Le chiavi dell’ortoDiscorsi sulla proprietà privata delle piante

La frutta che mangiamo appartiene alle industrie genetiche che controllano l’intera filiera agroalimentare. “Chi possiede i frutti della Terra” (edizioni Laterza) è un libro inchiesta sulle potenti lobby che gestiscono la biodiversità del Pianeta

Siamo nel 1914, in Louisiana, Stati Uniti. Mentre il mondo diventa il palcoscenico di quella che sarà ricordata come la prima guerra mondiale, negli uffici della Stark Bro’s Nurseries viene consegnato un pacco destinato a segnare la storia del cibo per come la conosciamo oggi. Al suo interno si trovano una dozzina di mele. Gialle per l’esattezza. Belle, grandi e lucenti.

Di pacchi come quello, il vivaio Stark ne riceve a decine ogni anno: campioni di mele che potrebbero fare la fortuna di chi le ha coltivate. Del resto la Stark Bro’s Nurseries era già allora – ed è tuttora, duecento anni dopo – uno dei vivai più grandi d’America, un colosso nato nei primi anni dell’Ottocento grazie all’intraprendenza, e a un pizzico di fortuna, di James Hart Stark.

Cento anni prima, quando, insieme a un gruppo di pionieri, James Hart decide di migrare sulle rive occidentali del Mississippi, non ha idea che quel fascio di ramoscelli di melo – quelli che gli agronomi definiscono marze – che porta nella sua bisaccia avrebbe presto condotto alla nascita della sua dinastia di vivaisti. Non ha idea che le mele, quei frutti che a noi oggi appaiono un prodotto così semplice, quasi scontato, un frutto presente in ogni abitazione, avrebbero fatto la fortuna sua e della famiglia per le generazioni a venire.

Soprattutto non ha idea che a partire da quei ramoscelli le case, i frigoriferi, gli scaffali dei supermercati di tutto il mondo sarebbero stati colmi di quel frutto.

Il primo terreno coltivato da James Hart Stark gli viene assegnato nel Missouri come ricompensa per il servizio militare prestato nella guerra del 1812. Ed è lì che, qualche anno dopo, quelle marze prese dal vecchio frutteto di famiglia nel Kentucky vengono piantate, dando inizio al suo impero. È lì che nasce il primo frutteto commerciale ad ovest del Mississippi.

Gli affari vanno così bene che, col passare degli anni, gli ettari destinati a frutteto aumentano considerevolmente e l’azienda viene presa in gestione dai figli di James Hart e poi dai nipoti. E sono proprio loro ad avere l’idea di organizzare l’International New Fruit Fair, la prima fiera internazionale della frutta con cui gli Stark vogliono individuare varietà da mettere in commercio.

Per farlo si ingegnano. Hanno bisogno di trovare un’idea che convinca anche il più piccolo contadino a portare le proprie mele. Così inventano il premio per la migliore mela, convinti che possa essere uno stimolo – anche economico – per dei piccoli produttori. Se l’obiettivo ufficiale è il premio, quello reale è individuare nuove varietà da mettere in commercio. Fatto sta che la voce del premio si sparge con una certa velocità e gli sfidanti – le mele – arrivano copiosi.

Il vincitore della prima edizione evidentemente non conosce le regole del concorso, perché quando invia il pacco non si preoccupa di scrivere il proprio nome sulla confezione, quindi è impossibile premiarlo. L’anno successivo decide di riprovarci, questa volta però uscendo dall’anonimato. Vince anche quell’anno con la stessa varietà di mela.

Jesse Hiatt – si chiamava così il vincitore – era proprietario di una fattoria nell’Iowa, dove era cresciuto del tutto casualmente il melo da cui era nato il frutto vincitore del concorso. In “Il libro delle mele” Giuliana Lomazzi racconta di come quel melo fosse in realtà un fastidioso ingombro, tanto che Hiatt «strappò la pianticella per vari anni di fila e poi visto che questa cresceva imperterrita, si arrese. Era la fine degli anni Sessanta del XIX secolo e il buon Jesse si mangiò per qualche anno la sua buona mela». Quell’albero cresciuto prepotentemente sulla terra di un inconsapevole agricoltore produce la Red Delicious, una delle mele più consumate e famose al mondo.

Il concorso si ripete negli anni successivi fino a quando, nel 1914, Lloyd Stark, che gestisce l’azienda insieme al fratello Paul, si ritrova sulla scrivania il pacco contenente le mele gialle. Dopo averle assaggiate si rende subito conto che il loro sapore è al di sopra di quello di qualsiasi mela mai assaggiata prima. «Questa sì che è una mela», dice al fratello. E Paul deve aver pensato la stessa cosa, perché dopo averla provata decide immediatamente di mettersi in viaggio alla ricerca dell’albero da cui sono nate quelle mele così deliziose.

Ma l’impresa non è cosa tanto semplice, visto che il pacco proviene – stando all’indirizzo indicato su di esso – da una piccola località in West Virginia, a oltre 1.500 km di distanza, e a quell’epoca non ci sono treni super veloci o autostrade pronte ad accogliere potenti automobili. È un tratto di strada incredibilmente lungo, ma non così tanto da scoraggiare Paul Stark che, con l’occhio e il palato esperto di chi le mele le sa vendere, capisce subito che dietro quella mela si nasconde una possibile miniera d’oro.

Il solo mezzo per arrivarci, però, è una ferrovia adibita a trasporto del carbone. Paul decide ugualmente di prendere quell’unico treno disponibile, anche se sa che lo lascerà a una quarantina di chilometri dal West Virginia. Da lì, l’unica soluzione è percorrere l’ultimo tratto di strada su un calesse trainato da un cavallo. Non proprio l’ultimo tratto, perché negli ultimi, lunghissimi, chilometri la strada si interrompe e il calesse non può procedere. Paul non si scoraggia, quel melo è troppo prezioso per lasciarselo sfuggire, ha bisogno di rintracciarlo il prima possibile, di conoscere il proprietario. Scende dal calesse e monta direttamente sul cavallo, così da percorrere le ultime miglia che lo separano da quella piccola fattoria che sembra un miraggio all’orizzonte.

Secondo un articolo del New York Times pubblicato nel 1974, all’indomani della morte di Paul Stark, quando il cavallo raggiunge la destinazione la fattoria è deserta: «Stark decide di aspettare e, guardandosi intorno, nota un’esplosione di giallo sul fianco della montagna, riconoscendo immediatamente l’albero di mele che stava cercando».

Il racconto del New York Times mi riporta alla memoria una celebre canzone di John Denver, Take Me Home, Country Roads, quando riferendosi al West Virginia canta di come la «vita è vecchia lì, più vecchia degli alberi» («life is older there, older then the trees»). Non so se Stark abbia avuto la stessa sensazione arrivando in quella piccola fattoria nello Stato americano situato nella regione degli Appalachi; quel che è certo è che rimane così impressionato ed entusiasta da quel piccolo albero che svetta ai confini della fattoria che quando arriva il proprietario, poco dopo, gli corre incontro e dice: «Ti do 5.000 dollari per quell’albero». È una cifra decisamente alta per i tempi, tanto che Anderson Mullins, il proprietario della fattoria, non ha nessun dubbio e risponde immediatamente «quell’albero è tuo».

Quell’albero è frutto di una casualità e, allo stesso tempo, della sua fortuna: vent’anni prima, nella fattoria dei Mullins, il più piccolo dei figli, allora quindicenne, una mattina viene mandato a falciare i campi e lì si accorge di un piccolo melo, alto circa un metro. È una pianta strana, i meleti là intorno sono rari, ma il giovane Mullins decide di lasciarla crescere.

Quando la fattoria passa di proprietà allo zio Anderson, l’albero è diventato maturo e rigoglioso, così Anderson e il cognato, incuriositi dal frutto e venuti a conoscenza del concorso, ne mandano un campione ai vivai Stark.

Quella tra Anderson e Stark può sembrare la semplice storia dell’incontro tra un contadino e un commerciante, uno di quei racconti di cui è costellata la storia dell’umanità, fatta di stereotipati agricoltori inconsapevoli e commercianti disposti a tutto pur di vendere. Qui, però, c’è un particolare che fa di questa storia lo spartiacque nella produzione e nella commercializzazione del cibo. C’è un prima e un dopo. C’è un piccolo albero, il prima, cresciuto spontaneamente sui confini della fattoria degli Anderson, e c’è un dopo, il destino di quella mela gialla.

A partire da questo momento, la storia e l’evoluzione della biodiversità agricola prendono una direzione del tutto nuova. La produzione alimentare, evoluta nel corso dei secoli grazie al lavoro dei contadini, alle schiene spezzate dalla fatica nei campi, al libero scambio e alla circolazione di semi e piante, smette di essere libera e deve fare i conti con il dominio della proprietà privata.

Ma andiamo con ordine.

Negli anni in cui nella fattoria degli Anderson cresce il melo «inconsapevole» e l’impero degli Stark si affaccia al mondo, c’è un uomo, un bizzarro esploratore americano, che viaggia portando con sé un sacco pieno di semi di mele. Michael Pollan ne racconta le gesta nel suo La botanica del desiderio, in un misto di storia e leggenda.

John Chapman è quello che oggi potrebbe essere definito un ambientalista ante litteram, un ecologista amante della natura. Nel racconto che ne fa Pollan, agli inizi dell’Ottocento Chapman è «diretto a Marietta, dove il fiume Muskingum si apre un varco nella sponda settentrionale dell’Ohio, puntando dritto al cuore dei Territori del Nordovest. L’intento di Chapman era quello di creare un vivaio lungo un affluente non ancora abitato di quel fiume, […] all’altezza di Mansfield». Navigando il fiume a bordo di un’imbarcazione sgangherata, simile a un catamarano, Chapman «proveniva dalla contea di Allegheny, nella Pennsylvania occidentale, dove faceva ritorno ogni anno per raccogliere semi di mela, recuperandoli dai profumati mucchi di polpa di mela che si innalzavano sul retro di ogni fabbrica di sidro».

Le mele infatti, di varietà, forma, colore, dimensione e sapore di ogni tipo, vengono perlopiù utilizzate per produrre il sidro, una bevanda alcolica molto diffusa, prodotta proprio grazie alla fermentazione delle mele.

Chapman inizia a esplorare le regioni selvagge del West americano, negli Stati dell’Illinois, dell’Indiana e dell’Ohio, piantando i suoi amati alberi con semi che si è procurato in Pennsylvania. Non si sa bene perché Johnny cominci a piantare questi alberi, ma sicuramente è spinto dall’idea di voler vivere una vita a contatto con la natura selvaggia. Quel che è certo è che il suo continuo peregrinare piantando semi non solo gli vale il soprannome di Johnny Semedimela (Johnny Appleseed), ma lo porta a gestire numerosi vivai. «Lo svitato a piedi scalzi morì ricco», sintetizza efficacemente Pollan.

La vita di Johnny Semedimela è così avventurosa e la sua storia così tanto tramandata nel corso dei decenni che la Walt Disney, negli anni Quaranta, gli dedica un segmento del film Lo scrigno delle sette perle. Accompagnato dalla tipica colonna sonora delle produzioni dei cartoni animati, Johnny Semedimela viene rappresentato come un dinoccolato agricoltore fischiettante e felice, circondato da uccelli e api con cui interagisce amichevolmente mentre raccoglie le sue mele, cantando «il cielo mi vuol ben, mi vuole tanto ben, mi ha dato il seme delle mele, pioggia e sole son tutto quel che occorre a me». La voce fuori campo si chiede: «chi avrebbe detto che Johnny potesse diventare un pioniere? Era proprio quello che si dice una mezza cartuccia». Un giovane agricoltore che vive tra le nuvole. Eppure – così prosegue il racconto del cartone animato – come i pionieri esploravano le terre di frontiera del West, allo stesso modo Johnny Semedimela si mette in cammino, accompagnato dai semi e dalla fede in Dio – nell’animazione Disney è un continuo di riferimenti religiosi –, seminando «in quarant’anni 100 mila miglia quadre».

C’è però un piccolo dettaglio, non proprio irrilevante, di questa storia che la rende molto diversa da quella dei fratelli Stark. Se entrambi in qualche modo possono definirsi dei vivaisti, cioè produttori e rivenditori di piante, i meleti piantati da Semedimela derivano tutti dal seme. E questo per la produzione di mele è, paradossalmente, un problema, uno scoglio insuperabile, perché un melo germogliato dal seme, quindi per via sessuata, è molto diverso dai genitori da cui è nato.

Ogni singolo seme di mela contiene infatti un’enorme quantità di informazioni genetiche diverse da quelle dei semi della stessa mela e da quelle del genitore, per cui quando germoglia e cresce diventa qualcosa di molto, molto diverso dal genitore da cui è nato.

Se io piantassi un seme di una qualsiasi mela, anche una di quelle comprate al supermercato, rimarrei deluso nel vedere che il risultato sarebbe una mela del tutto diversa nella forma, nel colore e nel gusto, da quella da cui è nata.

Le piante nate da seme vengono infatti chiamate semenzali, nascono per via sessuata grazie all’incrocio dei caratteri maschili e femminili, esattamente come ognuno di noi somiglia in qualche modo al padre e alla madre, pur non essendo uguale né all’uno né all’altra. Se questo è il grande miracolo evolutivo che ha permesso a uomini, piante e animali di mutare nel corso dei millenni, la stessa grandezza porta con sé il limite di non produrre in serie e, nel caso delle mele, di non averle tutte uguali, ma con sapori, colori e dimensioni sempre diversi. Totalmente diversi.

A meno che non si pratichi l’innesto, una pratica già molto conosciuta che consisteva – e consiste – nella saldatura delle parti di due piante, in modo tale che si uniscano tra loro fino a crescere entrambe, come se si trattasse di un’unica pianta. Nell’unione di queste due piante la parte bassa – il portainnesto – fornisce l’apparato radicale, mentre l’altra, la marza (si chiama cosi perché in genere gli innesti si facevano a primavera, nel mese di marzo), andrà a costituire la chioma e produrrà le mele. Il risultato è un clone perfettamente identico alla pianta madre.

Questa breve digressione sulla differenza tra semenzaio e innesto è necessaria per spiegare che Stark, quando si trova di fronte l’albero nel West Virginia, ha un problema enorme: chiunque può staccare un ramoscello per farne un clone, ottenendo così una copia identica della pianta. Solo che quella pianta, nel frattempo, lui l’ha acquistata e deve proteggerla. Se un concorrente riuscisse a rubare anche un solo ramo di quell’albero, Stark perderebbe la sua esclusiva di quella mela deliziosa. Così decide di proteggerla da eventuali furti.

«Come?», deve essersi chiesto.

Nessuno può dire da dove nascono le idee, ma quella di Stark è sicuramente un misto di follia, genio e sfrontatezza: rinchiudere quell’albero all’interno di una gabbia metallica a prova di scasso. Con tanto di antifurto. Alla gente del posto, quel melo ingabbiato deve essere sembrato una cosa bizzarra, ed effettivamente è alquanto surreale immaginare una gabbia, una sorta di grande voliera, che circonda un albero solitario posto ai fianchi della montagna. Ma è esattamente quello che accade.

Quell’albero viene così messo in sicurezza e Stark si assicura che solo lui e la sua azienda possano averne un utilizzo esclusivo.

Secondo alcuni, quella di costruire una gabbia metallica fu soltanto una trovata pubblicitaria, una messa in scena per dimostrare il potere commerciale degli Stark, ma il dato certo è che quella mela in gabbia, quell’immagine così nitida della natura imprigionata, fa da contraltare al pensiero eretico di Johnny Semedimela. Da una parte la natura libera di esprimersi nella sua variabilità, di propagarsi mostrando la sua diversità, dall’altra il potere dell’uomo nel decidere che quella evoluzione – quella mela nata per caso in una piccola fattoria – deve fermarsi lì, diventare un’istantanea replicabile e uguale a sé stessa.

Quella mela in gabbia rappresenta nient’altro che l’inizio, il punto nodale su cui negli anni si è sviluppata la legislazione sulla proprietà intellettuale delle piante, il brevetto sui vegetali, l’idea cioè che quel ritrovato agronomico, benché frutto di una selezione naturale, anzi frutto della casualità, diventi di proprietà esclusiva di chi l’ha acquistato.

Se vi state chiedendo che fine abbia fatto la mela in gabbia la risposta è semplice: è la capostipite della Golden Delicious, ancora oggi tra le mele più vendute al mondo.

Tratto da “Chi possiede i frutti della terra”, Editori Laterza, 224 pagine, 16 euro

Fabio Ciconte dirige l’associazione ambientalista Terra! ed è impegnato da anni in battaglie ambientali e sociali; ha realizzato diverse inchieste giornalistiche e pubblicazioni su filiere agroalimentari, caporalato e cambiamenti climatici. È stato protagonista, con Claudio Morici, della web serie “In frigo veritas” di Repubblica e collabora con il quotidiano Domani. Per Laterza è autore di “Il grande carrello. Chi decide cosa mangiamo” (con Stefano Liberti), 2019, “Fragole d’inverno. Perché saper scegliere cosa mangiamo salverà il pianeta (e il clima)”, 2020). Il suo ultimo libro è “Chi possiede i frutti della terra”, 2022.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter