Cracovia, Giorno 1Come un tuffatore, comincia il mio ritorno in Ucraina

Per arrivare alla destinazione finale servono almeno due giorni, o tre a seconda dei mezzi. La prima tappa è in Polonia, che raggiungo con l’aereo giallo e blu. Ovunque sento la mia lingua, vedo profughi del mio Paese e sento crescere un’emozione indefinita

IIjon Tichy, da Unsplash

Al Gate 14 con la scritta Cracovia si sente parlare ucraino. I passeggeri orgogliosamente mostrano il passaporto blu con il tridente e gli angoli acuti. Rientrano a casa o nei posti di smistamento temporaneo?

Ho pianificato il viaggio in Ucraina circa un mese fa. Per arrivare alla destinazione finale servono almeno due giorni, se non tre – dipende dalla strada e da quali mezzi si sceglie di prendere. Ho scelto l’aereo fino a Cracovia, un aereo con l’ala gialloblu, un Ryan Air, non un Ukrainian International Airlines. L’ho scelto certamente per il colore della livrea, non per l’orario di partenza visto che mi sono alzata alle 4:30 del mattino. All’arrivo a Cracovia aspetterò un giorno intero per prendere poi la sera l’autobus per Leopoli. Voglio attraversare il confine tra la Polonia e Ucraina stando il più possibile vicino alla terra. Non con il treno, sospeso nell’aria, perché ai vagoni devono cambiare le ruote (in Ucraina i binari sono ancora all’antica, più larghi rispetto a quelli europei, e anche questi saranno da cambiare in futuro nel nostro percorso di Paese con lo status di candidato all’Ue). Voglio sentire quel confine fisicamente, l’avrei anche attraversato a piedi. Voglio che quel passaggio rimanga in me, inciso nella memoria, impresso sulla pelle. Spero almeno di non addormentarmi dopo due notti senza sonno, ma penso proprio di no.

Come si fa a organizzare un viaggio in un Paese in guerra? Farlo incastrare, come se fosse un viaggio qualsiasi, tra gli appelli all’università e le varie scadenze di lavoro? Come si fa a essere sicuri che andrà tutto secondo i piani, compreso l’orario di partenza del volo di ritorno? Eppure gli ucraini hanno a che fare con queste cose tutti i giorni. Vivere, organizzare le vicende quotidiane, viaggiare per lavoro, aspettare i mariti che stanno al fronte, seguire le istruzioni quando scatta la sirena antiaerea per poi vedere le immagini delle conseguenze di quelle sirene.

Il volo non me lo ricordo, tra la stanchezza degli ultimi giorni e l’effetto dello Xanax, preso per dormire almeno qualche ora prima della partenza. All’imbarco mi è sembrato di sentire uno «Slava Ukraini», pronunciato sempre nei momenti importanti, ma sarà stato ancora l’effetto dello Xanax.

L’arrivo a Cracovia non mi sembra di averlo sognato. Le bandiere ucraine ci sono ovunque: all’aeroporto, alla stazione centrale, nelle istituzioni statali, nei teatri, nei bar. Il russo ucrainizzato, quello delle regioni dell’est Ucraina, e l’ucraino si sentono ovunque, la Polonia è il paese che ha accolto il maggior numero dei rifugiati ucraini. Sono donne e bambini. Nei ristoranti ordinano la zuppa di barbabietole che assomiglia molto al borscht ucraino e anche i “pierogi”, che assomigliano ai “varenyky”, i ravioli ucraini. Chissà se preparano il borscht nel posto dove stanno, non oso chiamarlo casa, perché la casa è più avanti a Est, oltre il confine. La lingua polacca è molto simile all’ucraino, non devi neanche rincorrere all’inglese per ordinare una birra polacca “pszeniczne” (fatto di grano) e per chiedere il conto.

Sono sollevata di fare questo viaggio in più tappe, così riuscirò a prendere un po’ di fiato, prima a Cracovia, poi a Leopoli, per non essere schiacciata dall’emozione, che mi è ancora del tutto sconosciuta. Ho immaginato migliaia di volte l’incontro con i miei genitori, con i miei amici, con i posti che mi hanno formata, ma qui a Cracovia alla distanza di un braccio teso dal confine, tutte quelle immagini sembrano una pellicola rotta.

Dovrei avere paura, ma stranamente sento qualcosa di diverso, qualcosa di bello. Sarà la birra polacca che fa effetto. L’effetto di essere sospesi nell’aria, come i vagoni ucraini, che aspettano di calzare le ruote giuste. L’effetto di essere in un prima, perché me ne rendo conto, questo è un prima e domani mattina all’alba inizierà un dopo. Chi sarò al confine? In quali statistiche rientrerò? In quelle degli ucraini che rientrano a casa o in quelle degli stranieri che vengono per una visita?

E mentre attendo l’autobus a Cracovia, a Mykolajiv bombardano una fermata dell’autobus con cinque vittime civili. E quel sentimento bello di rientrare a casa cambia di nuovo con qualcosa di opposto, perché la casa non è più quella che ho visto l’ultima volta un anno fa. E mentre attendo questo giorno a Cracovia, trattengo il fiato come un tuffatore, pronto a immergersi in tutte le acque che lo aspettano.

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