Lifelong learningNon bisogna riformare la scuola, ma migliorare le competenze degli adulti

Non ha senso invocare ogni anno una riforma del sistema scolastico. Ce ne sono state almeno tre dal 2000 a oggi. Preoccupiamoci invece dei dati Ocse che segnalano un forte ritardo dei maggiorenni italiani nei confronti degli altri cittadini europei

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Il rettore della Iulm, Gianni Canova, è intervenuto sul Corriere della Sera di venerdì per chiedere una riforma di sistema della scuola, accusando tutte le forze politiche di aver fatto solo promesse irrealizzabili e tutte rivolte più agli insegnanti che agli studenti. Tutte le forze politiche «con poche eccezioni», si legge. Riforma di sistema che non si fa «dai tempi di Gentile», si legge. Ce n’è tanto bisogno perché un italiano su due non comprende un testo scritto non elementare, si legge. 

Partiamo da qui. Non so se «un italiano su due» sia un dato corretto perché l’autore non ci dice da quale studio abbia tratto il dato. Una cosa certa è che quasi un italiano su due ha solo la licenza media (ce lo dice l’Istat) e che più di un italiano (tra i 16 e i 65 anni) su quattro è Livello 1 o inferiore nell’indagine PIAAC sulle competenze degli adulti in literacy fatta da OCSE nel 2018 (ultimi dati disponibili). La media OCSE è 19,7%, l’Italia è tra i paesi comparabili al nostro quello messo peggio assieme alla Spagna (27,7% noi, poco meno gli spagnoli).

Dal mio punto di vista trovo altrettanto allarmante (ma non ne parla mai nessuno!) un altro dato che emerge da quella indagine, ovvero la percentuale di italiani che si collocano nella parte alta delle competenze delle quali stiamo parlando (livelli 4 e 5): quel dato è pari al 3,4% a fronte di una media del 10%. Da questi dati non so se arriverei alle stesse conclusioni dell’articolo, ma certamente direi che la principale componente di questo ritardo non sarebbe minimamente scalfita da qualsivoglia riforma della scuola, dovremmo piuttosto lavorare seriamente sulle competenze degli adulti, ovvero sul cosiddetto lifelong learning (questo un tema davvero assente da tutti i programmi elettorali).

A colpirmi sono state anche le altre due affermazioni. Quel «quasi tutti» infatti lascia intendere che qualche programma uno sforzo per andare oltre le promesse facili, sforzandosi di mettere lo studente al centro c’è. I lettori del Corriere non hanno diritto di conoscerlo questo programma? A me sembra che quello di Italia Viva e Azione, ad esempio, lo faccia. 

L’affermazione più sorprendente però è quella sulla riforma Gentile come ultima riforma organica. «Nessuno ha mai provato a pensare e progettare seriamente quello che potrebbe e dovrebbe essere la scuola del futuro», ha scritto Canova. L’articolo contiene su questo una affermazione inesatta e sul motivo di questa amnesia un’idea ce l’avrei e la dirò fra qualche riga. Anche non considerando tale il cosiddetto maestro unico di Gilio Tremonti e Mariastella Gelmini (modifica fatta solo per tagliare, è vero, ma l’impatto sulla scuola è stato certamente di sistema), l’ultima riforma organica non è stata quella Gentile, ma quella di Valeria Fedeli sull’istruzione professionale.

Potremmo discutere a lungo su quanto sia stata applicata e sulle scelte giuste e quelle sbagliate ivi contenute, ma non si può negare sia stata fatta e sia stata, almeno nel suo impianto, una mezza rivoluzione. Quella precedente? Anche in quel caso non si deve andare troppo indietro nel tempo: è stata infatti la riforma dei tecnici di Giuseppe Fioroni e Gelmini. Tra l’altro andrebbe valorizzato molto di più il fatto che, in un paese nel quale a ogni cambio di governo si ricomincia sempre da capo, la ministra di Forza Italia decise di dare continuità ai lavori della commissione De Toni-Salatin, voluta dal suo predecessore dell’Ulivo. Sarà un caso che non vengano considerate riforme organiche solo perché non toccarono i tanto amati licei, ma si occuparono solo di tecnici e professionali? Temo di no e qui davvero Giovanni Gentile ha le sue responsabilità. Ed è un pezzo del problema, ma non voglio allargare troppo il discorso. 

L’intervento di Canova ha il merito di porre con forza il tema dei pensieri lunghi a scapito del consenso immediato e di ricordare ai più distratti che la scuola è per gli studenti. Per farlo però non dobbiamo alimentare, nemmeno involontariamente come – ne sono certo – in questo caso, una retorica populista ma coltivare la fatica della analisi di come sono andate veramente le cose negli ultimi 25 anni di tentativi di cambiare davvero la scuola.