Non chiamatela fatalitàDopo il crollo sulla Marmolada non saremo più gli stessi

L’evento del 3 luglio, una diretta conseguenza della crisi climatica, è destinato a diventare il triste simbolo di un’emergenza che sta toccando da vicino anche l’Italia, in modo (forse) mai così violento. Ne abbiamo parlato con la glaciologa Guglielmina Diolaiuti, che ha sottolineato gli effetti pervasivi della fusione dei ghiacciai (nel nostro Paese spariranno nel giro di qualche decennio)

LaPresse

Attorno alle 13:45 di domenica 3 luglio, una grossa porzione del ghiacciaio della Marmolada – destinato a scomparire completamente entro il 2050 – si è improvvisamente staccata dalla cima della montagna, provocando morti e feriti. In quel momento, a circa 3.300 metri, il termometro segnava 10°C, e lo “zero termico” era sopra i 4.700 metri (dopo giorni in cui era rimasto costantemente oltre i 4.000 metri). 

Quella che in molti definiscono “tragedia”, come se fosse una fatalità dovuta al caso, è in realtà una delle innumerevoli conseguenze di una crisi climatica (di cui siamo responsabili) che sta correndo molto velocemente, con risultati sempre più tangibili sulla nostra vita di tutti i giorni. Il crollo sulla Marmolada – dove quest’anno le giornate con la temperatura media sotto lo zero sono state una manciata – è strettamente connesso con l’ondata di caldo che sta travolgendo il nord e il centro Italia ormai da mesi, e che ha scatenato una delle crisi idriche più gravi della nostra storia recente. A inizio luglio stiamo vivendo una situazione che, generalmente, è tipica dei giorni appena successivi a Ferragosto. 

Quella del 2022 si sta rivelando l’estate climaticamente più tragica di sempre. L’estate in cui – come ha scritto il giornalista Nicolas Lozito in questo post Instagram decisamente azzeccato – «abbiamo capito». Fiumi in secca e desertificazione, fontane spente per razionare l’acqua, Regioni in stato di emergenza per la siccità (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Veneto e Piemonte), 30°C già ai primi di maggio, agricoltori in ginocchio: sono mesi in cui, in modo forse inedito, ci stiamo scontrando con gli effetti concreti di un’emergenza che parte da lontano e dall’alto. La crisi climatica non è più fatta di numeri, target internazionali e notizie da leggere sullo smartphone: è fuori dalla nostra porta di casa e non ha intenzione di bussare educatamente prima di entrare. 

Questa crisi sta ovviamente impattando anche sulla salute dei ghiacciai, italiani e non. Più fa caldo e meno nevica, più questi giganti di ghiaccio (ormai malati terminali) si fondono e si avvicinano alla loro fine. Secondo l’ultimo catasto dei ghiacciai italiani della Statale di Milano, l’Italia conta 903 corpi glaciali, con una superficie totale di 369 chilometri quadrati che si è ridotta del 30% negli ultimi 60 anni. 

Il ghiacciaio dei Forni, per rendere l’idea, nella sua zona centrale perde 6 metri di spessore all’anno. Entro il 2060, esisterà solo il 20% dei corpi glaciali che vediamo al momento sulle Alpi, un’area che – nel giro di una decina d’anni – ha cambiato radicalmente volto a causa delle temperature elevate e delle scarse nevicate. 

Con l’aiuto di Guglielmina Diolaiuti, divulgatrice scientifica (vi consigliamo di ascoltare questo suo intervento al TEDx Bergamo nel 2019), studiosa dei ghiacciai alpini ed extra alpini e professoressa di Geografia fisica e geomorfologia all’Università degli Studi di Milano, abbiamo provato a immaginare quella che sarà l’Italia del futuro. Un’Italia senza ghiacciai, con fiumi sempre più in secca, poca acqua e un settore idroelettrico sostanzialmente immobile. 

In che modo il crollo sulla Marmolada è collegato alle temperature di queste settimane?
«Sono due fenomeni strettamente collegati. È impressionante il fatto che, da più giorni, lo zero termico fosse sempre sopra i 4.000 metri. E sabato, giorno prima del crollo, era sopra i 4.700 metri. Cosa significa lo zero termico così in alto? Significa che – nel caso della Marmolada – sotto i 4.700 metri tutto si può fondere. Con queste temperature, la poca neve rimasta e il ghiaccio continuano a fondersi: si crea così dell’acqua che scorre sia in superficie, sia dentro i ghiacciai. In questo modo il flusso d’acqua amplia le fratture e i crepacci, e lavora destabilizzando il ghiaccio. Ecco spiegati i crolli come quello di domenica».

Nei giorni precedenti, dal ghiacciaio sono arrivati campanelli d’allarme?  
«Non mi sono ancora recata personalmente sul sito, ma dalle immagini e dai video emergono informazioni importanti. Nella zona dove è avvenuto il distacco c’è una parte di ghiaccio grigio: quel colore testimonia il fatto che, da giorni, percolava acqua di fusione. E poi c’è una parte azzurra molto piccola, situata nella zona della frattura “fresca”. Per giorni l’acqua è entrata in profondità: il crepaccio si è ampliato ed è successo quello che è successo».

Il nostro approccio alla montagna deve cambiare.
«Non si può più andare in montagna come prima. Una regola buona sarebbe quella di fare escursioni nelle ore più fredde: durante la notte e all’alba. Si parte dal rifugio col buio, si fa l’ascensione e poi si torna al rifugio prima di mezzogiorno. In quelle frazioni di giornata è molto meno probabile che avvengano crolli. Con lo zero termico così alto conviene rimanere a casa. In questi casi, il sindaco e il Comune devono decidere cosa fare, sentendo poi le guide alpine. Il cocktail composto da frequentazione elevata del ghiacciaio e temperature elevate è terribile». 

Quali sono le strategie per rallentare la fusione dei ghiacciai? 
«Si possono applicare i geotessili per ridurre la fusione. In Italia, però, li mettiamo sopra quei ghiacciai in cui si applica lo sci estivo, come il Presena e lo Stelvio. Lì l’uomo sta già utilizzando il ghiacciaio in maniera intensiva, perché prende la neve a monte per poi portarla a valle con i gatti, creando una pista da sci. Così, al povero ghiacciaio portiamo via la neve preservata in quota, portandola a valle dove fonderà miseramente. In quelle zone si mettono i teli per mitigare l’impatto umano, anche perché il dispendio di energia sarebbe minimo: ci sono i gatti e gli impianti di risalita già attivi, utili per portare il telo sul ghiacciaio».

Ma questa non è una tecnica applicabile ovunque. 
«Esatto, perché i ghiacciai sulle Alpi sono circa 900. Dove non si scia – e non c’è attività umana – si dovrebbe portare il telo con degli elicotteri. Elicotteri che inquinano ed emettono Co2. E ricordiamo che il telo è di plastica: non ha senso posizionarlo su un ghiacciaio incontaminato. All’estero ci sono altre tecniche di ingegneria glaciale. Alcuni mettono delle barriere per evitare che il vento si porti via la neve. Tuttavia, hanno un impatto paesaggistico. In altri casi si spara la neve con i cannoni, ma significa prendere dell’acqua da qualche parte e – in alcuni casi – contribuire al prosciugamento di un fiume». 

Dobbiamo abituarci a un’Italia senza ghiacciai? 
«Sulle Alpi, entro il 2060 avremo il 20% dei ghiacciai che vediamo adesso. Le Alpi diventeranno come gli Appennini, che hanno i nevai ma non i ghiacciai. È troppo tardi per alcuni ghiacciai, ma non per tutti i ghiacciai del pianeta. I ghiacciai sono sentinelle, ma ci sono tanti aspetti della natura che possiamo preservare cambiando le nostre abitudini».

Come faranno i nostri fiumi a sopravvivere?
«L’unico “effetto positivo” dello zero termico così elevato è che i ghiacciai stanno regalando un sacco di acqua ai fiumi in secca. Il merito di quel poco d’acqua che vedete oggi nell’Adda o nel Po è dei ghiacciai, e sarà così anche nei giorni successivi. Tra 40 anni, però, questo fenomeno non accadrà più, e i fiumi che si “riforniscono” grazie ai ghiacciai alpini avranno una portata simile ai fiumi dell’Appennino. Questi ultimi vanno in secca d’estate e hanno le piene quando c’è la fusione della neve, in primavera». 

Qual è l’impatto della fusione dei ghiacciai sul settore idroelettrico? 
«L’esempio più emblematico è quello della zona di Sondrio, dove ci sono tantissime centrali idroelettriche e tantissimi ghiacciai. In quest’area, negli ultimi vent’anni, il contributo della fusione del ghiaccio glaciale per le centrali idroelettriche ha toccato il 20%. Cosa vuol dire? Che l’80% è acqua che deriva dalla pioggia, dalla fusione della neve e dalle sorgenti, e il 20% dai ghiacciai. Tra 40 anni, quando la gran parte dei ghiacciai alpini non ci sarà più, questo 20% che sosteneva l’idroelettrico mancherà, e ci sarà un impatto economico. Bisogna sperare in nevicate abbondanti che garantiscano una buona fusione della neve almeno fino a maggio. Andremo purtroppo incontro a periodi siccitosi sempre più frequenti, che causeranno una riduzione dell’energia idroelettrica». 

E l’impatto sul dissesto idrogeologico?
«Il discorso è più complesso, e bisogna parlare di rapporto tra dissesto idrogeologico e criosfera. Con questo termine intendiamo: neve, permafrost e ghiaccio glaciale».

Partiamo dal ghiaccio.
«Prendiamo l’esempio del ghiacciaio dei Forni, che – nella zona centrale – si fonde a un ritmo di 6 metri annui. Questo significa che – nella cosiddetta zona della lingua – il ghiaccio si assottiglia di 6 metri all’anno. Quel ghiaccio è importante, perché riempie e sorregge le pareti rocciose. Se quella massa viene a mancare, la roccia si espone molto di più alle radiazioni solari, al riscaldamento diurno e al raffreddamento notturno. In questo modo perde stabilità e rischia di crollare».

E la neve?
«La neve ha il vantaggio di mantenere in isotermia tutto ciò che ammanta. Se la neve viene a mancare, la roccia è esposta a una situazione di instabilità, a cicli caldo-freddo che la degradano».

Infine, il permafrost.
«Esso consiste nella roccia e nel terreno permanentemente gelati. Il permafrost non viene intaccato in profondità dal cambiamento climatico. Tuttavia, ci sono dei problemi a livello di spessore superficiale: questa parte diventa al tempo stesso più molle e più spessa. In questo modo, se si trova lungo un pendio inclinato, tende a muoversi e a degradarsi».