I dispettucci di GiuseppiDraghi ha mostrato come si schiva (senza fatica) la mina vagante Conte

L’avvocato grillino le ha provate tutte per uscire dal governo, ma il presidente del Consiglio non ha mai abboccato, chiudendo in modo diplomatico anche l’ultima sterile polemica

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Parafrasando Manzoni: Giuseppe Conte, chi era costui? Chi è quest’uomo che pasticcia con le marmellatine confezionate da Marco Travaglio col sostegno di un anziano sociologo e va in giro facendo dire ai suoi pochi sodali che il governo rischia, si può giusto pensare a un appoggio esterno? 

È una mina vagante, un politico che ha del tutto smarrito la strada, uno che per 24 ore ha indotto il mondo politico e tanto giornalismo a ritenere che qui crolla tutto adombrando persino «un problema democratico» basato sulle rivelazioni di Mimmo De Masi secondo il quale Beppe Grillo gli aveva detto che Conte gli aveva detto che sarebbe stato opportuno cacciare il legale di Volturara Appula dalla guida del Movimento.

Dopodiché lo stesso avvocato ha prima tranquillizzato il Quirinale e poi ha dato rassicurazione allo stesso Mario Draghi che non uscirà dal governo. «Non per questioni personali si esce dal governo», sembra abbia spiegato al Colle. Tanto per mantenere un minimo di suspence fa capire che non vuole incontrare il presidente del Consiglio. dispettucci. Fatto sta che la marmellata Travaglio-De Masi si è inacidita presto. Immangiabile. 

Draghi, che già aveva smentito mercoledì sera, ieri ci ha messo cinque minuti a chiuderla lì, persino stupito della presunta spy story sociologica: «Mai dette quelle cose. Ci sono riscontri oggettivi? Vediamoli. Non capisco perché sono stato tirato dentro questa faccenda». Lo capisce bene, invece: era una trappola. Non è stata la prima e verosimilmente non sarà l’ultima: all’Ufficio depistaggio dei populisti la luce è sempre accesa. Tirate fuori i messaggi, «io non li trovo», o tacete per sempre, sembra dire il presidente del Consiglio. 

Sminata la questione De Masi, Draghi ha sbugiardato i grillini anche sul mitico appoggio esterno, un’ipotesi che non esiste perché, come avevamo scritto, equivarrebbe a una caduta del governo, e dopo questo – Draghi lo ha detto per l’ennesima volta – non è possibile nessun altro governo da lui presieduto (in sintonia con quanto ieri ha detto anche Enrico Letta: «Non appoggeremo altri governi»). 

Persino ossequioso, il presidente del Consiglio, nel dire che «questo governo non esiste senza il Movimento 5 stelle» e dunque «non si accontenterebbe dell’appoggio esterno», il che vuol dire una cosa semplice: Conte faccia il bravo, altrimenti si va alle urne, che non è esattamente una prospettiva tranquilla per uno che nei sondaggi perde un punto al giorno e nei voti reali (le amministrative) pure di più. 

La partita si chiude quindi come non poteva non chiudersi, con il presidente del Consiglio che ha messo l’avvocato del populismo davanti alle sue responsabilità. Con le spalle al muro. Fossimo a Wimbledon, sarebbe l’ennesimo 6-0 6-0 6-0. Ma Draghi non ha certo di fronte un Nadal, piuttosto un avversario che proprio non come prendere la questione, intrappolato da una parte da un presidente del Consiglioche continua a governare il Paese con serietà e anche tempismo («Sono rientrato da Madrid perché dovevamo per forza approvare oggi il provvedimento sulle bollette altrimenti sarebbe stato un disastro»), e dall’altra dai suoi seguaci e consiglieri, Travaglio in primis, che vorrebbero un colpo di testa per svincolarsi dalla politica, quella vera, per tornare a fare il solito casino di dieci anni fa. 

La realtà è che Conte non lo regge più nessuno. Nella riunione della Direzione del Partito democratico, ieri Letta non ha nemmeno parlato di campo largo, e al Nazareno spunta una rimembranza veltroniana, lavoriamo su di noi, rafforziamoci (l’altro giorno Enrico Borghi, della segreteria, ha alluso a un futuribile 30%) piuttosto che inseguire tutti le giravolte del mondo grillino mente l’ultimo giapponese pare Dario Franceschini che oggi dibatte proprio con Conte e Letta in quel di Cortona.

Nel bailamme creato dai ragazzi gialloverdi, perché c’è anche Matteo Salvini che minaccia fuoco e fiamme contro i progetti di legge su Ius scholae e cannabis (ma sono minacce che non turbano Draghi essendo materia dei partiti) – guarda caso ieri rinviati entrambi alla settimana prossima – il presidente del Consiglio lavora per difendere il potere d’acquisto degli italiani e per ridurre quel malessere sociale che dà fiato al populismo del quale ormai egli è il principale avversario, e infatti Conte e Salvini gli fanno la guerra. Perché Draghi il populismo sa come batterlo.