Un tetto al prezzo del gasDraghi si muove con i partner europei contro i rincari

La Germania apre per la prima volta al “price cap” chiesto da mesi dal presidente del Consiglio. Salvini e Conte chiedono uno scostamento di bilancio, per trovare venti o trenta miliardi, ma è una richiesta che Palazzo Chigi non prende in considerazione. Il governo aspetta le decisioni dalla riunione straordinaria Ue del 9 settembre

Mario Draghi e Olaf Scholz al G7 (AP Photo/LaPresse)

Da oltre sei mesi l’Italia chiede un tetto al prezzo del gas. E ora finalmente qualcosa si muove. L’annuncio è arrivato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che, intervenendo al Forum strategico in Slovenia, ha detto che «la Commissione sta lavorando a un intervento di emergenza e a una riforma strutturale del mercato elettrico». Dietro alla svolta di Bruxelles, ci sarebbe un’iniziale apertura della Germania, che si è sempre opposta con l’Olanda al price cap sul gas e alla richiesta di modifica del mercato elettrico per sganciare il prezzo dell’elettricità da quello del metano, da cui dipende attualmente.

La Stampa racconta che ieri il vicecancelliere e ministro dell’Economia e della protezione climatica tedesco Robert Habeck ha inviato un messaggio ai ministri dell’Energia europei dando, per la prima volta, la disponibilità della Germania a discutere non solo della separazione del costo del gas da quello dell’energia elettrica, ma anche, finalmente, del price cap. L’unico strumento che secondo il governo Draghi sarebbe in grado di raggiungere un doppio risultato: avere bollette meno pesanti e pagare meno la Russia.

Il 7 settembre i rappresentanti degli Stati membri parteciperanno a un seminario nel quale la Commissione presenterà i modelli di price cap, come spiega il Corriere. Quelli sul tavolo sono tre: il modello italiano, quello greco e quello spagnolo-portoghese. Poi il 9 settembre i ministri Ue dell’Energia si incontreranno a Bruxelles per un consiglio straordinario convocato dalla presidenza ceca di turno dell’Unione.

La Commissione Ue avrebbe preferito che il Consiglio si tenesse il 15 settembre, il giorno successivo al discorso sullo Stato dell’Unione che la presidente von der Leyen pronuncerà a Strasburgo alla plenaria del Parlamento europeo. Ma serviva un segnale immediato. È chiaro che «abbiamo bisogno di un nuovo modello di mercato per l’elettricità — ha detto von der Leyen — che funzioni davvero e ci riporti in equilibrio». A imprimere un’accelerazione «i prezzi alle stelle dell’elettricità» che «stanno ora esponendo, per ragioni diverse, i limiti del nostro attuale modello di mercato elettrico. È stato sviluppato in circostanze completamente diverse e per scopi completamente diversi. Non è più adatto allo scopo».

I costi non più sostenibili per famiglie e imprese stanno spingendo anche la Germania a rivedere le proprie posizioni. Così come l’Olanda, la cui Borsa del gas sta traendo grandi benefici dall’impennata dei prezzi del gas. Restano tuttavia per Berlino dei nodi da sciogliere, che avrebbe già esposto alle altre cancellerie. È necessario chiarire cosa accadrà se non dovesse arrivare abbastanza gas da Mosca, dopo l’imposizione di un tetto al prezzo del gas importato, e come prevenire la speculazione dei mercati.

La nuova misura, per funzionare, dovrebbe andare di pari passo con un razionamento. Ma al momento il taglio al consumo di gas, deciso nel consiglio Energia straordinario del 26 luglio scorso, è solo volontario. È attesa per il 28 settembre una comunicazione della Commissione in cui Bruxelles potrebbe indicare i prossimi passi per la solidarietà energetica Ue da lasciar decidere ai capi di Stato e di governo nella riunione di fine ottobre.

Bisognerà lavorare a una riforma del mercato elettrico che preveda di scollegare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, su cui è appunto al lavoro la Commissione. E poi, molto probabilmente, si dovrà stabilire un tetto al prezzo solo sulle importazioni che arrivano dalla Russia. Mosca si è dimostrata un partner inaffidabile, tagliando le forniture all’Ue con i pretesti più diversi. Per la Commissione la Russia usa l’energia come un’arma contro l’Unione per il sostegno militare ed economico che l’Occidente sta fornendo a Kiev nella guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina. Anche ieri von der Leyen ha ribadito che «dobbiamo prepararci a una potenziale interruzione totale del gas russo».

Il modello italiano di price cap sembrerebbe il più semplice dal punto di vista tecnico rispetto a quello spagnolo-portoghese che avrebbe un impatto sui bilanci pubblici e a quello greco che agisce a livello di transazioni considerato troppo invasivo.

A Palazzo Chigi, ieri, il ministro Roberto Cingolani ha parlato di «risultato storico». Il titolare del ministero per la Transizione ecologica è convinto che il 7 settembre, quando lo staff tecnico italiano incontrerà quello olandese per illustrare la proposta, le cose potranno finalmente cambiare perché anche l’Olanda comincia a sentire gli impatti della crisi sulla sua economia. E perché, spiegano fonti di governo, «se la Germania arriva, l’Olanda non può che seguire».

È la conferma che Mario Draghi attendeva. Perché il premier pensa non si possa andare avanti mettendo toppe all’emergenza. Ha dato indicazione di lavorare per un intervento, fino a 10 miliardi, che potrebbe la prossima settimana andare a rafforzare il decreto aiuti di agosto. Ma – spiega Repubblica – il premier considera la via europea l’unica vera soluzione, quella che all’interno della Ue invoca inascoltato da mesi.

Peccato solo essere arrivati così tardi, quando già prima dell’estate Draghi aveva spiegato più volte al cancelliere Olaf Scholz lo schema del ricatto di Mosca sul gas e la necessità di agire sui prezzi a livello Ue. Ora che l’interruzione dei flussi dalla Russia è uno scenario più concreto, non c’è ragione per indugiare.

La soluzione è a Bruxelles, come dimostra l’effetto immediato sui prezzi del metano che ieri per la prima volta da settimane sono tornati a scendere, proprio a ricasco dell’accelerazione europea. È questa soluzione che potrebbe permettere a Draghi anche di limitare anche la portata di nuove misure nazionali contro i rincari energetici.

Questa volta il problema è dove trovare i nuovi fondi. Matteo Salvini e Giuseppe Conte dai social e dai palchi dei comizi dicono che serve uno scostamento di bilancio, per trovare venti o trenta miliardi, ma è una richiesta che Draghi non prende in considerazione.

Con il decreto di agosto da 15 miliardi, che solo domani inizierà il suo iter in Parlamento, si sono rastrellate tutte le risorse derivanti nella prima metà dell’anno da incassi fiscali ben superiori al previsto. Ora si aspetta la fine del mese per capire quanto agosto avrà portato all’erario. Anche perché si spera di ricavare qualcosa anche dagli extraprofitti, visto che scade il 31 agosto il termine per le aziende produttrici di energia per mettersi in regola con l’acconto: dei 4,2 miliardi stimati, a giugno se n’è incassato soltanto uno e adesso sommando anche le sanzioni potrebbero in teoria arrivare fino a 3,7 miliardi. Ma incassare tutto è poco più di un auspicio, a conti fatti la cifra potrebbe essere ben più bassa. Dunque trovare tra i 5 e i 10 miliardi necessari per un intervento efficace, è un obiettivo ancora da raggiungere. Poi bisognerà valutare cosa fare.

All’inizio della prossima settimana si avrà un quadro dei conti. E il 9 settembre arriveranno le prime risposte dall’Europa. I due piani si intrecceranno. Con la consapevolezza che il 25 settembre è vicino.

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