Politica TwitterLo strappo di Calenda è solo un regalo alla destra, dice Enrico Letta

Nel documento firmato insieme «c’era scritto che ci sarebbero state altre intese e avevamo chiarito che sarebbero state obbligate dalla legge elettorale, portando elementi di convergenza soprattutto di natura istituzionale», spiega il segretario del Pd. «Ora pensiamo solo alla campagna elettorale». Ma niente alleanze con i Cinque Stelle. Emma Bonino commenta: «Eravamo insieme fino a sabato, e domenica ha deciso di andarsene per conto proprio. Ha mancato alla parola data per ragioni fumose»

Mauro Scrobogna/LaPresse

Carlo Calenda con Azione resta fuori dal perimetro della coalizione costruita appena una settimana fa con il Partito democratico. La decisione annunciata intervenendo in televisione a “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata non ha ragioni «facilmente comprensibili», dice il segretario Dem Enrico Letta alla Stampa. «Ma mi sento di poter dire che Calenda può stare, secondo quello che lui stesso ha detto, solo in un partito che guida lui, in una coalizione di cui è il solo leader e in cui non ci sia nessun altro. Le cose che ha detto in questi giorni, e nell’intervista a Lucia Annunziata su Rai3, denotano che è sufficiente a sé stesso e incapace di parlare con chiunque altro».

Tutto è partito sabato, quando Calenda «non ha chiamato me, ha chiamato Dario Franceschini e poi sono stato io a telefonargli per capire cosa stesse succedendo», racconta Letta.

Il segretario va dritto al punto: «Credo che il primo onore sia rispettare la parola data, vale in politica come nella vita. E non una parola data a casaccio, ma una firma fatta davanti alle telecamere». E non è la prima volta per Calenda. «È la seconda volta», dice il segretario. «Col senno di poi sono stato troppo ingenuo. Ma sono esterrefatto: il principio fondamentale del diritto è “pacta sunt servanda”. Se un politico, un uomo di Stato, fa saltare gli accordi che ha firmato perché ha cambiato idea non c’è più politica, siamo su Twitter, dove si può cambiare idea ogni minuto. Ecco, credo che Calenda abbia scambiato Twitter con il mondo reale».

A Calenda che dice di aver chiesto un’alleanza più netta, più chiara e con un profilo programmatico più coerente, Letta risponde che nel documento firmato insieme «c’era scritto che ci sarebbero state altre intese e avevamo chiarito che sarebbero state obbligate dalla legge elettorale, portando elementi di convergenza soprattutto di natura istituzionale. Per questo lo avevo chiamato “patto per la Costituzione”. Calenda ragiona come se non sapesse come funziona questa legge elettorale, che impone di fare alleanze per la parte uninominale. Chi va da solo, sta regalando agli altri la vittoria».

Letta rincara la dose dicendo che «Calenda e Conte sono gli interpreti perfetti di quel che accade sempre in Italia: si fanno grandi discorsi e poi si va nella direzione opposta».

In tanti, spiega, «mi hanno detto: parliamo di temi, andiamo da soli. Ma il Rosatellum le alleanze le impone. A destra hanno fatto rapidamente perché Berlusconi e Salvini si sono arresi, consegnandosi a Giorgia Meloni. Da noi era più complesso, ma era doveroso fare quegli accordi».

Non con i Cinque Stelle, però, che «si sono assunti la gravissima responsabilità di aver fatto cadere Draghi». «Per quanto ci riguarda le alleanze sono chiuse e definite», precisa. «È stato fin troppo complicato. Ora pensiamo solo alla campagna elettorale, a parlare dei nostri temi, a incontrare le persone. Abbiamo 600 feste dell’Unità in corso in tutt’Italia. Non dico che le farò tutte, ma tantissime».

Secondo Letta, «Calenda ha reso Fratoianni e Sinistra italiana un totem gigantesco, quando evidentemente il nostro accordo – di cui era perfettamente al corrente – proviene da un rapporto storico e nasce soprattutto per il lavoro che abbiamo fatto a livello europeo con i Verdi. Ha ingigantito una questione inesistente per giustificare il fatto che ha cambiato idea. Trovo che quanto abbia fatto sia gravissimo sia nei contenuti che nel metodo».

Calenda e Renzi ora potrebbero dar vita a un terzo polo che cercherà di rubare voti soprattutto al Pd. Si parla di un incontro tra i due nelle prossime ore. Letta commenta: «Renzi e Calenda sono stati eletti, entrambi, con il Pd. Sono loro ad avere un problema, non noi. Devono spiegare all’opinione pubblica quello che mi sembra evidente: non riescono a stare in un gioco di squadra. O comandano o portano via il pallone. Questa logica del centro è residuale rispetto a comportamenti individuali, non c’è una strategia politica. E visto che non vedo folle di elettori leghisti o di Fratelli d’Italia che corrono verso di loro, è un modo per aiutare Meloni e Salvini, non per contrastarli».

Ma «quando vedo i sondaggi sono preoccupato fino a un certo punto: noi abbiamo il ruolo di partito guida. In questo c’è una differenza tra loro e il Pd perché il nostro è un lavoro collettivo. Ho preso il testimone da Nicola Zingaretti e lo passerò al mio successore, che spero sarà una donna. Ho imparato nella vita che non si sta bene solo a capotavola. In politica bisogna saper fare anche i numeri due, tre, o attaccare i manifesti».

Ma meglio evitare la parola «agenda» riferita a Draghi, dice Letta. «La parola agenda porta malissimo, è successo anche con l’agenda Monti. Togliamo la parola dal tavolo. Il programma del governo Draghi è stato positivo e lo abbiamo sostenuto, ma aveva una sua oggettiva parzialità dovuta al tipo di maggioranza. Non c’erano dentro temi che noi vorremmo in un governo di centrosinistra: più ambizione sull’ambiente, sul sociale, sui diritti».

Cosa vota, chi vota Pd? «Il tema numero uno è l’ambiente. Ho appena incontrato 300 giovani in un campeggio a Tarquinia e a loro ho promesso che andremo avanti. E accelereremo per applicare al 2030 gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni». Il secondo tema è «la questione sociale, la lotta alla precarietà, l’eliminazione dei finti stage, l’introduzione dei contratti di formazione lavoro per i ragazzi pagati come dev’essere pagato un primo stipendio, la pensione di garanzia per i giovani».

E la dote ai diciottenni non è stata accantonata. «In più, puntiamo ad accentuare i lavori stabili e ad avere un welfare più efficiente. Avere Roberto Speranza nelle nostre liste significa anche puntare sulla salute pubblica». E il terzo «punto sono i diritti: con Meloni e Salvini si rischiano drammatici passi indietro, già immagino Pillon ministro della Famiglia. E invece noi confermiamo l’impegno su Ius Scholae e Ddl Zan».

Ma niente aumento delle tasse, come dice la destra: «Tutt’altro, proponiamo di dare una mensilità in più agli italiani con un taglio delle tasse sul lavoro, agendo sui contributi previdenziali. Per alzare immediatamente gli stipendi e far sì che ne beneficino anche i contribuenti con redditi molto bassi che già hanno l’Irpef azzerata. E per aiutare le imprese ad assumere e fare investimenti con serenità».

 

Io resto ferma al patto con Letta, dice Emma Bonino

Intanto, Più Europa ha confermato l’accordo con il Partito democxratico. E questo, spiega Letta, «è la dimostrazione che si tratta di un colpo di testa tutto personalistico di Calenda, che ha sfasciato la sua stessa federazione. Ringrazio Emma Bonino e Benedetto Della Vedova: faremo insieme una bellissima campagna elettorale. Noi confermiamo gli accordi fatti con tutti, non ci rimangiamo la parola data».

Emma Bonino racconta a Repubblica: «Eravamo insieme fino a sabato, e domenica ha deciso di andarsene per conto proprio. Ha mancato alla parola data per ragioni fumose, non convincenti e men che meno dirimenti». «Sono personalmente dispiaciuta e politicamente incredula. A oggi sono ferma al patto con Letta. Inoltre il testo dell’accordo è stato concluso sulla base di una bozza i cui contenuti erano stati scritti da Calenda. Io mi attengo a quell’accordo. Cosa sia successo dopo di così stravolgente, non lo so. Non lo comprendo». «Io resto ferma a quel patto con Letta. È stata convocata da Benedetto Della Vedova una direzione di PiùEuropa, che ne discuterà e deciderà di conseguenza».

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