Il (finto) gigante feritoMeta si finge debole sul mercato tech per evitare di essere scorporata

Da tempo l’antitrust cerca di colpire la multinazionale californiana per l’acquisizione di Whatsapp e Instagram. La linea difensiva adottata dai legali di Zuckerberg è quella di fingersi una azienda attorniata da altri player ben più minacciosi

LaPresse

È una mossa inaspettata ma potrebbe funzionare. Meta, il gigante che contiene Facebook, Instagram e Whatsapp, è alle prese con una battaglia legale che la vede scontrarsi con 46 stati degli Stati Uniti e la Federal Trade Commission (Ftc). 

Da tempo l’antitrust cerca di colpire il gigante, soprattutto criticando l’acquisizione di Whatsapp e Instagram, che avrebbero messo Facebook in una posizione di monopolio nel settore. Più recentemente, la Ftc ha cercato di fermare l’acquisizione da parte di Meta di Within, azienda specializzata in fitness nella realtà virtuale.

Cause legali simili sono in corso in Unione europea e nel Regno Unito, mentre il business del gruppo non va esattamente alla grande. Un quadro poco felice, che ha ispirato la mossa legale di cui sopra, una nuova linea difensiva con cui Meta si dipinge in corte come un gigante ferito, ormai troppo in crisi per poter avere una posizione dominante nel mercato.

A sostenere la tesi è la stessa squadra legale dell’azienda, anche se con il dovuto giro di parole, che ha sottolineato come i tempi in cui Meta era al pari degli altri colossi del Big Tech sono ormai passati: Apple, Google, Microsoft e Amazon valgono tutti almeno un trilione di dollari; Meta, che dalla scorsa primavera ha perso il 60% del suo valore di mercato, meno della metà.

Un portavoce dell’azienda ha spiegato ad Axios che ormai la competizione è «con aziende diverse volte più grandi di noi e con molte più risorse». Eppure, «alcuni enti di controllo e alcuni politici sembrano convinti che Meta abbia un monopolio».

Come dicevamo, è una strategia balzana, ma spacciarsi per agnellino in un mondo di lupi potrebbe segnare una svolta per la comunicazione – almeno quella legale – del gigante guidato da Mark Zuckerberg. È stato un anno difficile, dopotutto.

Nell’ottobre del 2021, il gruppo Facebook annunciò di cambiare nome, trasformandosi in Meta, anche per lanciare la propria scommessa sul metaverso, l’ipotetica nuova frontiera del web su cui Zuckerberg ha finora bruciato dieci miliardi di dollari. Nel corso dell’anno in corso, poi, tutto è cambiato sul piano dei social network, l’antico feudo di Facebook, con il trionfo di TikTok.

TikTok non è solo un competitor, per Meta, è un modello di servizio completamente diverso, che ha rottamato il feed per come lo conoscevamo – e per come Zuckerberg l’ha costruito – sostituendo l’onnisciente intelligenza artificiale dell’algoritmo, alle cerchie di amici consigliati. Meta, con la sua Instagram, sta cercando di adeguarsi al nuovo canone, ma i reels non risultano graditi ai suoi utenti, a giudicare dallo scarso engagement registrato e dalle proteste pubbliche di influencer e persone comuni. (Instagram non è l’unica a inseguire TikTok, ovviamente: anche YouTube ha inaugurato il formato Shorts, con cui sta rispondendo al social cinese).

«Alle volte i fatti che sono buoni per una difesa antitrust sono pessimi per un business», ha commentato uno degli avvocati di Meta, certificando la nuova linea difensiva di Meta. Un altro cavallo di battaglia per i legali dell’azienda sarebbe il fatto che le acquisizioni oggi criticate «sono avvenute anni fa e non causarono preoccupazioni all’epoca». Il riferimento è soprattutto all’acquisizione di Instagram, avvenuta nel 2012, e oggi considerata la scelta che ha di fatto salvato Facebook da una crisi che già all’epoca sembrava imminente. 

Zuckerberg riuscì ad aggiudicarsi Instagram per solo un miliardo di dollari. Un’inezia, se si considera il peso che il social fotografico ha avuto negli ultimi dieci anni, specie dopo l’introduzione del formato Stories (che fu copiato da Snapchat). Ed è vero, all’epoca le dimensioni di Instagram erano tali da non ispirare grandi preoccupazioni in campo antitrust. Lo stesso si può dire di Whatsapp, acquisita nel 2014 per 19 miliardi in un momento in cui l’app, diffusa particolarmente in Europa e Sud America, era sconosciuta al grande pubblico statunitense.

«Cos’è cambiato da allora? – sembra chiedere il team legale di Meta – come mai all’improvviso siete tutti così interessati e preoccupati di noi?»  È una domanda ovviamente retorica e piuttosto sfrontata, cosa che forse gli avvocati stessi dell’azienda sanno bene. Per questo hanno pensato a un secondo argomento da portare in corte, quello del gigante ferito, attorniato da altri player ben più minacciosi di Meta. Un’idea talmente assurda che, chissà, potrebbe anche funzionare.

 

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