Dolenze e acrilicoMeloni è la gran maestra del secolo della fragilità

A differenza dei suoi colleghi, Giorgia ha capito come si ottengono i consensi: con le cose di cui ci si vergogna. La cosa più divertente è che le militanti dei cuoricini, essendo intellettualmente inattrezzate, non si sono ancora rese conto di quanto lei somigli a loro

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Io cerco di non scrivere tutti i giorni di Giorgia Meloni, ma la strada di questo buon proposito vede riproporsi quasi ogni giorno lo stesso ostacolo: che Giorgia Meloni è l’unica, tra coloro che si agitano sul palcoscenico politico in questo momento, che non sembri al disperato inseguimento della modernità.

È l’unica che assomigli al tempo sbandato in cui si muove – in cui ci muoviamo – e non so se gli assomigli per vocazione o perché s’è messa a studiarlo per tempo, ma insomma non fa l’effetto disperato che ottengono le mie coetanee che mandano a memoria le canzoni che piacciono alle figlie quindicenni.

Se posso usare esempi che stanno dalle parti di Thomas Bernhard e Robert Musil: Giorgia Meloni gioca nel campionato delle influencer che vendono dolenze e acrilico; gli altri candidati, in quello delle cinquantenni che, per sentirsi più vicine a figli dodicenni cui piacciono i Måneskin, mettono i cuoricini all’Instagram della fidanzata – venditrice di dolenze e acrilico – di Coso dei Måneskin.

Giovedì sera, quando la Meloni ha fatto il colpo da gran maestra del secolo della fragilità di dire come vi permettete di dirmi che discrimino gli obesi, io ho la mamma obesa, mi sono alzata in piedi ad applaudire. Poi ho pensato: ma non l’avevo previsto? Certo che l’avevo previsto, dopo aver letto la sua biografia, quindici mesi fa. (Voi non sapete la noia d’aver sempre già scritto tutto: avrei diritto a un risarcimento da parte di ogni politico di sinistra che ci arrivi tardi. Il che, considerato che tutti i politici di sinistra arrivano strutturalmente tardi su tutto, potrebbe rendermi ricca).

Sempre giovedì, Daniela Santanchè ha postato la schermata d’un augurio di morte alla Meloni, ovviamente spacciandolo per gravissima minaccia. L’ha potuto fare perché sono anni che la sinistra presentabile ci vende la clamorosa stronzata dell’odio on line come prologo di chissà quale violenza.

Invece di ringraziare le multinazionali che hanno creato uno sfogatoio sul quale ogni carneade s’accontenti di dirmi che merito lo stupro nonché di morire di fame e che nessuno al mondo ha mai fatto schifo quanto me, uno sfogatoio che evita al carneade di aspettarmi sotto casa con una rivoltella; invece di ammettere che il tizio che on line ci dice quanto facciamo schifo poi, se c’incontra al bar, ci chiede un video in cui facciamo gli auguri di compleanno a sua nonna; invece d’essere razionali, abbiamo deciso di drammatizzare.

Siccome sfogarsi on line è un fenomeno di massa, eccoci qua: che naturalmente a sinistra ci saranno tanti carneadi che notificano a Giorgia Meloni la loro repulsione quanti a destra ne accumula Laura Boldrini, e la campagna elettorale potrebbe essere ancora più noiosa di così, potrebbe essere una gigantesca gara a chi è più fragile vittima d’insulti. Grande sarebbe l’orchite sotto il cielo di questo spirito del tempo, ma le militanti dei cuoricini sarebbero in brodo di giuggiole.

Militanti dei cuoricini che, essendo intellettualmente inattrezzate, non si sono ancora rese conto di quanto la Meloni somigli a loro. Sì, proprio a loro, che hanno a cuore i profughi e l’aborto e tutte le giuste cause e mai mai mai penserebbero di avere qualcosa in comune con quella fascista.

Proprio a loro, che come Giorgia fanno d’ogni fragilità valuta, ma di Giorgia non hanno il catalogo perfetto: la mamma obesa, l’adolescenza col metabolismo lento, il papà che l’ha abbandonata, il cane zoppo, la maternità col senso di colpa delle donne che lavorano. Tutte, le ha. Voialtre che vi vendete ogni endometriosi e tassista scorbutico e fidanzato malmostoso (in neolingua: abusante) e maestra che non vi capiva e capi che vi hanno sottovalutate, voialtre ne avreste da imparare, da Giorgia, sull’influencing della dolenza.

Si capiva, leggendo il suo libro, da quella scena in cui Giorgia rievocava la sé stessa povera, figlia di madre sola nonché esaurita, unica bambina senza maschera a una festa di Carnevale. Certo che era Amy March. Certo che non aveva il vestito buono per stare in società. Voialtre eravate troppo impegnate a cercare di sentirvi Jo, che in Piccole donne era la fintissima sorella contenutista che vendeva i capelli per beneficenza, per sapere in che parte di quel romanzo risiedeva l’immedesimabilità. Troppo occupate a rappresentarvi come quella buona e giusta, per sapere come si ottengono i consensi: con le cose di cui ci si vergogna.

Sono un po’ stupita che Giorgia Meloni non si sia ancora appropriata del tema dell’odio on line. Foss’in lei, farei un vero colpo da maestra. Giorgia, dai retta, ti faccio da spin doctor gratis. Sfrutta tutta l’attenzione catalizzata da «io sono stata grassa, come potete pensare consideri deviati i grassi, io ho la mamma obesa, come potete pensare non voglia bene agli obesi» (bravissima, nessuno ti batte in spirito e neppure in tempo); poi, appena quell’attenzione lì cala, prendi una manciata di schermate d’insulti e buttati su una dichiarazione tipo: Vedete, vomitano veleno anche su di me, ma sono comunque per la libertà d’espressione.

Daresti modo alla sinistra presentabile di dire lo vedete, ve l’abbiamo sempre detto che la libertà d’espressione era una priorità da fascisti (sì, siamo arrivati a questi paradossi: Rushdie non può ridere perché gli si stanno rimarginando le coltellate e gli tira tutto e insomma ci prega di smetterla; di Orwell invece si sentono le risate dalla tomba); e a Enrico Letta di fare un bel cancelletto «Viva la censura».

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