e quello perdente, ce ne sono pochissime e in larga misura irrilevanti tra il Salvini calante e la Meloni crescente. Stessa agenda, stesso stile, stessi amori, da Donald Trump, a Viktor Orbàn, a Vladimir Putin. Stesso nazionalismo recriminatorio, stesso collateralismo corporativo, stessa impudenza xenofoba, stesso miracolismo economico, stessa ruffianeria religiosa. Sono di fatto uguali e dunque sono incompatibili in un gioco in cui, a comandare, ne può rimanere solo uno, e in cui l’opinione pubblica riconosce al volo chi è destinato a essere preda e chi predatore.

Presentare la crescita di Meloni ai danni di Salvini, il cui inizio risale a ben prima della guerra all’Ucraina, come un apprezzamento delle credenziali atlantiste della leader di Fratelli d’Italia è uno dei più spettacolari auto-inganni della nostra informazione sciuè sciuè.

Sull’altro versante, si giunge alla stessa conclusione anche rispetto alla parabola del Movimento 5 stelle e alla popolarità di Giuseppe Conte, che è lo stesso personaggio che stava alla Presidenza, parla allo stesso modo pretesco e allusivo e usa lo stesso registro un po’ lecchino e un po’ minaccioso, con cui spiegava agli italiani durante la prima ondata del Covid che finalmente poteva consentire loro di uscire di casa – lui «consentiva» – e gli italiani sembravano adorarlo, mentre adesso sembrano non apprezzarne più tanto stile e contenuti, che però non sono affatto cambiati, da quando a Palazzo Chigi deve chiedere appuntamenti, e per farlo deve minacciare pure la crisi di governo, e non può più darne come quando lo Stato era lui e Rocco Casalino era Richelieu.

Tutto questo porta a concludere, assai poco ottimisticamente, che il borsino della politica continua sismicamente a registrare movimenti di posizione, cui non corrispondono però effettivi spostamenti di opinione; che le ambasce di Salvini non segnano la crisi del sovranismo, né le angosce di Conte il tramonto del populismo e che l’aura del potere continua a essere l’attributo erotico fondamentale delle leadership politiche, in un Paese che, nelle sue perduranti convulsioni antipolitiche, sogna di guarire dal male per il tocco magico di un re taumaturgo e aspetta che finalmente arrivi quello vero, rottamando via via gli impostori, ma sprofondando sempre più nell’impostura.

Perfino il consenso per Mario Draghi, che corre parallelo a quello per partiti che, per la gran parte, non hanno nulla a che fare con lui, purtroppo rischia di avere questo segno servilmente poterista, più che consapevolmente riformista.

Anche Draghi, alla fine, forse piace così tanto perché è uno che non ha mai perso, che governa senza nulla concedere agli esecrati inciuci parlamentari, che non ha partito e non ne vuole, che sta al di là o al di qua della politica e con la politica non si vuole mischiare. Non è colpa di Draghi, certo, ma è la ragione per cui della sua esperienza di governo rischia di rimanere un malinteso esempio e non il più profondo insegnamento: che in politica i miracoli non esistono e continuare a rincorrerli porta alla rovina.