La pacchia è finita da tempoLa via italiana nell’Ue passa dalla coesione fra interessi europei e nazionali

A dispetto di quel che dicono certi candidati alle elezioni di domenica 25 settembre, Roma ha bisogno di una lente federalista che rafforzi la dimensione sovranazionale delle istituzioni di Bruxelles

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La pacchia, che in italiano ha una connotazione negativa, si traduce nelle maggiori lingue europee in un «dono del cielo» o «di Dio» e potrebbe esprimersi positivamente in una situazione di «abbondanza materiale e di assenza di preoccupazioni».

La pacchia è finita nell’Unione europea da quindici anni e la fine della abbondanza materiale e della assenza di preoccupazioni è iniziata con la crisi finanziaria del 2007-2008; è proseguita con il terrorismo internazionale sviluppatosi all’interno dei confini dell’Ue; è continuità con l’aumento dei flussi migratori “economici” o di richiedenti asilo; si è aggravata con le conseguenze di sciagurate e reiterate politiche che hanno inquinato l’acqua, l’aria e la terra; si è materializzata con l’assenza di autonomia strategica dell’Ue di fronte alla fine del multipolarismo; è diventata drammatica con la pandemia; ha infine sconvolto gli equilibri mondiali con l’aggressione della Russia all’Ucraina.

La differenza fra le soluzioni europee adottate per rispondere alle scarsità materiali e all’aumento delle preoccupazioni non è ideologica – cioè legata a una ipotetica contrapposizione teorica fra un metodo di decisione (o di non decisione) prevalentemente confederale o dei meccanismi di analisi dei problemi, di proposta, di decisione e di esecuzioni sovranazionali o prevalentemente federali – ma maledettamente concreta se si approfondisce il modo in cui l’Unione ha reagito o è stata incapace di reagire di fronte alle sette sfide che abbiamo qui sopra sintetizzato.

Chi guarda all’Europa con le lenti confederali danneggia gli interessi nazionali perché solo con l’Unione europea possiamo rispondere alle sfide sovranazionali che abbiamo davanti.

La pandemia e la guerra ai confini dell’Unione hanno messo in evidenza che le soluzioni – pur frammentarie e temporanee – possono essere trovate quando c’è coincidenza fra interessi nazionali e interesse europeo. E che le soluzioni non vengono trovate se ci si affida alla contrapposizione fra gli uni e l’altro, lasciando prevalere il “potere” (che non è un “diritto”) di veto o perché le regole del Trattato hanno mantenuto il voto all’unanimità o perché il Consiglio decide di non decidere anche se il Trattato prevede una decisione a maggioranza qualificata o perché non si raggiunge tale maggioranza nel “combinato disposto” del voto degli Stati e delle popolazioni rappresentate.

L’esempio più recente è quello della decisione sul cosiddetto price cap, in cui l’interesse italiano a adottare questa misura coincideva con l’interesse europeo ma la decisione è sospesa per la difesa nel Consiglio di apparenti interessi nazionali che impediscono il raggiungimento della maggioranza qualificata.

Le misure adottate per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della pandemia (prima il meccanismo Sure di risposta alla disoccupazione e poi il piano – che non è un fondo – denominato Next Generation Eu che ha attribuito all’Italia oltre duecento miliardi di euro fra prestiti e sovvenzioni) sono state il frutto di un meccanismo sovranazionale fondato sull’analisi dei problemi, su proposte della Commissione europea facilitate dal sostegno politico di alcuni governi che hanno fatto prevalere l’interesse europeo su quelli apparentemente nazionali, su decisioni comunitarie e su procedure di esecuzione fondate su regole adottate di comune accordo e sottoposte a puntuali verifiche europee.

In questo quadro rientrano le condizioni per il rispetto dello Stato di diritto fondate su un interesse europeo che hanno bloccato la concessione di finanziamenti all’Ungheria e inizialmente anche alla Polonia su cui pende una decisione della Corte di Giustizia e l’esigenza di avviare e dare piena esecuzione a riforme a livello nazionale indispensabili per rendere l’economia dei paesi europei più “resiliente” e che rende giustamente impossibile l’apertura di un nuovo negoziato sui Pnrr, una esigenza accolta sulla base di regole adottate di comune accordo nel Consiglio in “codecisione” con un’ampia maggioranza nel Parlamento europeo e con il consenso dei parlamenti nazionali.

Tutto questo sistema è fondato sul principio “esistenziale” dell’Unione europea della cooperazione leale, che non può né deve essere messo in discussione nel caso in cui cambino le maggioranze o i governi in un Paese membro e dal primato del diritto europeo nei settori di competenza dell’Ue.

Per riacquistare almeno una parte della pacchia che abbiamo progressivamente perduto negli ultimi quindici anni – nel rigoroso rispetto degli obiettivi dello sviluppo sostenibile – e cioè per garantire i beni pubblici materiali comuni e per ridurre le preoccupazioni, la via italiana non è certamente quella di contrapporre apparenti interessi nazionali all’interesse europeo, ma rafforzare la dimensione sovranazionale secondo un modello federale riconoscendo alla Commissione (il “governo europeo” in statu nascendi) il ruolo di analisi e di proposta, al Consiglio e all’Europarlamento il potere di decidere superando nel Consiglio il vincolo dell’unanimità o del potere di non-decidere, tornando al ruolo della Commissione per eseguire le decisioni o controllare il rispetto delle decisioni da parte degli Stati membri.

Sappiamo che tutto il sistema comunitario – che è un ibrido o un coacervo, che le opinioni pubbliche comprendono difficilmente, fra confederalismo e federalismo e le cui debolezze vengono spesso attribuite alla dimensione europea al cui interno prevarrebbero i “banchieri” e i “burocrati” portando acqua ai mulini del sovranismo nazionalista – ha difetti di frammentazione e di provvisorietà e che – pur attuando quel che è possibile attuare a trattato costante per rispondere alle emergenze e rafforzando il bilancio europeo in particolare attraverso vere e proprie risorse proprie – è sempre più necessario avviare un processo “costituente” per andare al di là del Trattato di Lisbona firmato nel 2007 prima che l’Ue entrasse nel vortice crescente delle sette crisi che abbiamo più sopra sintetizzato.

Per questa ragione noi siamo convinti che la via italiana nell’Unione deve passare dalla coerenza e coesione fra interessi nazionali e interesse europeo scegliendo la dimensione realistica della dimensione federale in alternativa alla mancanza di realismo della dimensione confederale e costruendo nell’Unione europea le alleanze necessarie fra i governi, nel Parlamento europea, nella società civile e nel rafforzamento della democrazia rappresentativa, partecipativa e di prossimità in vista delle elezioni europee nel maggio 2024.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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