Il riflesso nazionalistaL’antifascismo e le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina

Come scrive Alessandro Maran in “Nello specchio dell'Ucraina” (Nuovadimensione), i movimenti di opposizione al fascismo che fondano le proprie radici nel riformismo e nella collaborazione internazionale sono il miglior antidoto contro il ritorno a un passato idealizzato, come quello immaginato da Putin

LaPresse

Vengo all’antifascismo, anzi al suo programma. Che c’entra?, dirai. C’entra, perché molte delle idee sovraniste e, in genere, delle idee balorde che in Italia hanno avuto grande amplificazione dai mass‑media, traggono forza dall’isolamento dell’antifascismo, come forma della politica italiana, dall’antifascismo come fenomeno internazionale e passaggio fondamentale della storia del Novecento. Eppure non sarebbe male ricordare che l’antifascismo – come hanno rimarcato, ad esempio, Beppe Vacca e Franco De Felice – non ha riguardato solo la storia d’Italia ma, appunto, i caratteri del nuovo ordine mondiale generato dalla guerra.

Ciò che rese possibile la formazione della coalizione antifascista – con l’iniziativa di Roosevelt di gettare tutto il peso dell’America nel conflitto, di allacciare un’alleanza con l’Urss, di tracciare nella Carta atlantica una prospettiva nuova, una volta eliminati nazismo e fascismo, per i paesi europei e per il mondo nel Dopoguerra – non fu solo la minaccia del dominio hitleriano ma anche la convinzione che, con la sconfitta del fascismo, si potesse instaurare un ordine internazionale fondato sull’interdipendenza economica e su relazioni politiche multilaterali; la convinzione che questo avrebbe consentito di diffondere la crescita economica ma anche di favorire, a livello nazionale, la combinazione di sviluppo e democrazia.

Il programma dell’antifascismo mirava, insomma, a generalizzare le esperienze riformistiche degli anni Trenta – il New Deal negli Stati Uniti, i primi governi socialdemocratici in Inghilterra, Svezia, Belgio, ecc. – e a ridisegnare gli assetti mondiali secondo il principio dell’interdipendenza; e questo programma in Occidente favorì l’intreccio fra sviluppo dei consumi e crescita della democrazia e generò la costruzione dell’Unione europea, un disegno e una strategia alternativi a quelli di Versailles, il Trattato che pose ufficialmente fine alla prima guerra mondiale. 

Lo spirito del progetto di integrazione europea non è, infatti, quello di mettere il nemico di ieri – i tedeschi e poi, dopo il crollo del Muro di Berlino, i paesi ex comunisti – ai nostri piedi, ma quello di stringerlo a noi con tanto calore che ogni guerra diventi «non solo impensabile, ma di fatto impossibile» (senza l’allargamento, senza cioè il puntello degli standard dell’Ue, che fine avrebbero fatto i paesi dell’Europa centro‑orientale e le loro fragili istituzioni democratiche?). 

E in questo disegno, la guerra sarebbe stata impensabile e impossibile non perché Francia e Germania avrebbero sottoposto la produzione di carbone e acciaio a un’Alta autorità, ma a causa del livello di interdipendenza che si sarebbe creato tra gli Stati della nascente comunità. In un passaggio della bella “biografia politica” che Tonia Mastrobuoni ha dedicato ad Angela Merkel, la giornalista racconta che «Herbert Diess, il potente capo di Volkswagen, e i suoi colleghi di Bmw e Daimler sono costretti a spiegare alla cancelliera, ad aprile, che le fabbriche tedesche ’non possono riaprire’ finché non verrà sospesa la chiusura amministrativa di quelle italiane. Senza la componentistica che arriva dal Piemonte, dall’Emilia o dalla Lombardia, nessuna Mercedes può completare il suo percorso nella catena di montaggio. 

E Diess si dice pubblicamente favorevole agli eurobond, i titoli comuni per finanziare una ripartenza che altrimenti rischia di morire in culla». La pandemia, in altre parole, si è rivelata «una salvifica lezione su quanto l’Europa sia ormai connessa e interdipendente». Ben scavato, vecchia talpa!, è proprio il caso di dirlo. E ora a ricordarci che l’interdipendenza è il pilastro su cui poggia l’ordine del dopoguerra è arrivata anche la guerra. 

Ti faccio solo un esempio, quello dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Tutti di solito ricordano la prima parte. Ma c’è anche la seconda parte, separata dalla prima solo da un punto e virgola. Non c’è neppure un punto: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 

Nella seconda parte dell’articolo 11 si coglie tutta la capacità visionaria della nostra Costituzione. Attraverso questo passaggio, al ripudio della legge della forza si combina l’aspirazione di concorrere a costruire un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra i popoli, attraverso le organizzazioni internazionali che sono promosse a tale scopo. E la clausola che consente alle limitazioni della sovranità, a condizioni di parità con gli altri Stati, segna la preminenza dell’interesse per la pace e la giustizia tra i popoli rispetto alla sovranità stessa. Come ben sai, anche l’illusione dell’omogeneità etnica è un altro tradizionalissimo ingrediente del nostro minestrone. 

Putin non è un pazzo, è un nostalgico dell’impero sovietico (di lingua russa) che sogna di ricreare. Lo ha spiegato benissimo l’ambasciatore del Kenya alle Nazioni Unite, Martin Kimani, che al Consiglio di sicurezza ha pronunciato un discorso contro l’aggressione russa che è diventato virale. Il Kenya e quasi tutti i paesi africani – ha ricordato Kimani denunciando un comportamento fin troppo familiare ai paesi usciti dal colonialismo – sono nati con la fine degli imperi: «Non siamo stati noi a tracciare i nostri confini. Sono stati tracciati nelle lontane metropoli coloniali di Londra, Parigi e Lisbona senza alcun riguardo per le antiche nazioni che hanno separato. […] Tutti gli stati formati da imperi che sono crollati o si sono ritirati contengono molti popoli che bramano l’integrazione con i popoli degli stati vicini» ha aggiunto Kimani.

«Il che è normale e comprensibile. Dopotutto, chi non vuole unirsi ai propri fratelli e condividerne gli obiettivi? Tuttavia, il Kenya rifiuta l’idea che un simile desiderio possa essere perseguito con la forza. Dobbiamo completare il nostro processo di recupero dal fuoco che cova sotto la cenere degli imperi scomparsi in modo da non ripiombare in nuove forme di dominio e di oppressione. Abbiamo respinto l’irredentismo e l’espansionismo a qualsiasi titolo, inclusi i fattori razziali, etnici, religiosi o culturali. Lo rifiutiamo ancora oggi»

(…)

Eppure, in Italia, sono in molti a sottovalutare il significato e le conseguenze dell’intervento militare russo in Ucraina, fin da quando, nel 2014, al cambio di regime causato da un movimento di protesta dal basso, la Russia ha risposto annettendo la Crimea e fomentando un movimento separatista nelle regioni orientali del paese. Ovviamente, non è così strano che i paesi che, come il nostro, intrattengono con la Russia importanti relazioni economiche, abbiano cercato di mediare in ambito europeo per non acutizzare la tensione con Mosca. Ma la guerra ha evidenziato che l’Ue e la Russia rappresentano modelli di integrazione politica ed economica – di più: due universi – che collidono. 

La Russia persegue una politica neo‑hobbesiana nutrita da una narrazione conservatrice: cerca di accreditarsi come custode dei valori della tradizione in contrasto con l’Occidente che si erge a baluardo dei diritti individuali. Ma ciò significa il ritorno alla politica di potenza, alla condizione precedente alla seconda guerra mondiale, in cui, come ha scritto il Wall Street Journal, «il più forte si impone sul più debole e i despoti conquistano terreno». 

Come si fa a non vedere che se il principio che ha mosso Putin – la supposta necessità di proteggere i diritti e l’incolumità della popolazione russofona – dovesse affermarsi come “normale”, la giostra è destinata a ripartire? Kaliningrad si chiamava Königsberg (la patria di Immanuel Kant), Pola è italiana. Dal nostro confine orientale a Mosca cambia lingua ogni venti chilometri. Ricominciamo daccapo? Il ritorno della vecchia storia nel cuore del continente preannuncia, come abbiamo già visto nella ex Jugoslavia, il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica. Putin non è un attore tra i tanti, è uno spettro del passato. 

Il 18 marzo del 2014, dopo il blitz militare, Putin chiese formalmente al Parlamento russo di approvare l’annessione della Crimea e della città di Sebastopoli alla Federazione Russa con lo status di “entità federali”. Nel suo intervento di fronte alle camere riunite, spesso interrotto dagli applausi, il capo del Cremlino riprese molte delle dichiarazioni precedenti: le argomentazioni di carattere storico, la tragedia del collasso dell’Unione sovietica, l’ipocrisia degli Stati Uniti, la slealtà della Nato, l’idea che l’America orchestri dall’esterno le “rivoluzioni colorate” per poi imporre principi “inadatti” alle tradizioni e alla cultura della popolazione; c’è anche la quinta colonna, il nemico interno. 

Ma, come ha scritto Masha Gessen, «l’idea di una nazione divisa e di un dovere morale verso i connazionali all’estero che prevale sulle leggi e sui confini nazionali ha un antecedente diverso: rievoca direttamente il discorso di Hitler sui Sudeti». In altre parole, la Russia sta affermando i propri diritti «adempiendo al proprio sacrosanto dovere» nei confronti dei russi oppressi, come allora la Germania nei confronti dei tedeschi oppressi in Cecoslovacchia. Insomma, come osserva acutamente Gessen, la Crimea è l’ideologia della Russia, funziona come un’ideologia: «la Crimea aveva l’effetto di mobilitare la nazione».

Il guaio è che, ancora una volta, si tratta di «una visione arcaica, una promessa di semplicità, il ritorno ad un passato idealizzato nel quale la legge era l’istinto naturale e la nazione una tribù». Non sarebbe male ricordare che l’espulsione dei giuliani e dalmati che, quattordici giorni prima dell’invasione russa, abbiamo celebrato nel Giorno del ricordo (delle foibe, dell’esodo e «della più complessa vicenda del confine orientale»), si inserisce appunto, come spiega il professore Paolo Segatti, «in un contesto territoriale dove il problema di un esteso pluralismo linguistico e culturale secondo la cultura del tempo andava preferibilmente risolto sulla base del principio: un territorio, uno Stato e una lingua. 

In contesti di questo tipo, come ebbe ad osservare Ernest Gellner nel 1992, se gli Stati sorti dopo la Prima guerra mondiale volevano, come vollero, promuovere l’omogeneità culturale dei loro popoli, allora ’molte, molte persone dovevano essere assimilate, o espulse o uccise’. Ed è quello che è accaduto, prima alle minoranze alloglotte in Italia poi agli italiani del confine orientale, e a tutti gli uomini e le donne che si sono trovati in posizione di minoranza in Europa centrale e orientale tra le due guerre e dopo la Seconda guerra mondiale». Proprio quelle vicende dovrebbero averci vaccinato contro l’eterna illusione dei nazionalisti.

Nello specchio dell’Ucraina”, Alessandro Maran, Nuovadimensione edizione, 153 pagine, 16 euro