Uno scudo per l’ItaliaTre ragioni per cui Draghi non si dimetterà, secondo Mario Monti

In primo luogo, «per rispetto del Paese», dice il senatore a vita. Poi «per rispetto della sua legacy, per salvaguardarla forte e luminosa come è oggi». E infine, «che cosa si direbbe dell’Italia all’estero, se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità?»

Fb Mario Monti

«Non credo che Mario Draghi abbandonerà in questo momento la responsabilità di presidente del Consiglio. Sarebbe una mancanza di rispetto verso il Paese e i cittadini. E potrebbe intaccare la legacy dello stesso Draghi, il suo posto nella storia», scrive l’ex premier e senatore a vita Mario Monti in un intervento sul Corriere. «È totalmente comprensibile l’amarezza provata dal presidente Draghi di fronte ai meschini giochi praticati da vari partiti, in tempi recenti e meno recenti, a danno del governo e del Paese. Né si può accettare che i fulmini dei giorni scorsi — scariche incrociate di “ira funesta” — carbonizzino la vita politica. E in tal modo “adducano infiniti lutti” agli italiani, in una fase già piena di difficoltà».

Difficile dire come reagiranno le «forze» politiche. «Dico “forze”, ma in realtà sono quasi tutte sofferenti e a brandelli; la “forza” è quella di Draghi», prosegue Monti. «Anche per questo, non solo spero — unendomi al consenso senza precedenti che viene dall’Italia, dall’Europa e dal mondo — ma sono convinto che il capo del governo non lascerà». Ed elenca tre ragioni.

In primo luogo, «per rispetto del Paese. Quando una personalità esterna alla politica viene chiamata dal Capo dello Stato e dal Parlamento a larghissima maggioranza a trarre il Paese da situazioni di grave emergenza, quella persona non accetta un prestigioso incarico, nel contesto di un cursus honorum, magari in attesa di una carica ancora più alta. Nasce, ho sempre pensato, un vero rapporto morale tra quella persona e i cittadini. L’incaricato sa che la capacità o meno del suo governo di conseguire la missione alla quale è stato chiamato è di vitale importanza per il Paese. Il senso del dovere verso lo Stato, verso i cittadini, è al di sopra di ogni altra considerazione. Anche se i politici, all’inizio osannanti, diventano ostili a causa dell’impopolarità di certe misure necessarie e da loro stessi approvate; anche se essi creano ostacoli che possono appannare la reputazione del governo o di chi lo guida, non c’è spazio per considerazioni personali».

In secondo luogo, «è anche per rispetto della propria legacy, per salvaguardarla forte e luminosa come è oggi, che a mio parere il presidente Draghi non lascerà. Egli è stato chiamato a risolvere le difficoltà dell’Italia nel febbraio 2021. Di fronte a lui stavano due anni abbondanti di legislatura. Lavorando a testa bassa sul programma — impegnativo ma gratificante, non di puro salvataggio del Paese ma di costruzione di una nuova Italia con le risorse dell’Europa conseguite dal governo precedente e con la fiducia che l’Europa stessa ripone in Draghi più che in ciascun altro — si sarebbe potuto realizzare moltissimo. Molto sarà comunque realizzato, per la capacità di Draghi e del suo governo. Se ora si dovesse giungere ad elezioni anticipate, il risultato sarebbe che, di 26 mesi di “bonus Draghi” toccato in sorte al Paese grazie all’intuizione del presidente Mattarella, una parte non sarà stata utilizzata a pieno regime e un’altra parte non sarà stata utilizzata del tutto».

Molto, secondo Monti, «è stato comunque realizzato». Ma «sotto il profilo economico, finanziario e delle riforme strutturali, il cammino è incompiuto. E mantiene aspetti di fragilità, che richiedono altro lavoro. Ciò vale tanto per il consolidamento della finanza pubblica, quanto per l’attenzione, inadeguata, alla distribuzione dei redditi, anche attraverso un sistema fiscale più favorevole ai giovani e alle fasce deboli. In parte a causa del lavoro ancora da realizzare, la situazione dello spread non è quella che sarebbe lecito attendersi al concludersi di un governo Draghi. Lo spread dell’Italia è aumentato più di quello di vari altri Paesi ed è molto più alto di quello riscontrato all’inizio dello stesso governo. Dato l’andamento di queste variabili nel tempo, se dovessero ulteriormente peggiorare all’indomani di eventuali dimissioni definitive di Draghi, come fortunatamente non è avvenuto dopo quelle della settimana scorsa, sarebbe difficile sostenere che il quadro finanziario italiano sia peggiorato, come ci si sarebbe attesi, a causa della partenza dell’ex presidente della Bce».

In terzo luogo, «che cosa si direbbe dell’Italia all’estero, se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità? Vogliamo uno scudo antispread o anche uno scudo contro atti inattesi dei più credibili protagonisti della vita italiana? Per tutti questi motivi, faccio davvero fatica a immaginare che Mario Draghi rassegni in via definitiva le dimissioni da presidente del Consiglio. La forza della ragione, non solo la speranza, mi induce a credere che ciò non avverrà».

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