L’alleanza dei saprofitiL’agenda Draghi non scalda il centrosinistra, meglio l’agenda “hai visto mai…”

Come nella famosa battuta di Alberto Sordi («Io credo, hai visto mai…»), Letta e i suoi cespugli imbarcano chiunque per provare a vincere. Anche con un occhio a Conte per il dopo voto

di Amit Uikey, da Unsplash

A Vittorio Gassman che gli chiedeva se avesse davvero la fede, Alberto Sordi rispose: «Sì Vittò, io credo». E dopo una pausa sublime: «Hai visto mai…». Meglio premunirsi, metti che dopo la vita davvero ci siano l’inferno e il paradiso: quanta saggezza, popolare e gigantesca, in quelle tre parole che disegnano una filosofia di vita meglio di un grosso tomo agostiniano.

Ma ecco che quelle tre parole sono in mezzo a noi, in questo inizio felliniano (Veltroni dixit) della campagna elettorale: quell’ “hai visto mai” circola sottovoce a sinistra. E già, qui ci stiamo tutti scordando di Conte-the-killer (di Mario Draghi), cioè del più trasformista tra i politici mondiali che dopo un post-voto in equilibrio potrebbe mettere “hai visto mai” la sua pattuglia di parlamentari a disposizione di una coalizione di sinistra che, d’altra parte, non lo ha rinnegato né dimenticato.

L’ombra dell’avvocato, come quella di Banquo, si aggira eccome, anche perché il legame con l’uomo di Volturara Appula in effetti non si è mai reciso del tutto: neppure la scelta limpida di Enrico Letta di non fare alleanze elettorali con il partito di Conte ha chiuso per sempre il rapporto perché – è il pensiero recondito di larga parte del Nazareno – “in fondo erano bravi, peccato per quell’erroruccio di affossare il governo”.

La corrente thai spira sempre forte, e la sinistra dem preferisce mille volte Paola Taverna a Mara Carfagna, Ale Dibba a Carlo Calenda, Danilo Toninelli a Teresa Bellanova. E in effetti la costituenda gioiosa-macchina-da-guerra-con-gli-occhi-di-tigre è piena di paragrillini ispirati dal leader di Bettola, tuttora vittima della sindrome di Stoccolma pur essendo passati tanti anni dallo sbeffeggiamento di Grillo in diretta streaming, e rimane un mistero come un uomo cresciuto alla scuola del Pci, così devota alla democrazia, al tramonto della carriera sia tuttora abbacinato dalla demagogia ferina e antipolitica di un Conte qualsiasi.

L’idea di Pier Luigi Bersani è tanto semplice quanto paurosa: far cadere «la fatwa» verso i grillini, e raramente espressione fu così poco sensata. I quattro-cinque bersaniani più celebri saranno dunque nelle liste del Pd, magari, ecco, non proprio Loredana De Petris, un tempo espulsa da Nicola Fratoianni perché appoggiò Draghi e ora ai margini di tutto per avergli votato contro.

Ma se non ci sarà lei, ecco Angelo Bonelli, uno dall’insulto facile (ieri, «incompetente» a Calenda), già eletto a Montecitorio sedici anni fa (poi più niente) con la scombiccherata Unione di Romano Prodi che vinse per 24mila voti e cadde due anni dopo, Bonelli verde e antidraghiano quanto basta soprattutto sulla politica energetica, odia Roberto Cingolani almeno quanto Andrea Orlando che ha additato il ministro tra le cause della caduta del governo (mah – ndr). A volte ritornano, o non se n’erano mai andati, come il sodale di Bonelli, sempre Fratoianni, la parte rossa del “cocomero”, alla Camera già da nove anni (remember Nichi?) che lavorerà «fino all’ultimo» perché quel che resta del M5s rientri nella coalizione. Tutto molto thai.

E capita l’antifona, forse ci si è messo lo stesso Conte: da San Giovanni Rotondo l’avvocato ieri ha farfugliato di una futura apertura al Pd, dopo le elezioni, se mollerà l’agenda Draghi. A riprova di come egli sogni di reintrufolarsi nella dinamica politica dopo l’auto-massacro di queste settimane: potrebbe essere un disegnino di Goffredo Bettini, che pure non sarà della partita, fautore di una Cosa contian-zingarettian-orlandian-landiniana, una Cosa molto da paraguru in grado di rianimare personaggi che da anni mangiano un po’ di minestra ai bordi del tavolo della politica, quelli che con sprezzo abituale ma non immotivato tanti anni fa Massimo D’Alema, che li odiava, chiamò «saprofiti», cioè i parassiti più sgradevoli del mondo naturale.

Ecco, dunque, quello che sarebbe un compito di Enrico Letta, se egli non avesse le mani legate dai maggiorenti che aspettano che Conte torni a casa dopo la scappatella russofila e antidraghiana: spruzzare dattorno un po’ di antiparassitario. E di grillismo mascherato. Ma il segretario non è tipo che ama escludere da quel lato, fissato com’è con l’idea che «bisogna coprirsi a sinistra», visione evidentemente frutto di un ancestrale complesso d’inferiorità democristiana nei confronti dei comunisti e postcomunisti, e infatti la regola aurea è quella antica del pas ennemis à gauche, senza comprendere che grillini, paragrillini, parassiti e paraguru sono tutt’altra cosa. L’ultimo tragico equivoco all’ombra del Nazareno.

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