Vocazione dittaIl Partito democratico ha perso il suo centro ed è diventato una riedizione dei Ds

Letta ha epurato dalle liste elettorali la componente riformista del suo partito e assieme a Franceschini ha spostato il baricentro politico dem avvicinandolo ai no-Nato ed ex grillini. Non resta niente del Pd sognato da Walter Veltroni

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Ciao Walter. Quattordici anni dopo la sua fondazione, il Partito democratico è diventato un partito di sinistra e non più di centrosinistra, e la differenza non è politologica ma sostanziale, essendo l’intuizione di Veltroni fondata sull’idea di unire i vari riformismi italiani laici e cattolici per spezzare il circolo vizioso tra stagnazione e populismo e affermare un partito nuovo della Nazione. 

Il progetto, giusto o sbagliato che fosse, rompeva dunque la lunga tradizione continuista della sinistra italiana inveratasi attraverso i progressivi aggiornamenti, ma di fatto andava oltre la sinistra. Nemmeno Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema – la Ditta – riuscirono a far rientrare del tutto il Pd nell’albero genealogico nato con il Pci: ce la fanno invece oggi due ex democristiani come Enrico Letta e Dario Franceschini, con la compiacenza degli eredi della Ditta, che alla vigilia delle elezioni politiche hanno spostato a sinistra il baricentro politico del partito con il programma e le alleanze con no-Nato ed ex grillini finiti nelle loro liste: i militanti dem della Sicilia si ribellano alla candidatura di Anna Azzolina: ben svegliati! 

Si tratta di episodi che non vanno sottovalutati né circoscritti perché un po’ tutti hanno sottovalutato la durezza dell’area lettiana che con mano ferma ha guidato l’epurazione etnica degli ex renziani (convinti, a torto, che nessuno si sarebbe fatto male) e che condivide le tradizionali ricette economico-sociali della sinistra interna e la  prospettiva di ripescare l’avvocato Conte nella legislatura che verrà.

Per questo, la buriana che si è scatenata sulle liste per via delle clamorose esclusioni di molti riformisti come Stefano Ceccanti ed Enzo Amendola in realtà rappresenta solo la tardiva scoperta della  mutazione genetica avvenuta prima con la fallimentare gestione di Nicola Zingaretti e poi – passo dopo passo, per riprendere uno slogan renziano – con Letta. 

Ecco dunque che il quadro politico ne esce mutato e per certi aspetti nella chiarezza: c’è una sinistra (comme d’habitude, divisa al suo interno tra chi è più di sinistra), un centro riformista e una destra sovranista: uno schema più semplice, se vogliamo, ma con la testa terribilmente voltata all’indietro nella riesumazione di una fotografia ingiallita del Novecento. 

Noi abbiamo motivo di credere che i fondatori del Pd – Veltroni, Arturo Parisi, Paolo Gentiloni, Francesco Rutelli, non sapremmo dire di Romano Prodi – oggi assistano con preoccupazione se non con sgomento questo ritorno al passato del loro partito. Vedremo se la svolta a sinistra dell’uomo di Parigi darà i suoi frutti, se sarà cioè capace di fare ostacolo al tanto pronosticato trionfo di Giorgia Meloni, o se viceversa questa specie di ritorno ai Ds, come l’ha paventato Stefano Bonaccini, sarà al contrario uno degli elementi che agevoleranno la vittoria della destra: in questo caso, tutto è possibile. 

Ma una cosa pare certa: qualcosa ormai si è rotto, nel riformismo italiano, e quel Pd non tornerà più. Sarà anche sbagliato ma i toni roventi della polemica tra Renzi e Letta (ieri violentissima sulla gestione della pandemia) appaiono inevitabili nel momento in cui il segretario del Pd ha messo le dita negli occhi alla componente riformista del suo partito, che di fatto non votando le liste è passata all’opposizione, vedremo per fare cosa.

Sentiremo oggi Carlo Calenda presentare il programma del Terzo Polo, si attendono diverse novità soprattutto sulle ricette economiche, tanto che dovrebbe emergere chiarissima la differenza tra l’agenda Draghi portata avanti da Calenda e Renzi e l’agenda Letta che invece è stata declinata su temi e questioni di più evidente matrice di sinistra. Saranno cinquanta pagine draghiane a partire dai contenuti, da implementare, del Pnrr. Siamo dunque di fronte a una parentesi dovuta alla tattica elettorale o a qualcosa di più profondo? Diremmo la seconda, cioè davanti alla fine dell’idea di un centrosinistra riformista, unitario e vincente. Giudicherà la storia sulle responsabilità del superamento di fatto del Partito democratico come era stato pensato quattordici anni fa.

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