Avere tuttoLa resa dei conti di fronte alla nostalgia dell‘ultimo romanzo di Marco Missiroli

Il protagonista e il proprio padre giocano a immaginarsi con cinquant‘anni di meno e cinquanta milioni in tasca. È il loro modo per immaginare un mondo alternativo, al di là del possibile, una fuga dalla realtà. Ma l‘intento del libro è proprio dipingere l‘assurda e inconsapevole perfezione del presente

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Perito elettronico e delle telecomunicazioni, bigliettaio nei bus turistici sulla riviera, operaio ferroviere, barista, programmatore informatico in ferrovia. Sul documento d’identità non ha mai voluto scrivere: ballerino.

Dopo la briscola andiamo sul terrazzo e fumo anche io. È qui che gli faccio il gioco: dove vuoi essere con un milione di euro in piú e cinquant’anni in meno.
Lascia la sigaretta nel vaso di gerani e sta a odorare l’Ina Casa che sa di fiume. Risponde subito: – Con mio babbo a lavorare il campo. E anche in quella balera a Milano Marittima, con la mamma.
Ma si vede che è già con il padre a smembrar le zolle, prima che morisse.
– E te?
– Cinquant’anni fa è difficile.
– Venticinque.
Io penso che non voglio tornare a quindici anni. Le lentiggini e la Rimini dura con i timidi. – Voglio essere a Londra, in un appartamento all’ultimo piano, a spiare la
gente che passa per strada.
– E il milione?
– L’appartamento dell’ultimo piano.
Mi guarda con le palpebre strette di quando è perplesso.
Sputa il fumo e tira fuori che c’è un problema con le regole del gioco: – Non ha senso chiedere cosa avrei comprato cinquant’anni fa con un milione di euro, circa due miliardi di lire. È più bello dire: dove vuoi essere con cinquant’anni in meno e cosa vuoi comprare con un milione di euro adesso.

– Dài allora.
Non risponde, si sporge dal terrazzo e studia i merli che razzolano in strada. L’Ina Casa ha già l’estate, il vociare sui balconi e gli strilli dei burdèl nei cortili. E lui non parla più, fuma, mi dà la schiena. Dà sempre la schiena se ha bisogno di stare da solo.
– Pensaci al milione da spendere adesso, – gli appoggio una mano tra le scapole e vado in camera. Accendo il computer, sulla scrivania ci sono la lampada dal collo lungo, le vecchie bollette, la confezione della stilografica regalo di laurea. La stappo e scrivo in agenda di richiamare la banca per il fido, mi metto a lavorare.
Quaranta minuti dopo la Renault 5 si accende e va via.

Ha tolto i dipinti di lei dai muri. I vestiti da sera sono ancora qui, e le scarpe. E la cassaforte, dietro gli ultimi due volumi dell’enciclopedia Fabbri. Svuoto la sacca: le quattro magliette, il maglione di cotone, le due camicie, i sandali, i tre pantaloni. Richiudo la cerniera e sistemo tutto nell’armadio. Il dubbio che possa aver fatto come quando ero adolescente: rovistare nei miei zaini, nelle tasche dei miei vestiti. In cerca di una prova qualsiasi per confermare il sospetto.

Finisco di lavorare a mezzanotte passata. Lui è ancora fuori. In cucina ha lasciato il pentolino sul fornello con un dito di latte, la scatola di fiammiferi sulla bilancia. Ha ammollato i ceci nell’alloro e predisposto il boccione per travasare l’olio. Mangio una fetta di emmental: è il suo formaggio e lo taglia facendo lo slalom tra i buchi. Il mazzo da briscola è sopra le noci, nel cesto di paglia. L’ha strozzato nell’elastico, accanto a quello francese. Fuori, via Mengoni è nera.
Prendo il mazzo francese. Lo tengo nella mano destra e lo passo nella sinistra. Mi siedo e lo libero dall’elastico. Lo disfo e rimango con le dita sopra le carte sparse.

Lo ricompongo. Mischio all’americana. La seconda falange dell’indice spinge sempre il dorso del mazzo. Mischio all’indiana. Pollice che pela verticale e palmo a conca. Rallento appena i polpastrelli pizzicano. Le stendo a mezzaluna, le raccolgo, ripeto. La velocità è meno decisiva della cura: l’inclinazione del braccio, la rotazione del polso, le tre dita centrali che orchestrano. Sono stato preciso fin dalla prima volta.
Ricomincio e chiudo. Premo le carte sul tavolo con il palmo. Quando frusciano è una folata tra le foglie, le ali di un cardellino.

Rientra alle tre e venti del mattino. Il portone scatta e i passi vengono su. Mi rigiro nel letto e ho due pensieri: soffre di insonnia o. O cosa? Per anni invece di dormire girovagava in salotto, quanto al resto non so. A parte il ballo è sempre stato un uomo di poco corpo.
Aspetto che vada in camera, non va. Sento il borbottio di un’auto in via Magellano, il crepitare del mio letto, il vuoto della stanza. Mi alzo e lo raggiungo in cucina.
È seduto, la scia di fumo sale dal posacenere. Ha su il vestito buono.
– Ciao.
– Ciao.
Poi dice che ha pensato al nostro gioco: chissenefrega dei cinquant’anni in meno e del milione in piú. Vuole tornare nel 2009: il Gran Galà di Gabicce, su alla Baia Imperiale.
Bevo un bicchiere d’acqua e do la buonanotte.

Ho sedici anni quando lui mi trova nel capanno con la sigaretta in bocca. Chiede da quanto va avanti. Gli rispondo che è da poco ma sa già che sono un bugiardo.
– Cosa fumi?
– Marlboro.
– Quante?
– Una, due. Il sabato tre.
– Non ti far beccare dalla mamma. Promettimelo.

Promettimelo: com’era suonato bene quel suono di supplica nella sua bocca.

 

Da Avere tutto, Marco Missiroli, Einaudi, 168 pagine, 18 euro

© 2022 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Pubblicato in accordo con MalaTesta Literary Agency, Milano