Italia acefalaDal voto esce un Paese polarizzato geograficamente e demograficamente

Guardando la mappa dei risultati elettorali, quello che emerge è una società frammentata. Al Sud molto bene i 5 Stelle, mentre la Lega è in calo nelle sue roccaforti al Nord, sostituita da Meloni. Tra i giovani le preferenza a +Europa, Azione e Fratelli d’Italia

LaPresse

Chissà cosa avrebbero risposto Silvio Berlusconi e i primi dirigenti di Forza Italia, tutti provenienti da un certo mondo imprenditoriale milanese e settentrionale, se fosse stato detto loro che la roccaforte del partito quasi trent’anni dopo sarebbe stata la Calabria?

Guardando la mappa del voto del 25 settembre per il partito del Cavaliere spicca subito come questo sia diventato maggiormente concentrato rispetto a 4 anni e mezzo fa. In Calabria ottiene il 15,6%, quasi il doppio della percentuale nazionale, mentre allo stesso tempo scende simbolicamente sotto la media proprio nella circoscrizione Lombardia 1, quella di Milano, dove cala più che altrove.

Fonte: Ministero dell’Interno, colori del consenso tarati intorno alla media nazionale delle due diverse elezioni

Il modello di consenso per Forza Italia è in fondo paradigmatico di una tendenza comune anche ad altre forze. L’Italia esce da queste elezioni più divisa e frammentata. Come era accaduto al tramonto della Prima Repubblica i partiti in calo perdono contatto con le aree che da sempre anticipano i trend dell’economia e hanno maggiori contatti con il resto d’Europa e del mondo, quelle del Nord. 

Persino la Lega, forse sorprendentemente, appare perdere terreno di più nelle regioni settentrionali, in particolare nel Triveneto, che nel Mezzogiorno. Si sarebbe potuto pensare che il declino della popolarità di Salvini sarebbe coinciso con la fine della stagione della Lega attrattiva anche al Sud, che quel nuovo consenso fosse più incidentale, emozionale, il primo a essere spazzato via dal nuovo vento meloniano. E invece no. In Campania, Calabria, Sicilia orientale non perde praticamente nulla, in Basilicata addirittura progredisce, nella Sicilia occidentale scende solo di mezzo punto. 

Fonte: Ministero dell’Interno, colori del consenso tarati intorno alla media nazionale delle due diverse elezioni

Vi è questa tendenza alla meridionalizzazione anche nel voto al Movimento 5 Stelle che, nonostante il recupero delle ultime settimane, più che dimezza la percentuale presa 4 anni e mezzo fa. Vede il proprio consenso calare più della media in aree in cui era comunque già più debole, come il Veneto e l’Emilia Romagna, mentre resiste maggiormente laddove in teoria avrebbe avuto più da perdere, le roccaforti del napoletano. Qui arriva a un incredibile (visti i sondaggi di pochi mesi fa) 41,4%.

Il partito di Giuseppe Conte è ancora più Lega Sud di quanto non fosse già nel 2018. Se allora, per esempio, risultavano avere un consenso superiore alla media nazionale anche nelle Marche ora qui scendono al di sotto. Mentre ne ottengono uno esattamente pari nella circoscrizione Lazio 2 (tutte le province tranne Roma), dove 4 anni e mezzo fa avevano l’1,7% in più del valore complessivo.

A sostituire la Lega e Forza Italia nelle aree più dinamiche del Paese è Fratelli d’Italia. Che al contrario degli alleati si settentrionalizza. Il gradiente tra Nord e Sud, prima inesistente nel suo caso, si approfondisce anche qui, ma in senso inverso rispetto a quanto accade a Lega e Forza Italia. 

Così se nel 2018, al di là della roccaforte romana e laziale, non vi era un grande divario tra il consenso raccolto nelle regioni settentrionali e in Calabria, Sicilia, Puglia, e la Campania (napoletano escluso), oggi in queste ultime i progressi sono molto minori.

Nel Veneto occidentale Fratelli d’Italia ottiene ben 15 punti in più che nella Sicilia occidentale. Il flusso da Lega e Forza Italia al partito di Giorgia Meloni c’è stato, come era stato ampiamente previsto, ma è stato asimmetrico, e questo contribuisce a creare un ulteriore elemento di divisione. 

Fonte: Ministero dell’Interno, colori del consenso tarati intorno alla media nazionale delle due diverse elezioni

Possiamo dire, in sostanza, che il Mezzogiorno ha votato di più chi ha perso consenso, e il Nord i vincitori e le forze emergenti di questo voto. A confermarlo vi è la distribuzione del consenso per il Pd, che ottiene, è vero, uno 0,3% in più che nel 2018, ma conferma un minimo storico da cui si pensava si sarebbe risollevato. 

Rispetto alla scorsa tornata elettorale il partito di Letta perde consenso soprattutto in Toscana (a causa della scissione renziana) e Lombardia, sia dove in precedenza aveva resistito meglio, nel milanese, sia altrove. Al contrario cresce in modo significativo in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Sardegna. 

Fonte: Ministero dell’Interno, colori del consenso tarati intorno alla media nazionale delle due diverse elezioni

A sottrarre al Pd il favore delle province e delle regioni più ricche è stato il Terzo Polo. Azione e Italia Viva, al contrario di quanto affermavano alcuni sondaggi, hanno avuto anche essi un consenso molto concentrato. Nella circoscrizione Lombardia 1, quella di Milano, prende molto più del doppio che in Calabria, Puglia, Sardegna, Sicilia Orientale. 

Appare oggi come la formazione più settentrionale, anche al di là delle famose Ztl. Ed è interessante come il voto verso di essa sia in qualche modo complementare a quello dell’altro partito moderato, molto più antico, il cui elettorato il Terzo Polo vorrebbe assorbire, Forza Italia. 

Matteo Renzi e Carlo Calenda sono preferiti alla formazione di Berlusconi in quasi tutte le aree economicamente più forti del Paese. Dalla circoscrizione romana (4,2% la differenza a favore di Azione/Italia Viva), a quella di Milano (+4,4%) alla Toscana, all’Emilia Romagna, al Veneto. Mentre Forza Italia prevale nelle regioni con PIL inferiore.

Fonte: Ministero dell’Interno

Le diverse Italie hanno votato in modo molto diverso, dunque. Ma il nostro Paese non si divide solo geograficamente, tra Nord e Sud, tra città e provincia, tra Ztl e piccoli comuni. Bensì anche demograficamente. 

Qui si deve dare credito ai sondaggi, non vi sono dati certi, naturalmente. Ma se quelli dell’Istituto Ixè sono affidabili emerge un ancora maggiore divario di prima tra i nuovi elettori, i più giovani, e la media. Coloro che hanno tra i 18 e i 24 anni, e che in buona parte nel 2018 neanche erano potuti andare alle urne, hanno votato in modo molto diverso dai connazionali più anziani. 

Basti osservare il partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia. In questo caso vi è addirittura un 10,6% di differenza tra il consenso raccolto tra gli italiani nel loro insieme, il 26%, e quello raccolto tra i più giovani, solo il 15,4%. 

Perlomeno nel 2018 gli under 25 erano tra coloro che avevano trainato il successo della prima formazione di allora, il Movimento 5 Stelle, e comunque il gap tra il loro voto e quello complessivo era inferiore, del 6,7%. 

Oggi, a differenza di allora, gli italiani più giovani sono tra i perdenti di queste elezioni. Del resto anche le altre forze della nuova maggioranza ottengono meno consenso tra questi che tra i più anziani. In particolare la Lega, che prende tra costoro solo il 2,5%, meno di un terzo dell’8,8% medio. Nel 2018 il divario era molto minore. In controtendenza Pd e Forza Italia, che vedono in parte chiudersi il gap tra il voto delle diverse fasce di età.

A contribuire a una sempre maggiore polarizzazione della società è invece la performance elettorale di Azione/Italia Viva e +Europa. La lista di Renzi e Calenda è quella più votata da chi ha meno di 25 anni. È un dato estremamente significativo. Prende tra i più giovani quasi il 10% in più della media, il 17,6%. Quella di Emma Bonino è ancora più “giovanile”. Tra i 18-24enni arriva addirittura al 12,3%, più del quadruplo rispetto al 2,8% complessivo. 

Fonte: Ixè

Forse sono queste spaccature, quelle demografiche, a essere più preoccupanti, ancora più di quelle geografiche. Giorgia Meloni probabilmente lo sa, viene dai movimenti giovanili, è stata marchiata come “giovane emergente” molto a lungo.

Sa che deve conquistare il consenso di una fascia della popolazione che il centrodestra ha sempre trascurato con le proprie politiche, venendo del resto ricompensato con astio e indifferenza dalle nuove generazioni negli ultimi anni. Un conto però è sapere di dover fare qualcosa, un conto è avere l’intenzione e soprattutto l’interesse a farlo.