Conquiste amare L’ultima vetta che ci resta da scalare è fatta di spazzatura

In un mondo dove tutto è esplorato, e in cui le microplastiche sono arrivate persino sull’Everest, Simon Sartori e Giovanni Moscon hanno deciso di fare un’impresa alpinistica alternativa (raccontata dal docufilm “PrimAscesa”) per sensibilizzare sul tema dell’inquinamento causato dai rifiuti

Ph. Elisa Bessega

È un’alba di fine inverno. Il meteo è favorevole, l’attrezzatura è pronta: zaino, caschetto, corda, ramponi, picozza e gli sci, che serviranno per la discesa. Tra i membri della spedizione serpeggia una certa eccitazione, quella che anima la vigilia di qualunque impresa. E l’impresa in questione è in effetti speciale, dato che si tratta di diventare le prime persone a scalare, non senza incognite, la scura e compatta montagna che si staglia nell’aria fredda del mattino. Forse state immaginando una vetta impervia coperta da nevi perenni, magari una parete rocciosa su cui altri alpinisti hanno già fallito più e più volte. In realtà, in un mondo dove quasi tutto è stato esplorato, questa montagna inviolata si trova in Italia. Ed è fatta di spazzatura.

La singolare scalata alla discarica, compiuta come una vera impresa alpinistica dai trentini Simon Sartori e Giovanni Moscon, è raccontata nel pluripremiato film documentario PrimAscesa, con la regia di Leonardo Panizza. Uscito nel 2021, da subito il film è stato mostrato esclusivamente in proiezioni pubbliche insieme al regista e ai protagonisti, che sono amici e compagni di avventura di vecchia data. «Non volevamo perdere la parte relazionale, che secondo noi è fondamentale. L’intento è renderlo anche disponibile online», precisa Panizza. 

Ph. Elisa Bessega

Come è nata l’idea?
Simon Sartori: «In anni di viaggi ho visto che i rifiuti, sia fisici sia umani, stanno sommergendo il mondo. Tornavo a casa con un fardello che mi provocava una rabbia continua. Un giorno ho visto questa montagna di rifiuti, che in realtà ho sempre avuto sotto gli occhi fin da bambino, e mi sono chiesto: perché non saliamo in cima e poi scendiamo con gli sci? Ne ho parlato con Leonardo, che ha capito bene le mie inquietudini, e abbiamo deciso di farlo».

Leonardo Panizza: «Inizialmente l’idea era che fossimo io e Simon a salire filmando tutto e mettendo il video su YouTube. Ma poi, visto che l’idea era molto potente e Simon era particolarmente ossessionato dal tema, ho pensato di mettermi dietro la macchina da presa e di coinvolgere altri professionisti per creare qualcosa di meno improvvisato».

Nel film non dite dove si trova la discarica che scalate. Perché?
Leonardo: «Non l’abbiamo detto perché all’inizio è stato complesso far accettare il video. La discarica è a Trento, è molto evidente per chi è della zona, e il primo festival a cui abbiamo partecipato è stato il Trento Film Festival. Dal momento che eravamo entrati illegalmente nella discarica, però, c’era una sorta di difficoltà da parte del festival ad accettare il film. Ci siamo mossi avvalendoci di un legale, cercando appoggi, anche politici, e comunicando in seguito alla ditta privata che gestisce la discarica di essere entrati abusivamente. A un certo punto abbiamo preso coraggio e abbiamo deciso di presentare comunque il film, pensando: se ci saranno denunce, saranno parte del progetto. Ma non ce ne sono state».

Siete abituali frequentatori della montagna, immagino.
Leonardo: «Assolutamente sì: pratichiamo molto scialpinismo e arrampicata. Il Trentino è sempre presentato come una regione di montagne verdi e che fanno respirare, ma con il film volevamo dare fastidio a questa immagine, che è falsa. Il Trentino è infatti anche una delle regioni che usa più pesticidi e in cui il turismo “modi e fuggi” rende alcune località inavvicinabili e trafficate. Facendo degli studi preliminari sulla discarica abbiamo scoperto che la sua crescita è dettata molto dall’affluenza dei turisti: nel periodo natalizio, quando ci sono i mercatini, cresce molto di più rispetto al resto dell’anno».

Simon: «Io ho lavorato nei rifugi, anche sulle Dolomiti, e ho visto di persona cosa fa la macchina del turismo in montagna. Ogni giorno portavamo a valle sacchi neri pieni di rifiuti».

Nel film Simon e Giovanni a un certo punto alleggeriscono lo zaino abbandonando a terra dell’immondizia. È un richiamo a un certo tipo di turismo montano, quindi, o anche a un certo tipo di alpinismo che ha reso persino l’Everest una discarica?
Leonardo: «Sì, ed è evidente come qualunque luogo esplorato piano piano si degradi. L’idea del film di andare a esplorare un posto così nascosto, così non-visto, è una rivolta contro quella curiosità insita in tutti noi che ci spinge sì verso la novità, ma che alimenta anche un meccanismo di consumo e produzione di rifiuti. Abbiamo voluto invece sfruttare quella curiosità in un luogo in cui la nostra traccia non dà fastidio, perché la discarica è già un luogo devastato».

Simon: «In genere buttiamo la spazzatura nel bidone, non la vediamo più, sparisce magicamente e ci sentiamo a posto. Invece è stata una sfida portare l’immondizia da casa, tenerla in mano, lasciarla lì».

Ph. Elisa Bessega

Alcuni rifiuti che incontrate, tra l’altro, sarebbero riciclabili. Ce n’erano molti di questo genere?

Leonardo: «Pur essendo una delle discariche meglio condotte a livello italiano, credo che per la società di gestione sia impossibile riuscire davvero a smistare completamente. Ad esempio, in un punto dell’ascesa Simon e Giovanni scalano un cubo di imballaggi leggeri che non si sa perché sia finito lì. C’era anche molta plastica».

È interessante il fatto che il film risulta leggero e spensierato, a tratti divertente. È un aspetto che funziona proprio perché stride con il contesto.
Leonardo: «Ci sono tante scene paradossali e di solito colpisce molto quella delle mandorle che cadono a terra per sbaglio, ma che vengono comunque raccolte e mangiate da Simon e Giovanni. Le persone sono schifate. Eppure, quelle cadute a terra sono mandorle bio e italiane, comprate da un gruppo di acquisto solidale… Invece, quanto spesso mangiamo cibo-spazzatura che abbiamo l’illusione sia migliore di quello solo perché è ben impacchettato e sigillato, e che poi va ad accrescere quella montagna di rifiuti?».

Quali sono state le sensazioni durante l’ascesa?
Simon: «C’era una certa emozione, accentuata dal fatto che dovevamo fare in fretta e che ovviamente non avremmo trovato rifugi o cartelli con direzioni e tempi di percorrenza. Non sapevamo nemmeno se avessimo l’abbigliamento giusto: eravamo troppo vestiti? Troppo poco? C’era poi l’emozione di osservare colori e oggetti mai visti in natura. È stata un’esperienza molto sensoriale».

In una scalata classica le difficoltà sono magari l’altitudine, i passaggi molto tecnici… In questo caso, invece?
Simon: «Anche se faceva freddo, gli odori erano intensi, soprattutto quando con le picozze aprivamo lo strato superficiale di immondizia. Ma non è stato un aspetto particolarmente pesante. C’era anche il rischio di valanghe o di trovare rifiuti pericolosi, taglienti… La discesa con gli sci su quel terreno, poi, era qualcosa di nuovo: sapevamo che ci saremmo potuti infortunare».

C’è qualche nuovo progetto in arrivo?
Leonardo: «Stiamo discutendo con una casa di produzione di Bologna il sequel di PrimAscesa, ovvero l’ascesa alla discarica più grande d’Europa, che si trova a Roma. Ci sono delle complicazioni legali e relative alla sicurezza individuale da considerare, perché si tratta di un’area sottoposta a sequestro. Abbiamo già fatto un sopralluogo e, trattandosi di una discarica con un’estensione di 11 km, si dovrebbe fare un trekking di più giorni. Vorremmo anche espandere la riflessione sul concetto di rifiuto includendo ciò che è oggi considerato rifiuto umano o della società, come le persone senzatetto: vorremmo coinvolgerle nell’ascesa creando una sorta di armata Brancaleone».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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