Piovono polpetteLa walk of shame di Conte e l’arte di farsi umiliare da chiunque

Il grillino si sente disamato da Draghi, incomprensibilmente insensibile alle casalinate. Pensavamo fosse un’alleanza di governo e invece era un calesse

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Dice la Treccani che «umiliare» significa «mortificare qualcuno offendendone e ledendone la personalità e la dignità, così da causare in lui uno stato, giustificato o ingiustificato, di grave disagio, di avvilimento e vergogna». E quindi, per capire i notiziari di questi giorni, occorre chiedersi chi abbia la dignità e la personalità più lese, chi sia più avvilito o a disagio, essendo l’umiliazione la nuova polpetta sotterranea.

(«Volano polpette avvelenate sotterranee» – o a seconda di chi racconti solo «polpette sotterranee», e il veleno è un falso ricordo – era quel che diceva Romano Prodi, sette repubbliche fa, a proposito del Polo delle Libertà, ben prima che quelli del Polo ci sembrassero degli statisti, rispetto a questi qua).

Dunque sono tutti umiliati. L’umiliazione, direbbe Chiara Ferragni, è il sentiment del momento.

È umiliato Conte, non dal nomignolo di segnaposto (mi piacerebbe crederlo: sono pur sempre italiana, ovvero mitomane) ma da non so bene quale disamore di Draghi. Dice che non di sfiducia si trattava, ma di reazione a tutte le umiliazioni. Fallo di reazione. Eccesso di legittima difesa. Pensavo fosse alleanza di governo e invece era un calesse.

È umiliato Putin, o meglio non lo è, non può esserlo, non dobbiamo, possiamo, vogliamo umiliarlo, altrimenti sai quanti anni di psicanalisi per elaborare il trauma.

È umiliata la (finta) coppia di (finte) lesbiche che mentre si baciavano sono state interrotte dallo sdegno d’una (finta) suora. Giravano, dice la versione di questa finzione che vuole spacciarcela per vera (più si sentono sgamati, più abboccano alle casalinate degli uffici stampa del nostro mondo dello spettacolo, rimasto agli anni Cinquanta), una serie mai sentita nominare. E quale migliore pubblicità che una suora moralista, nella nazione che riesce a stupirsi ogni volta che il capo della chiesa cattolica dice cose più tradizionaliste di Vladimir Luxuria.

Sono più umiliate le ragazze che si baciavano su un set o la vegliarda in tonaca che viene stigmatizzata su tutti i social e si fa il turno di gogna del lunedì? Non sarà che l’umiliazione dipende da che parte la guardi, come quei disegni che dovrebbero dirti se usi la parte destra o quella sinistra del cervello (opzione non prevista: non ne usi nessuna) a seconda di cosa vedi nel disegno: una vecchia gobba o una giovane gnocca?

Gli anglofoni hanno un’espressione, walk of shame, che indica il tragitto da una casa in cui hai fornicato a casa tua, la mattina dopo, ancora vestita da rimorchio dalla sera prima.

O almeno, prima era così: adesso la generazione senza memoria, se le dici walk of shame, probabilmente pensa a quella scena del Trono di spade in cui la regina cammina nuda e i sudditi le urlano «vergogna». Ci ripensano, i giovani d’oggi, probabilmente convinti che i sudditi facciano bene: potessero denudare la suora e urlarle «vergogna», riterrebbero vendicate le istanze LGBT e tutte le altre consonanti.

Ogni palinsesto ha il tragitto dell’umiliazione che si merita, e la linea guida per i Conte e gli altri umiliati, evidentemente vittime del loro eccessivo investimento emotivo (chi avrebbe mai detto che Donne che amano troppo fosse un manuale d’autoaiuto per ex presidenti del consiglio rimpiazzati, disamati, messi in una posizione di debolezza da maschi alfa insensibili alle casalinate), la linea guida sta in un vecchio sceneggiato che abbiamo visto in tredici.

Era l’improbabile storia d’amore tra un tizio e una tizia entrambi pochissimo vocati alle relazioni. A un certo punto qualcuno citava la walk of shame, la principale umiliazione possibile in un mondo in cui le donne ancora si vergognano del sesso, e in cui esiste un reato di revenge porn perché, in caso di diffusione delle prove che, ma tu pensa, abbiamo una vita sessuale, noialtre ci sentiamo umiliate quasi quanto un presidente del consiglio accantonato, quasi quanto una lesbica davanti a una suora, quasi quanto un’abortista davanti al cattolicesimo, quasi quanto Putin dall’altro capo del tavolo rispetto a Macron, a umiliante distanza.

Qualcuno citava quella walk of shame che dovrebbe chiudere il discorso, e la protagonista di quello sceneggiato ci ricordava quello che ci ricordano tutti i manuali per sentimentali croniche, tutti i manuali che dovrebbero ricevere assieme all’incarico i presidenti del consiglio, per poi leggerseli con calma quando vengono congedati.

Quei manuali dicono che nessuno può umiliarti senza la tua collaborazione. La protagonista di quello sceneggiato lo diceva meglio: il tragitto è umiliante solo se sei in grado di sentirti umiliata.

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