Cuore di lupoL’incontro tra gli esponenti di due specie diverse può salvare la vita

Nel romanzo edito da Solferino, Marcello Bernardi racconta le vicende del cucciolo Huan dopo l‘incendio che gli ha portato via la famiglia. Una ragazzina sola e selvatica come lui gli insegnerà un‘importante lezione

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Il buio calò che Huan stava ancora correndo.

Giunse al fiume sfinito, con il cuore sul punto di scoppiare. Si lasciò cadere a peso morto su un fianco e rimase lì, immobile, mentre la pioggia lentamente lavava le incrostazioni di cenere e fango dal suo pelo.

Alcune gocce gli si appendevano alle ciglia scure, abbassando le palpebre già pesanti di sonno e di stanchezza. Non voleva addormentarsi, perché sapeva che l’immagine dei denti scoperti dei suoi fratelli era in agguato, pronta a mordere i suoi sogni non appena avesse chiuso gli occhi.

L’alba li trovò ancora aperti, due fessure sottili e umide dalle quali Huan guardava le prime luci brillare sulla superficie del fiume.

Si alzò e cercò di scrollarsi di dosso tutti i pensieri che lo avevano angosciato in quella notte senza sonno. Stava per girarsi a guardare il territorio del branco. Sperava che tutto fosse magicamente tornato alla normalità, come se un giorno e una notte di pioggia potessero far ricrescere gli alberi e riportare le mandrie sull’altopiano, i cervi nel bosco.

Strinse forte gli occhi come se la sua concentrazione bastasse a restituire il Branco del Fiume ai suoi territori di caccia, o i suoi fratelli alla vita. Quello che era successo era talmente ingiusto che in qualche modo sentiva di meritare un miracolo, un atto della natura che rimettesse ogni cosa al suo posto. Riaprì gli occhi convinto che pensando alla madre se la sarebbe ritrovata davanti. Ma Flja non c’era.

Non c’era il branco, non c’erano le mandrie, non c’erano nemmeno i cervi. Gli alberi non erano ricresciuti e le ossa dei suoi fratelli sicuramente erano ancora ammassate nella tana come sul fondo della sua coscienza, pesanti come macigni.

Huan guardò quell’infinita distesa di alberi morti. Pensò che non meritava di vivere nemmeno lui. Forse neanche lo voleva. Non così e, soprattutto, non da solo.

Voltò le spalle alla vallata, percorse la breve distanza che lo separava dall’acqua, affondò una zampa sotto la superficie, poi un’altra. Il fiume avrebbe deciso se la sua vita valeva qualcosa oppure no.

Dopo pochi passi era già immerso fino al collo e dovette sforzarsi per non seguire la corrente che voleva portarlo a valle. Provò ad avanzare ancora, ma non trovò più il fondo con la zampa. Fece due passi indietro per recuperare l’equilibrio. Non si aspettava che sarebbe stato già così profondo. Si aggrappò con le zampe anteriori a un grosso masso affiorante e ci saltò sopra.

Da quella posizione rialzata poteva leggere il movimento dell’acqua. Verso il centro diventava più veloce e inquieta, dando vita a vere e proprie rapide. Restò lì per un po’.

«Tutti i lupi sanno nuotare, ma nessun lupo ha più attraversato il fiume dai tempi del disgelo. Tutti quelli che ci hanno provato sono morti.»
Così aveva detto Nale. Aveva insistito parecchio su questa cosa, ma la intendeva come una cosa buona perché, ovviamente, parlava dei lupi che si tuffavano dall’altra sponda e che cercavano di attraversare per conquistare il paradiso in cui il branco camminava e cacciava da generazioni.

Nessuno avrebbe mai nemmeno preso in considerazione l’ipotesi che un giorno il paradiso si sarebbe trasformato in inferno e che uno dei loro si sarebbe trovato costretto ad attraversare il fiume in senso inverso.

Invece eccolo lì, Huan, sul punto di tuffarsi. Si spostava nervosamente da una zampa all’altra. Era terrorizzato ma non sarebbe tornato indietro. E comunque una cosa buona c’era in quello che aveva detto Nale: «Tutti i lupi sanno nuotare…». Questo gli dava almeno una speranza.

Si drizzò sulla sua testa l’unico orecchio che era ingrado di farlo, come se Huan stesse ascoltando qualcosa in lontananza. Nella sua mente risuonavano le parole di Frihn: «Sei stato molto coraggioso oggi, Huan. Un giorno diventerai anche forte, e quel giorno lotterai con me per dimostrarlo».

Huan riviveva dentro di sé quella scena come se la potesse vedere dall’esterno. Il grande lupo e il cucciolo, sotto la stella della sera.

Con ogni probabilità il padre era morto nell’incendio e, qualunque fossero stati i piani che aveva in mente per Huan, non si sarebbero avverati. Erano svaniti, bruciati insieme al bosco che quel giorno, all’imbrunire, si stendeva davanti a loro pieno di vita.

Sebbene in cuor suo non avesse abbandonato del tutto la speranza di ritrovare viva almeno Flja, Huan era ormai certo che, se anche si era salvata, lo aveva fatto allontanandosi dal territorio del branco e non era riuscita a tornare.

Non restava niente lì per lui. Solo un bastone e un avanzo bruciacchiato di carne nascosto sotto un mucchietto di cenere, non troppo lontano da dove si trovava ora.

Avrebbe attraversato il fiume. O sarebbe morto tentando.

Raccolse le zampe, poi si lanciò in avanti. Ormai aveva preso la spinta e non poteva più fermarsi.

Fu proprio in quel momento che la vide, come se il mondo avesse rallentato apposta per fargliela guardare… aveva due occhi talmente grandi e gialli e luminosi che sembrava ci fosse caduto dentro un pezzo di sole.

Era una femmina. Doveva avere all’incirca la sua età, giorno più, giorno meno. Era tutta nera, né una sfumatura, né una macchia. Era il primo lupo che vedeva dalla notte dell’incendio, la promessa di una nuova vita che lo aspettava sull’altra sponda.

Il corpo di Huan si era ormai allungato nell’aria. Il suo addome sfiorò un’altra pietra affiorante e poi cad- de nell’acqua in un’esplosione di schizzi. La cucciola si piegò d’istinto sulle zampe, schiacciandosi a terra. Poi, superato lo spavento, prese a scodinzolare mentre guardava Huan, muta e sorpresa.

Huan invece non vedeva più niente e quando aprì la bocca per respirare la trovò piena d’acqua. Tutto fu confuso per qualche istante, talmente confuso che non si accorse nemmeno che le sue zampe stavano già mulinando in un movimento che pure nessuno gli aveva insegnato, simile a quello che faceva per scavare la terra.

«Tutti i lupi sanno nuotare…»

Un istante di fredda euforia prima di rendersi conto che per quanto si sforzasse di andare verso la cucciola, il fiume lo spingeva inesorabilmente a valle. Doveva nuotare contro la corrente, e per un po’ si concentrò solo su quello, senza nemmeno cercare di spostarsi verso la riva.

Riuscì a tener duro per alcuni istanti ma il massimo che poté ottenere fu di restare dove si trovava. Ogni zampata che spingeva nell’acqua era più faticosa di quella precedente, e meno efficace. Vide la cucciola smettere di scodinzolare.

Quella situazione di stallo non sarebbe durata ancora molto. Il fiume era troppo forte per lui, e appena Huan tentò di avvicinarsi di nuovo alla sponda, ebbe definitivamente la meglio.

La discesa di Huan accelerò all’improvviso. Andò a sbattere contro una roccia. La cucciola iniziò ad abbaiare. Non serviva a niente, ma era tutto quello che poteva fare. Huan cercò il suo sguardo, ma era già così distante da non poterne distinguere gli occhi e, un attimo dopo, semplicemente non la vide più.

La sentiva solo abbaiare, sempre più lontana.

Da Cuore di lupo, di Marcello Bernardi, Solferino, 2022, 448 pagine, 19,50 euro

 

 

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