La seconda ondataCosì la disfatta della linea Letta-Zingaretti sarà usata per dimostrare che avevano ragione loro

La morsa del bipopulismo è forse persino più soffocante oggi che nel 2018. Ma come ci insegna la storia di questi anni le battaglie che si sceglie di non combattere non si vincono da sole, e tendenzialmente si vendicano

di Kevin Charit, Unsplash

L’idea che grazie a Mario Draghi fosse possibile interrompere la spirale autodistruttiva del sistema politico; la speranza che le infinite sofferenze inflitte all’Italia dall’ignobile gara tra grillini e leghisti nel corso della legislatura appena conclusa potessero servire almeno da lezione, se non proprio da vaccino; una qualche residua fiducia nella razionalità della politica e persino nella possibilità che le società imparino dai propri errori: tutto questo è stato spazzato via dalla seconda ondata populista, replica perfetta e con poche variazioni sostanziali di quella del 2018.

A sinistra, almeno a giudicare dalle prime reazioni, in molti sembrano fermamente intenzionati a ripetere esattamente le stesse mosse che li hanno portati a questo punto. Caso singolare in cui non già una vittoria, ma una totale disfatta – forse la più completa nella storia della sinistra, che pure di sconfitte non è certo avara – viene indicata da un gruppo dirigente come conferma della propria linea e delle proprie scelte.

Dopo avere passato tre anni inseguendo il populismo grillino che avrebbero dovuto combattere, cedendo su ogni questione di principio e di programma in cambio di alleanze precarie e spesso sfortunate a livello locale, i democratici di Enrico Letta hanno seguito fino all’ultimo la linea tracciata da Nicola Zingaretti, cercando al tempo stesso di presentarsi come i principali sostenitori del governo Draghi, come se le due cose non fossero inconciliabili. Siccome inconciliabili lo erano davvero, alla fine il Pd si è trovato costretto a una scelta: ammettere la verità, e cioè che il governo Draghi era l’esatto opposto del governo Conte, o continuare a fingere che così non fosse, e fare la faccia stupita e oltraggiata dinanzi alla scelta del Movimento 5 stelle di non votare la fiducia. Ha scelto la seconda strada.

E così adesso in tanti, anziché domandarsi come mai per invertire il loro declino i cinquestelle abbiano dovuto rompere col Pd, chiedono al Pd di riprendere il dialogo con i grillini, con il fallace argomento che insieme avrebbero potuto ridurre le distanze dal centrodestra. Ma delle due l’una: o i dirigenti del Pd non credevano a una parola di quello che dicevano quando sostenevano il governo Draghi, e allora non si capisce perché proprio su questo abbiano rotto l’alleanza con il Movimento 5 stelle alla vigilia del voto; oppure ci credono, a quelle parole, e allora non si capisce perché dovrebbero tornare in ginocchio da Giuseppe Conte.

Invece la linea politica e la stessa composizione delle liste elettorali del Pd è stata ispirata alla logica della totale subalternità ai cinquestelle, pur non avendo fatto alcuna alleanza con loro: un capolavoro di cui nel nuovo parlamento, è facile prevedere, non si tarderà a vedere il frutto (non bastasse il frutto maturato nelle urne).

Ora la battaglia per una politica diversa, contro il populismo e per una sinistra riformista e di governo, ovviamente, è infinitamente più difficile. La morsa del bipopulismo è forse persino più soffocante oggi che nel 2018. Ma come ci insegna la storia di questi anni le battaglie che si sceglie di non combattere non si vincono da sole, e tendenzialmente si vendicano.

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