Mal di scrivere I premi letterari italiani non sono troppi, è che oggi non fanno più alcuna differenza

In Italia i concorsi e i festival atti a premiare un‘opera narrativa sono in tutto un centinaio. Ma questi libri non vengono letti da nessuno, e a dominare le classifiche sono i soliti bestseller dozzinali

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Secondo Nilanjana Roy i premi letterari sono troppi. La scrittrice indiana, autrice di testi di narrativa e saggistica, oltre che prolifica collaboratrice di testate come il New York Times e il Guardian, lo ha dichiarato in un articolo uscito sul Financial Times pochi giorni fa. In effetti all‘orizzonte autunnale si stagliano consecutivamente il Booker Prize in Gran Bretagna, l‘Hugo Award per la fantascienza, il Goncourt francese, il Deutscher Buchpreis, e questo solo per quanto riguarda il panorama europeo. In America, cercando su Internet, si scopre ben presto che i premi letterari sono stati raggruppati per ordine alfabetico e sono circa cinquantasette.

Ma la vera sorpresa è rappresentata dall‘Italia: secondo un articolo de Il libraio del 2019, i premi nostrani sono centinaia – se considerati anche i piccoli e i piccolissimi.

Dunque la domanda di Nilanjana Roy è legittima: ne servono davvero così tanti? E soprattutto, come si stabilisce il rapporto diretto tra il concorrente o il vincitore di un concorso letterario e l‘effettiva valenza dell‘opera?

In realtà, l‘interrogativo sibillino non riguarda tanto gli scrittori, quanto il pubblico a cui l‘opera si rivolge. Infatti, nonostante una lieve crescita degli ultimi due anni dovuta alla pandemia – che comunque riguardava i lettori già forti – la percentuale degli italiani che leggono è preoccupante: secondo l‘Istat, quasi una famiglia su dieci non ha alcun libro in casa  – e il dato è costante da vent‘anni a oggi. Il 28,2% delle famiglie non possiede più di 25 volumi e il 63,2% ha al massimo un centinaio di titoli.

Questo fornisce un primo quadro della situazione: i concorsi letterari abbondano, ma non guardano pressoché a nessuno visto che la popolazione non acquista libri e non li legge. Quale sarebbe, allora, la loro utilità?

L‘obiettivo di un premio dovrebbe puntare a garantire maggiore visibilità e maggior guadagno a chi ha scommesso e investito sul testo – la casa editrice –, assicurare successo all‘autore, e soprattutto alzare le vendite del prodotto: farlo conoscere, circolare, dunque, per l‘appunto, leggere.

Invece si rischia di confermare un pregiudizio latente e ormai diffuso nella popolazione, ovvero che queste rassegne altro non siano che circoli culturali privati, che strizzano l‘occhio a platee già formate, e le opere di valore non vengono svelate, alla stregua di un segreto massonico. L‘idea che il mondo culturale, e la letteratura soprattutto, si fondi e si perpetri in modo non dissimile a una loggia permea da sempre la percezione comune. I libri cosiddetti commerciali vengono solitamente e tacitamente considerati di bassa qualità dalla critica. I vertici intellettuali ripongono talmente poca fiducia nei confronti del corpo sociale che se qualcosa ha troppo successo è meritevole di dubbi. Troppa popolarità scredita.

I casi letterari odierni, Emmanuel Carrère, Annie Ernaux e Michel Houellebecq in Francia, il norvegese Karl Ove Knausgård, l‘irlandese Sally Rooney, senza contare Franzen, Ellis e Safran Foer negli Stati Uniti – giusto per citarne alcuni – non compaiono affatto nelle classifiche dei bestseller nazionali. Al primo posto troviamo il sempiterno thriller – quest‘anno con “Il caso Alaska Sanders” di Joël Dicker – e i gialli di Carofiglio, Camilleri e Maurizio De Giovanni. I recenti vincitori del Premio Strega – Lagioia, Scurati, Veronesi, Emanuele Trevi, Helena Janeczek – non sfiorano quasi mai l‘agognata decina domenicale de “La lettura” del Corriere, nonostante siano esposti trionfalmente nelle vetrine delle librerie per tutto il corso dell‘anno che segue.

”L‘Amica geniale“ di Elena Ferrante è una felice eccezione che ha venduto 10 milioni di copie in tutto il mondo. Pure, nel 2018, veniva superato dall‘autobiografia del calciatore Francesco Totti, numero uno tra i libri più letti in Italia.

Alessandro Baricco, l‘intellettuale più noto tra quelli oggi viventi, deve gran parte della popolarità ai suoi tentativi di decostruire i verticisimi della cultura, che lui considera forieri di una mentalità “novecentesca”, trapassata e miope. Già nel 1994 era in prima serata con Pickwick, un programma televisivo su Rai3, in cui leggeva e raccontava i grandi classici della narrativa mondiale allo scopo di sollecitarne l‘interesse e quindi anche l‘acquisto.

La questione attraversa il dibattito pubblico da decenni ed è stata ampiamente sviscerata e strumentalizzata da ogni latitudine politica. Oggi è quasi lezioso chiedersi se è l‘ambiente intellettuale a non capire il paese, o se è il paese a ostinarsi cocciutamente dietro un edonismo sbracato e ignorante.

È ripetitivo anche domandarsi se è giusto spogliare la letteratura della propria componente faticosa e stentorea e passarla come un gioco affabulatorio in cui alcuni sono semplicemente più abili di altri.

Il dubbio sorge spontaneo: quale dei due settori sbaglia? L‘editoria che propone e pubblicizza quasi esclusivamente romanzi rosa, polizieschi o le riflessioni dell‘opinion leader di moda al momento, ritenendo, forse erroneamente e confusamente, che sia questo ciò che i lettori desiderano? Oppure sono queste nicchie legate ai festival a non riuscire a rendere onore ai testi che scoprono?

Se i premi e i concorsi funzionassero a dovere, rappresentassero una rassegna credibile delle novità, degli esordienti, dei giovani e dei giovanissimi e poi fossero diffusi coi giusti mezzi, scopriremmo forse a sorpresa che di buona letteratura abbiamo tutti bisogno.

Basti pensare al fenomeno dei Book-Toker, influencer che durante la pandemia hanno lanciato un hashtag dedicato alla lettura, superando 63 miliardi di visualizzazioni. Oggi alzano le vendite dei nuovi titoli, ma anche dei vecchi classici dimenticati al punto che gli uffici stampa sono stati indotti a contattarli per stabilire partnership e collaborazioni.

Sul profilo da 200mila followers @labibliotecadidaphne si organizzano appuntamenti virtuali soltanto per leggere: ottocento ragazzi tra i 20 e i 30 anni, ma talvolta anche più piccoli, tre volte alla settimana aprono il proprio libro davanti allo schermo del cellulare e condividono un‘attività eminentemente solitaria.

Se “La canzone di Achille”, edita da Marsilio oggi sfiora le 500 mila copie vendute grazie a TikTok, le centinaia di occasioni e appuntamenti che affollano l‘agenda culturale da qui all‘estate prossima possono diventare molto di più di qualche migliaia di euro in denaro e gli applausi di pochi accoliti.

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