Ambiguità strategicaLa gran confusione del Pd che fa l’ammucchiata a metà e già pensa a Conte per il dopo

Letta ha escluso «per queste elezioni» un nuovo rendez vous con il populista foggiano, accontentatosi di quello di Pomigliano, ma dopo chissà. Intanto c’è chi lavora per educare (di nuovo) il compagno che sbaglia: ma allora perché non far entrare subito i grillini in coalizione?

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Riabilitare il compagno Conte. Lui ha gravemente sbagliato il 20 luglio colpendo a morte il governo Draghi ma la colpa l’ha espiata abbastanza con una sbrigativa messa all’indice e con il rifiuto di allearsi con lui. Ma dopo il voto. Già, dopo il voto, se Dio vorrà evitare al Parse la valanga nerastra, si potrebbero riaprire giochi e giochetti: e allora perché non immaginare un ritorno a casa dell’avvocato, girovago come Zampanò, sballottato tra Lega e poi Pd, quindi tra tutti e poi triste e solitario? 

Quello che è stato un incubo per molti è tuttora il sogno di tanti, al Nazareno: ritrovare Giuseppi, ormai padrone di quel che resta del M5s dopo aver sbarrato le porte a Ale Dibba e Virginia Raggi (per ora, almeno, perché se il 25 settembre gli andasse malamente subito la coppia menzionata lancerebbe un’opa sul Movimento), respirare a pieni polmoni l’eterno venticello che dalla Thailandia arriva a spirare sul centro di Roma, dove i vari Francesco Boccia, Andrea Orlando, Nicola Zingaretti e compagnia bella guardano al Movimento che fu come ai compagni che sbagliano – se la metafora non fosse di cattivo gusto – e soprattutto lui, l’avvocato del popolo senza ormai popolo, resta nei cuori di tutti questi un punto di riferimento magari non fortissimo ma insomma quasi. Boccia, il più michelemiliane del gruppo dirigente, ha ipotizzato «binari paralleli», qualsiasi cosa voglia dire puzza di inciucio coi grillini mentre ieri

Enrico Letta è tornato a escludere che «per queste elezioni» sia possibile un nuovo rendez vous con il legale foggiano, frase nella quale la sottolineatura temporale – «per queste elezioni» – pare lasciare aperta la porta a una nuova convergenza dopo il voto: tanto è certo, è il sottotesto, che a guidare le danze di una nuova eventuale intesa sarà il Pd che punta a diventare il primo partito, ribaltando i rapporti di forza delle ultime elezioni. 

Ma il punto è un altro. È il giudizio che si dà del Movimento e del suo leader, è su questo che il Pd per così dire ancora bascula, tuttora non ha una posizione chiara, non compie un’analisi in qualche modo definitiva. Perché i conti con la recente storia il Pd non li ha voluti mai fare e si è ben guardato dal chiedersi come abbia potuto allearsi con una banda di a-democratici come i grillini, principali responsabili di una legislatura cominciata male e finita peggio, dai decreti sicurezza del Conte I al killeraggio di Draghi. 

Con il senso di superiorità che connota da sempre un certo atteggiamento mentale della sinistra, il Pd in fondo ritiene gli altri inoffensivi, innocui, subalterni perché alla fine a capotavola c’è sempre il Partito, e si è visto che inciampo è stato considerare l’estrema sinistra di Nicola Fratoianni appunto un alleato definito «innocuo»: ha fatto saltare il miglior documento politico degli ultimi anni. D’altra parte, ha spiegato Letta, in questi anni il Pd ha aiutato l’evoluzione dei grillini: non si era forse notato un progresso culturale e morale quando volevano imbarcare Ciampolillo? E vabbè, poi è finita con Conte-the-killer, che vuoi che sia. 

Ora, c’è da chiedersi questo: se Conte è alleabile, perché non l’hanno preso subito, nel momento più importante e delicato, cioè quello della campagna elettorale? Giacché qui i casi sono due: o l’avvocato è unfit e da evitare per un’alleanza elettorale oppure è un compagno di strada ma allora perché lasciarlo fuori da questa specie di CLN che il Pd ha messo su? Non è che dopo il voto si ricomincia la tarantella – anzi la taranta pugliese – con i nipotini di Beppe Grillo (i figli sembrano caduti in disgrazia)? Ecco un tema che si porrà dopo il 25 settembre, nel Congresso di fatto che il Pd dovrà tenere.

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