L’Italia forteChe spreco vedere Draghi assistere a questa stanca campagna elettorale

Il discorso al Meeting di Rimini ha ribadito quanto sia profondo l’abisso che separa il presidente del Consiglio dai suoi possibili successori. Purtroppo dovrà lasciare Palazzo Chigi, ma ha mostrato la strada da seguire: europeismo, riforme, dialogo, coesione sociale

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Ai Mondiali del 1970, i brasiliani, appresa la formazione dell’Italia reduce dal leggendario 4-3 rifilato alla Germania Ovest, dissero tra loro: «Questi italiani devono essere fortissimi se si permettono di lasciare Gianni Rivera in panchina». L’episodio ci è tornato in mente ieri mattina ascoltando Mario Draghi al Meeting di Rimini: la politica italiana dispone di uno statista di quel livello e lo lascia nemmeno in panchina ma addirittura in tribuna. Una follia simile non era mai accaduta. Chi lo ha cacciato dal campo di gioco – Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi – un Paese normale dovrebbe punirli severamente.

Se il Partito democratico avesse messo Draghi al centro della campagna elettorale forse il 25 settembre verrebbe potuto raccogliere frutti preziosi ma avendo preferito la linea del CLN dei poveri si trova a condurre una battaglia poco decifrabile e col fiato grosso. 

Mai prima d’ora – con forse l’eccezione di Carlo Azeglio Ciampi premier dopo la bufera di Tangentopoli – si è palesato l’abisso che separa un presidente del Consiglio dalla sua classe politica, e va ripetuto che Draghi, esattamente come Ciampi, non è il tecnico competente versus partiti approssimativi ma è “il” politico migliore di cui il Paese e forse l’Europa dispone.

Non è questione di applausi scroscianti e standing ovation, pur impressionanti: il Meeting di Cl impazziva anche per Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi, sembra il classico barbiere che dà ragione a tutti i clienti. La forza del discorso riminese sta nel riepilogo orgoglioso e puntiglioso dei fatti (basti il «cresciamo più di tutti gli altri Paesi europei») che lascia intravedere, sotto questa vetta della politica la nebbiolina di pianura di partiti senza bussola che si spalanca davanti a noi. 

Osservando questo inizio pasticciato e scarso di idee della campagna elettorale viene non solo da rabbrividire pensando alla differenza di competenza tra l’ex capo della Bce e i vari leader in corsa ma addirittura da mettersi paura constatando che del draghismo come metodo e come sostanza non v’è traccia nelle proposte dei partiti che vanno per la maggiore, da Giorgia Meloni e il Pd con il suo variopinto corollario. 

La cosa è d’altronde coerente per la leader di Fratelli d’Italia, non solo perché è stata all’opposizione ma perché lei, nazionalista, antieuropea e contoriformista, il draghismo lo vuole distruggere, mentre il Pd ha perso l’occasione di fare del partito la forma politica dell’agenda Draghi rifugiandosi dietro un’agenda sociale che – come ha detto il presidente del Consiglio a Rimini – è parte costitutiva della sua azione di governo. Resta Carlo Calenda a rivendicare il draghismo come orizzonte e anche come indicazione politica concreta sino al punto di candidare, per ora solo idealmente, Draghi come successore di Draghi: una scommessa scritta sull’acqua nella speranza che il giochetto Letta-Meloni s’ingrippi a causa di un Senato senza maggioranza. 

Lui, il presidente del Consiglio, naturalmente è stato attento a evitare non solo pareri su questo o su quello, neppure per allusioni, tranne un preciso monito alla destra: «Da sola, l’Italia non è mai stata forte». 

Il sottotesto era chiaro: vi lascio un Paese forte, in piedi, anche e soprattutto (cara Giorgia, sottinteso) perché stiamo autorevolmente in Europa. La sostanza del suo discorso è stata chiara: la strada da seguire è quella di questo anno e mezzo, europeismo, riforme, dialogo, coesione sociale. Soprattutto credibilità, interna e internazionale. E siccome Mario Draghi è un gran signore, sulla credibilità non ha parafrasato Manzoni: se uno non ce l’ha non se la può dare. Mille spanne sopra questa stanca campagna elettorale, uno sguardo lungo su un panorama sconnesso: «L’Italia ce la farà, con qualunque governo», ha detto Draghi. Un apprezzabile wishful thinking ma purtroppo non è così, e lui lo sa.

 

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